le due strade. Reso conto di Genova
postato da demetrio [07/04/2008 11:47]
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sto seduto su una panchina e guardo il mare. Sono a Genova, al porto vecchio. Genova è una mano, che se ne esce dal mare e stringe le montagne. E la roccia si modella sotto le dita giganti. E' una mano che stringe il ventre... Sto seduto su una panchina e penso che tra una mezz'ora devo sedermi e parlare. Io da piccolo volevo venire a vivere a Genova. Quando ero bambino ci venivamo spesso qui. In treno certe volte, in macchina altre, non erano sempre gite piacevoli, ma a me piacevano lo stesso. Mi piaceva il treno che compariva arrivando a Torino e poi ripartiva verso Genova, mi piaceva dopo la lunga, lunghissima galleria, l'apparire della luce e con lei del mare. Ci siamo andati spesso dal 1979 al l'81. poi non ci siamo andati più. Io sto qui a pensare a Genova così, che per me Genova è questa solitudine luminosa. Lei dice che io ho scritto Una tragedia negata per rendere conto del perché sono nato al quel male. E così mentre penso a questo penso che sono nudo quando scrivo, sono nudo perché se fingendo di scrivere un saggio per in realtà scrivere un libro sull'origine del mio male, vengo scoperto così in fretta, vuol dire che sono nudo. E penso al 1979 e penso a Sabina che era una bimba, più grande di me, mentre io ero piccolo allora quando andavo a Genova, e pensavo che abbiamo avuto due mali tremendi e diversi da vivere. E il suo, dio se ci penso, è un male a cui non saprei come sopravvivere. Perché ci puoi vivere dentro il male. Ma sopravvivere diventa tremendo. Poi salgo e la vedo. Io penso che Sabina Rossa sia molto bella. Magra, minuta, intelligente. E bella. All'incontro c'è gente. Più di quanto m'aspettassi. E soprattutto ci sono persone che quegli anni li hanno sofferti, subiti, vissuti, dimenticati e ricordati. Così siamo seduti uno affianco all'altra. Tra noi e il pubblico non c'è neanche un metro. Incomincio a parlare io. Perché io so che il mio libro è una scusa per Sabina. Io voglio sentire parlare lei. Inizio e mi viene di parlare della solitudine. Sto creandomi una profonda esperienza di solitudine in questo viaggiare per l'Italia. La solitudine è legata alla scrittura del libro. E' una specie di stupore che ti prende quando vai compilando le pagine e ti rendi conto, perché te ne rendi conto, che quello che stai narrando è "solo", nessuno ha camminato lì dove tu stai andando. Io non avevo direzioni prestabilite mentre scrivevo Una tragedia negata, sicuramente non ne avevo di ideologiche né biografiche. Mi rendevo conto che qualsiasi tipo di struttura non serviva. Io so come si scrive un saggio, ma questo libro non è un saggio, non è un romanzo, non è niente di queste robe qui. Ho usato alcuni libri e alcuni film, alcuni fumetti e alcune storie (ovvio che so che mancano libri che tra l'altro ho letto, ma non mi "servivano", io rivendico un uso strumentale dei libri e dei film per aiutarmi a dire quello che volevo dire, perché il mio non è un lavoro accademico, né mai ha voluto esserlo; né mi importa di farlo) per dire quel disagio che mi colpì la prima volta nel 2002. E quel disagio è cresciuto fino ad arrivare alla stesura del libro, e c'è ancora tutto. E quando parlavo di solitudine volevo dire proprio questo, questo lunghissimo disagio che ho vissuto, che forse ho vissuto dal 1979, da quando scendevo con i miei in treno a Genova, e mi sembrava tutto tremendo e non sapevo che Sabina, che mi sta affianco ora, viveva qualcosa che non ha paragoni. E penso che scrivere ha un senso, se trent'anni dopo siamo seduti qui, io e lei. A parlare e parlarci, sentendo gli altri cosa dicono e facendone tesoro. Mi sono convinto di una cosa che è fondamentale. Io non so se sia possibile la verità o se sia possibile dirla (lo stesso Gesù tace alla domanda di Pilato). Però so che al di là di tutto c'è la letteratura, che è una cosa misera a ben vedere, rispetto a altre scienze umane e no, ma è quella che alla fine ci rimane, che fa incontrare le persone e le scardina dalla loro solitudine. Mi viene in mente quello che scriveva Renato Serra nel libro Esame di coscienza di un letterato e credo che nelle sue parole ci sia il motivo più segreto per cui continuo a scrivere E facciamo magari della letteratura. Perché no? Questa letteratura, che io ho sempre amato con tutta la trascuranza e l'ironia che è propria del mio amore, che mi sono vergognato di prender sul serio fino al punto di aspettarne o cavarne qualche bene, è forse, fra tante altre, una delle cose più degne. Lo so che tutto questo non risponde a niente a nessuno. So che queste parole non risolvono le solitudini minime di ognuno, le colpe, i perdoni, le conciliazioni di quel tempo. Nessuno di noi riuscirà a dire nulla di veramente finale su quegli anni e se non quando accetterà di aver perduto.Di essere uscito sconfitto. Tornando a casa ho letto un libro bellissimo di Kertez Fiasco. E ho letto un passo che mi pare parli in maniera sghemba del tema "secreto" di questo resoconto. Ve lo copio. "Vuol dire" chiese Koves con incredulità "che quest'uomo, il carnefice, è lei?" "Diciamo che è una delle mie possibilità" rispose Berg. "Una strada possibile della grazia". "E quali strade sono ancora possibili?" voleva sapere Koves. "Quella della vittima" fu la risposta. "E poi?..." lo interrogò Koves. Berg rispose immediatamente: "Qui sono date soltanto queste due strade". "E la scrittura?" si pronunciò nuovamente Koves: "Scrivere non è una grazia?".
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il libro che avrei voluto scrivere e che non avrei saputo scrivere.
grazie. (e ho seguito e molto apprezzato il dialogo con caracaterina) |
| postato da e.l.e.n.a. il 02/05/2008 12:24 | |
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bellissimo il dialogo finale che hai trascritto.
ndr |
| postato da ndr il 07/04/2008 19:02 | |
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Sì, Genova è solitudine luminosa, e questa solitudine tu la racconti qui con un in più di dolore e pugno allo stomaco. E sì, Fiasco ha del miracoloso.
V |
| postato da Valentina il 07/04/2008 17:43 | |
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Per una che è stata in quella città due anni,
questo pezzo è da brivido - tanti ricordi ti spinge in testa. Grazie. Ali |
| postato da naste il 07/04/2008 14:57 | |


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