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Archivio Luglio 2003

… riflessioni pre feriali (non da ombrellone)….

31 Luglio 2003 2 commenti

Oggi non gira.
Me lo dici così, mentre vado in macchina verso l’ufficio. Mi mandi un semplice messaggio. Testo: oggi non gira.

Eppure mi sembra che il sole sia sorto.

Ma.
Io no.
Io non sorgo, mica sono venere.
Io cammino a mezz’aria come i soffioni o come le foglie. Come i matti dirai tu.

Perché si tace sempre qualcosa, questa è la verità. Nessuno di noi dice all’altro tutto. Tutto. Uno potrebbe sopportare tutto? Tutte le cose che ci passano nella testa e la lesionano, tutte le sensazioni che senti nel corpo e lo feriscono.



Io non riesco mai a dirmi fino in fondo, c’è sempre una parte di me che rimane nascosta. Anche adesso mentre scrivo, vorrei dire certe cose.
Ma.
Io no.
Io non dico. Io non parlo.

Mi piace scrivere, dire senza mai andare nel profondo.
Amo l’epidermide delle cose, la sottile pellicola di cui è fatta la realtà. Ci sono così tante realtà – cellule, germi, spore, membrane, cortecce, colori – nella superficie, che mi sembra inutile attardarci a guardare nel profondo.
Io sono superficiale.
Vivo scivolando sulle cose.
E le cose mi scivolano.
Certo. Certo. Mi lasciano tracce, ma è come la mia piccola cicatrice sull’occhio sinistro. Non me ne accorgo neanche più se non le rade volte che mi guardo allo specchio. E ti confesso che non ricordo niente di quando capitò.

…c’è la nebbia anche nei ricordi.
Sì. Proprio.

.Adesso chiudo e vado in vacanza.
Giuro che per un po’ non scrivo. Lascio il computer a casa e a casa anche i quaderni neri su cui annoto i nomi delle vie in cui passiamo.
(è strambo ma io non
ricordo mai
le vie
in cui passiamo.
E me le segno.
Mi piace ricostruire
cammini
reali
in fittizi
spazi di carta.
E tu sorridi della mia dimenticanza
orgogliosa)


il mare ci farà bene. E forse non mi farà pensare, che c’è sempre una nota stonata e io solo quella vorrei cantare.

… a lei che adesso dorme e anche per me

30 Luglio 2003 6 commenti

Certo che non sarò perfetto. Certo.
Ho una pancia prospiciente e persino una leggera balbuzie sulla “d”.
(…non ho mai capito perché. Quando ero bambino la pediatra mi ha detto che ero leggermente dislessico [aveva ragione da vendere la tipa, certe volte mi incrocio le consonanti e le vocali che sembra una treccia]. E disse che la balbuzie era una sorta di “avvertimento emotivo” che indicava il mio momento di massima agitazione…).

Ho lasciato tutto in disordine, così quando ti sveglierai, troverai tracce di me ovunque. E dovrai mettere a posto.
Dovresti mettermi a posto.

Ora che sei lì a dormire. La schiena velata da un lenzuolo, il viso girato verso destra e il capelli che ti cadono dovunque quasi fossero i rami dei platani che vedo fuori adesso dal mio ufficio.

Dormi un po’.
E fatti un sogno di quelli che durano. Sogna pure ciò che ti pare. Sogna pure per me. Tu sai che ho dismesso da un po’ il sogno come abitudine. Non coltivo utopie. Non ho desideri molto più in là di quello di tornare a casa e starmene tranquillo con te.
La felicità ha un sapore che non vorrei gustare, perché se sparisse sarebbe pure peggio.

Queste cose non te le dico.
E lo sai che non sono buono a parlare di sfumature così complesse. Preferisco parlare delle vacanze al mare. Del mio lavoro. Del tuo. Della libreria da comperare.
Questo è buono.
Questo è meglio.
Tanto dell’amarezza in questo meccanismo che va sotto il mio nome ci rimarrà sempre.

Sono sfatto ora.
Sai?
Stanco.

Eppure – mi diresti tu – hai quasi tutto dalla vita. Neppure 29 anni e hai quasi tutto.

Hai ragione. Ho praticamente realizzato tutto ciò che mi andava di fare.
La vita mi è girata bene subito.
E ora?
Cosa faccio ora?
I sogni li ho finiti.
Mi tengo ai tuoi, come un pipistrello ad una trave di un cornicione.

a Torino fa fresco e tutto sommato il piede mi duole di meno.

28 Luglio 2003 1 commento

Penso di avere qualche problema di relazione.
Non riesco mai a dire quello che penso. Forse ho un rapporto occasionale con il mio cervello. Mentre dico una cosa, incomincio a pensarne un’altra e così mi confondo.
E dico scemenze.
Il problema poi è che sono orgoglioso e quindi detta la scemenza la difendo come se fosse la verità rivelata.
Mah.

Tante volte non mi viene bene vivere.
Altre invece riesco pure a divertirmi e non lasciarmi sopprimere dai miei sensi di colpa.
Ne ho per tutti.
Verso la mia ragazza.
Verso mia madre.
Verso mio padre (verso di lui tanti: si è spaccato la schiena per me, per farmi studiare e io sono diventato un banale personaggio in tutto)
Verso mia sorella.

Mi sento in colpa perché non riesco mai ad essere quello che vorrei. Mi manca sempre qualcosa, un punto, una virgola, un segno, un quid per sentirmi a mio agio nel mondo. Nel bar dove faccio colazione. Oppure con le commesse dei negozi.

Mi sento fuori posto.
Come un giocatore fuori ruolo, sempre e comunque.
Avessi un ruolo preciso netto, allora sì.
Avrei denti bianchissimi da mostrare nelle occasioni che contano. Avrei un corpo sano, magro e perfetto da lucidare prima di uscire.
Piacerei tanto alle mamme delle mie ragazze.
Piacerei tanto ai miei datori di lavoro.
Piacerei tanto alla gente.

E invece mi attardo con domande che non hanno senso, mi perdo in giochi che non servono a nessuno. Men che meno a me.

Certe volte viene da maledirmi per come sono fatto, ma alla fine – proprio se guardo la fine – mi va bene così.
Mangio e ho una discreta digestione.
E certe volte questa è già una buona cosa, come il fresco che c’è oggi a Torino, che ti lascia respirare e per un attimo di illudi che sia primavera.
E tutto sommato hai quasi l’impressione di essere felice.

23 luglio o delle passeggiate sotto i portici.

23 Luglio 2003 4 commenti

Cammino.
Cammino.
Mica so dove sono finito, mai come adesso i negozi hanno tutti la medesima faccia da niente. Le loro mercanzie? Cazzate. Risme di cose che non so manco io perché mi fermo a guardare.
Eppure dovrei fermarmi.
Eppure.
Dovrei.
Fermarmi.
Stare all’ombra e che questi portici maledetti, non mi lasciano spazio.
C’è troppa gente, bisognerebbe inventare pause pranzo meno lunghe. Ci dovrebbero tenere più in gabbia.
Perché tanto non abbiamo niente da fare fuori.
Io guardo il mio maledetto corpo, è maledetto perché me lo porto appresso da mo’. Almeno da quando sono nato.
Piccolo.
Grasso.
Nero di capelli e di barba – dovrei farmela la barba ogni tanto.

Forse un libro.
Ecco dovrei comperarmi un buon libro da leggere in questi pomeriggi. Malsani. Malaccaldati. Malmestosi.
E che libro leggo?
Nessuno mi prende. Titoli stupidi.
Alla fine entro in una libreria. Almeno c’è l’aria condizionata, domani tossirò.
Sfoglio.
C’è uno scaffale di letteratura gay e lesbo. Niente
C’è uno scaffale di critica letteraria. Potrei leggere Grammatiche della Creazione. Potrei. Non mi va.
Non mi va niente. Neanche uscire e prendere un frappé.
Cosa fare?
Torno in ufficio.
O mi appendo al primo lampione?

..
.
non va bene. E’ meglio essere seri. A 29 anni è meglio esserlo.
Incomincio a scrivere sms a tutti.
A Patti: “come stai?”
A Daniela: come stai?”
A Walter: “come stai?”
A Carlo: “Come stai?”

Il primo che risponde vince una mia telefonata.

L’ho mandato un’oretta fa.
Nessuna risposta. La gente lavora.
Forse è meglio che ci vada anche io…