E’ un fatto d’amore.
Questo.
Questo sì.
Un amore diverso. E’ così ti ritrovi a riperteri questo verso. Scappare di casa lo fa soltanto un ragazzo.
Pavese.
Lui.
…. hanno scritto che chiuderanno il ristorante dove lui mangiava.
Niente.
Fa male. Così.
Fa male che si chiudano le cose.
Fa male che si chiudano queste cose.
Non lo so perché.
Ne scrivo: è intimo. E’ la mia piccola giovinezza, adolescenza buttata al di là del gelsomino, che viene chiusa.
La maturità è tutto.
Si diventa maturi chiudendo le cose.
La maturità è chiudersi.
Dobbiamo dire addio.
Alle cose che abbiamo
Alle cose che vogliamo.
Alle cose che abbiamo detto.
Dobbiamo
dire addio. Maledizione.
…e che ne sanno loro di quando leggevi la poesia – scappare di casa lo fa soltanto un ragazzo – e volevi finire proprio in quell’osteria tra le colline morenti che sanno di sangue e di vita.
Di fuoco e acqua che stagna.
Ora chiudono.
E fuori piove come un pianto di foglie. Un povero autunno di foglie.
Niente altro.
Una dichiarazione d’amore.
Ti viene da dire.
Poi sai che certe cose è meglio se te le tieni per te. E’ meglio se non gli dici che ogni volta che passi da quell’albergo, ti viene un groppo e un pianto.
Meglio.
E allora fai ciao.
Ciao. Con la mano. Semplicemente.
Lei era bionda. Bella. Mangiava un gelato, un cornetto alla crema. Di quelli classici. Eravamo fuori. Le montagne ci stavano giusto sul naso. Un po’ sopra qualche stella e un cielo. Anonimo, ma pur sempre cielo.
Io avevo sedici anni. Un sesso che aveva scoperto appena il suo essere adolescente. Una voce buia. E la faccia dove piccoli brufoli decoravano come un quadro surrealista.
Erano tutti più grandi di me.
Studiavano a Torino, loro. Facevano “filosofialetterestoriastoriadell’arte”. Io venivo dalla campagna. Ero abituato al fresco che fanno i fossi la sera. Alle strade di notte in mezzo ai campi, che basta un rumore e confessi tutti i tuoi peccati.
Vivevo in un paese, che basta un battere di campane è sai. Qualcuno è morto. Sparito del tutto.
Loro erano cittadini. Queste cose non le sapevano.
Mica. Altro.
Erano tutti scrittori. Io ero un lettore. Ero più piccolo. Ma stavo lì in mezzo e mangiavo una coppa del nonno.
E tu? non scrivi? – mi dice lei.
Io?
Sì…
Qualcosina…
Ma non ne parli mai..
Sono ancora cose informi – ero rosso. Io non scrivevo niente. Non volevo scrivere. Sapevo che se avessi iniziato sarebbe stato un maledetto veleno che mi sarei tolto di torno. Mai
Ma lei era di una bellezza. Commovente.
E le dissi che scrivevo poesie.
Su dei quaderni? – mi rispose.
No. Io le scrivo direttamente sulla macchina da scrivere…
Strano…
Lo so, lo faceva anche Pasolini…
Ti piace Pasolini?
La solitudine; bisogna essere molto forti per amare la solitudine… – le recitai la poesia Versi del testamento. Bellissima. Ancora oggi. Lei mangiava il gelato.
Intanto camminavamo. Gli altri erano lontani. E i boschi di abeti e pini ci stavano dattorno come una maglia alla vita.
Mi farai leggere qualcosa di tuo?
Penso di sì..
Sarebbe bello…
Grazie..
D. tu devi scrivere. Ricordati tu devi scrivere…
Lo farò, ma ho sempre paura di non essere all’altezza..
Sei bravo. E’ un dono. Non tutti ce l’hanno. Tu. Sì….
La passeggiata si arrestò davanti ad un piccolo crepaccio. Era tutto nero inchiostro. Pensai ai miei sedici anni. Ai suoi venti.
L’avrei baciata.
Ma. Mi sentivo come un cane che dà le smanie.
Lei mi prese la testa tra le mani.
Cerca solo di non farti troppo male – mi sussurrò.
Poi tornammo indietro.
Per i giorni a seguire c?erano solo la sua mano e la sua voce strana. Mi ricordo che mangiava carne e patate soprattutto. E quando si appoggiava a me, il corpo era uno spasmo unico. Dolente. Pieno. Vivo. Era sangue e saliva. Era una vitale morte.
Un giorno, scrive su pezzo di carta il suo indirizzo e telefono.
Scrivimi e parlami. Così mi mandi le tue poesie
Certo. Lo farò
….
L’estate finisce. Torno a casa. Prendo la macchina da scrivere di mio cugino e digito la mia prima riga: – il crepaccio ha un fare stupito.
Poi. Non la ricordo più come va a finire.
Ne scrivo altre tre.
Prendo una busta e gliele mando.
Penso – mi dirà che sono terribili.
Qualche giorno dopo la risposta. Ma questa non la scrivo. La tengo per me.
…
Poi succede un fatto strano. Scrivere mi piace. Ci continuo. Ci prendo gusto. E scrivere diventa vivere. Mangiare. Respirare.
Scrivere diventa tutto.
Scrivo altre cose.
Gliele mando.
Pochi giorni dopo. La busta con le mie opere ritorna indietro. Indirizzo inesistente. Non capisco. Allora prendo il telefono. Compongo il numero 011.xxxx. Una voce mi dice: il numero da lei digitato è inesistente.
Riprovo.
Risposta sempre uguale.
Rispedisco.
Ritorna al mittente.
….
Passano anni. Ne faccio 19. Universitario a Torino. Prendo un giorno il pullman e vado al suo indirizzo. Quel numero è vuoto. Non esiste. Non c’è abitazione. Non c’è palazzo. Non c’è niente.
Solo un buco. Nella vita.
Niente.
Non esiste quel numero civico.
Chiedo ai negozianti della zona.
La risposta è: il xx/bis non esiste.
Niente.
Vuoto. Assenza. Buco.
…..
Ho 25 anni e ritorno chissà perché a fare vacanza nello stesso posto. Ritrovo uno degli amici di quel tempo. Lui ha 29 anni e mi presenta sua moglie.
Io gli chiedo ti ricordi di Elena? e lui dice elena? non ricordo elena? non c’era nessuna elena. Come?, dico io, elena quella bionda con cui stavo sempre io. Non mi ricordo, mi fa, veramente.
Elena non esiste.
Forse.
Ma esistono queste parole. Che è già qualcosa
C’è un cerchio che gira più in là. Un cerchio d’acqua e luce. Lo indovino da qui, perché è l’ultimo riverbero che fanno le pozzanghere al sole.
I piedi si muovono, ma la testa duole di dolori che non so.
La testa duole e ricorda. La memoria è unA maledizione. La memoria è una sottrazione di gioia
Quando ero piccolo mi hanno operato alle tonsille.
Mi vedo.
La luce verdastra, come fanghiglia, mi avvolge come un’urna.
Il dottore ha in mano una lama. Saranno le forbici – penso.
Il chirurgo incide.
La mia carne si apre come un fiore osceno. Si apre come una crisalide di sangue e umore. Non sento dolore. Nessuno.
Tremo.
Tremo.
Una lama mi taglia e io non sento nulla.
Non riesco ad urlare.
Il non dolore mi fa non gridare
Eppure vedo il sangue. Non è rosso. Il sangue è nero. Come inchiostro di china, come la sica della seppia in questo mare marcio di verde e alghe.
Forse affogo.
Ma no. Io sono un bimbo di tre anni. I dottori mi hanno detto che non mi avrebbero fatto niente. E invece lui usa le forbici – saranno bisturi, ma per me a tre anni quelle sono forbici.
La carne è aperta.
…
poi sento che gli occhi mi si chiudono.
La luce verde piano si fa buio. E il buio notte. E la notte morte.
Io muoio.
Come prima. Di più.
….
Mi sveglio che mi madre è lì vicino.
Mi regala una barchetta. Piccola. La scaravento al muro. E urlo: forbici forbici forbici forbici forbici forbici forbici forbici forbici forbici forbici forbici forbici forbici forbici forbici.
Il medico arriva sorridente.
E’ stronzo.
Lui mi ha aperto la gola.
E ora? dice mia mamma
Ora tutto a posto. Dice lui
Bene.
Avrà un piccolo trauma.
Niente di grave
Certo che no
E ora.
Ogni volta che un leggero spavento mi prende -
Tipo quando la notte si sorprende e fuori le strade sono vuote come un fucile scarico
- io balbetto. E’ il mio segnale.
Sto male.
Di un dolore che incide senza rumore.
Di un dolore che non è dolore.
Ma assenza.
Indifferente.
Come se fosse niente. Come se fossi un niente.
Il giorno se ne va. Come un rigagnolo di acqua sporca nel lavabo. Come il sangue da una ferita. Crepuscola. Si piega tra i tetti delle case.
E non è niente di che.
Tu pensi che cade il giorno e un poco cadi pure tu. Oggi va via così.
Con cose che potevi fare e non hai fatto.
Cose da dire non dette.
Potevi dare amore e te ne sei stato zitto. La gente se ne parte da te e tu? Tieni le mani sul volante e guardi solo la strada. E pensi a questa notte che arriva e ti viene in mente Dante: lo giorno se ne andava e per l?aere bruno.
Ne sa lui.
Lui ne sa. Di cieli che si spengono come oggi, come questo. E non c?è spazio per rammarichi o ripianti. E il tuo corpo scoppia di seme, ma sei arido come una buccia di arancia.
Il bar ha i posti contati. Sei in ritardo. Sempre. Soltanto in ritardo. Ordini: un piatto di pasta un po? acqua.
Non c?è posto. Ti dice la cameriera.
Aspetto.
Va bene.
Guardi fuori la piazza carica di macchine e di umidità.
Potresti sederti qui. Ti dice lei, bruna. Una bella donna.
Potrei.
Potresti, tanto è libero e non aspetto nessuno.
Grazie.
Sono contenta che non ci sia posto?
Perché?
Ho avuto la scusa per invitarti?
?
Volevo tanto capire chi fossi? Ti ho visto tante volte e non ho mai avuto il coraggio. Mi sentivo un po? una stupida. Sono più vecchia di te? Sai come è?
Sono uno normale. Mangio la pasta e bevo l?acqua.
Sei sempre preso da qualcosa
No.
No?
Sembro e in realtà sono un po? miope. Ecco spiegato il mio sguardo ? faccio e guardo la cameriera che mi porta la pasta e l?acqua. Butto giù qualche boccone. Deciso a non parlare e a non dire niente. Tanto cosa cambierebbe? Il cielo questa notte si chiuderà a nero. E lei sarà con il suo uomo e io berrò il mio caffè a casa. Quindi taccio.
Il lunedì è sempre terribile. Dice.
Vero.
Poi è da un po? di tempo che vado dal dentista.
Non è una bella avventura?
Ma bisogna
Certo…
Mi piacerebbe dare un soldo per quello che pensi.
C?è un racconto che mi piace che parla del testamento di un dentista?
Ah? E chi l?ha scritto?
Primo Levi?
Sei un uomo molto colto?
Ho letto un po? più della media?
E cosa dice questo racconto?
Che l?unica nostra realtà, quella di cui siamo fatti, è il dolore?
E? triste?
No. E? molto asciutto?
Cosa vuol dire?
Che non è triste. Dice semplicemente?
E tu credi al succo del racconto?
Sì. Penso che siamo fatti di dolore?
Questo è ancora più triste?
Lo so che sono più affascinante quando sto zitto?
Ora mi fai ridere?
?
Non dici più niente?
No. Devo andare. Ti posso offire il caffè?
Certo.
Beviamo il nostro caffè. Poi lei si alza, io le dico ciao. Lei fa ciao. Vedo che si volta, ma io fingo di avere altro da fare ed esco con la testa dentro bavero della giacca.
Certo il cielo crepuscola ora. E io riesco a deludere pure gli sconosciuti.
Il cielo di Torino sa di schiena d’asino. Grigia e Curva. Le strade medesime fanno appena in tempo a venirti davanti, che già se ne vanno oltre. Oltre le macchine che gli corrono sopra. Oltre questi piedi che toccano l’asfalto.
Sarebbe perfetto se piovesse.
Ma la perfezione è un gioco di specchi.
E’ una deformità aggiustata.
Un toppa. Un rammendo.
Una illusione per una vita che troppo pulita non è. Di certo.
Certo. Stamattina.
Facevamo l’amore. I nostri corpi piegati come fazzoletti su una ferita. E poi ad un a tratto mi alzo.
Scusa…
Cosa hai?
Non sto bene – intanto mi tengo il petto.
Cosa hai?
Mi fa male il cuore?
Come?
Mi stringe..
Il cuore non può farti male..
E invece sì..
Avrai l’affanno..
Mi fa male. Ti dico.
Coricati e calmati..
Voglio un po’ d’acqua…
Lei si alza e va prendere un bicchiere d’acqua. La bevo. Il cuore continua a stringermi nel petto. Mi duole.
Non stai bene?
No.
Ma cosa ti senti?
E come se mi fosse venuto un crampo…
Al cuore?
Al cuore…
Ma non è possibile.
Questo è. Il cuore mi fa male..
Ma non è scientificamente possibile..
…
Mentre vengo al lavoro penso al fare all’amore. Al nostro.
A quello di tutti.
Simile.
Penso che nel tuo ventre lascio sempre amabili resti di me. Amabili e amati resti di morte. Sperma destinato a farsi polvere nella tua pancia.
E questo mi stringe di nuovo il cuore.
E sento un’angoscia per questa vita che non riesco a tenere tra le mie mani come vorrei.
Ora tu studi. Quieta nei tuoi ricci. Gli occhi sul tuo libro.
Io cammino. E poi scrivo.
Faccio cose consuete, ma il cuore non mi lascia scampo.
Mi stringe.
Mi mangia.
Mi consuma.
Si consuma.
Dovrebbe piovere. Sarebbe perfetto.
Ma niente arriva come deve.
Niente. Neppure l’amore.
Niente. Neppure l’amore.
Avevo aperto la pagina per scrivere alcune verità.
Io ne so.
Insomma.
E invece.
E invece mi chiama un mio amico. Appassionato lettore.
Demetrio hai letto l’ultimo libro di Sepulveda?
No.
Perché?
Non mi piacciono i sudamericani…
No.?
No.
Mi piacciono un po’ di più gli argentini al massimo..
Chi?
Borges, Soriano e Maradona
Maradona non è una scrittore..
(lui è così non ha senso di niente)
…
Comunque, ho letto Sepulveda, e poi ho letto Tiziano Scarpa e Moresco…
Ma tu, una partita a biliardo, una pizza. Mai?
Non li hai letti?
No.
E cosa stai leggendo?
Un romanzo solo.. La dismissione di Rea…
Di cosa parla?
Di una fabbrica che chiude…
Bello.
Sì.
Io non ho mai capito una cosa
Dimmi..
Io leggo molto più di te..
Vero.
Però tu scrivi meglio..
Vero.
Vaffan…, però mi chiedo perché…
Questione di fortuna..
Niente altro…
Niente
Pensa che io so scrivere bene, ma non ne ho mai voglia.
Mi fai rabbia…
Non sei il primo..
Ora cosa stai scrivendo?
Niente, proprio..
E non leggi neanche no..
E cosa fai?
Cerco di abbordare qualche ragazza..
E come lo fai?
Le dico che sono uno scrittore..
E loro? Ci cascano
Insomma…
Sai..
Cosa?
Il libro di Scarpa racconta di uno scrittore che va a letto con le lettrici del suo libro..
Bella idea…
Ti lascio andare a cosa stavi facendo..
Niente. Rimani pure….
Volevo dirti, mi voglio mettere a scrivere una storia di pirati..
…
Che te ne pare..
Dipende, le storie sono tutte uguali. E’ la lingua che le salva.
Non è vero, ci sono storie diverse…
Certo. Per quel poco che ho letto se affronti un genere già codificato o hai una lingua … o niente..
Se ti mando le prima pagine me lo correggi?
Sì..
Allora aspetta, le lo invio.. Mi raccomando..
Certo..
E già inviato…
Vado a guardarlo
Ciao
Ciao…
Chiudo la telefonata. E apro il pc.
C’è la sua mail. Messaggio vuoto, vado all’allegato. Leggo. Mi viene da ridere.
“E’ una notte questa che è buia e la tempesta è fragore e sciacquio…” (riporto fedelmente l’inizio) “…John beveva il suo rum e fuori non c’era nessuno; Lui e la luna tagliente ed illuminata…”
E avanti così per 20 pagine, che vi risparmio.
Ho deciso che non farò mai lo scrittore.
Che non farò mai nulla che possa minimamente farmi diventare così. Avrei bisogno di un caffè. O di una vita diversa.
Eppure volevo scrivere qualcosa di interessante.
Me lo ricordo.
Forse.
Della grandezza di chi abbandona e non piange.
Delle assenze trattenute sull’orlo.
Volevo scrivere di come poi la vita non è mai quella che ci piacerebbe.
E invece.
Ho chiuso il file.
E mi sono chiesto perché alle elementari ti insegnano, che basta leggere i libri per imparare a scrivere.
C’è poco spazio qui.
Oggi.
La scrivania è ingombra di appunti. Di fogli. Di cose lasciate a metà.
Sto con le mani a mezz’aria.
Cerco di non trovare niente da dire. Spento.
Laconico. Disadorno.
Come certe piazze, che d’inverno le vedi e ti viene da piangere. Subito.
Ciao
Ciao
Come stai?
Bene
Ci pensi mai alla morte?
No.
Come no.
No non ci penso…
Non è possibile…
Se ci penso mi viene l’angoscia…
Io ci penso sai?
Vedo…
Mi è venuta in mente oggi..
Così?
Sì…
Senza motivo?
Senza nessun motivo…
…
Non dici niente.
La morte è stronza.
Non ti viene in mente altro?
No. Mi sembra di essere stato preciso
Io ho paura..
Daniela..
Ho paura di perdere tutto…
Non ci possiamo fare niente. E’ così. Dannazione…
Perderemo tutto quello che abbiamo..
Sì..
E lo dici così…
Non c’è fuga. Nessuna via di fuga.
Allora vale la pena vivere?
Io non lo so…
Tu non sai mai niente…
…
Non mi parli più?
…
No?
Mi veniva in mente Shakespeare…
E cosa?
Il resto è silenzio…
Il tuo solito Amleto…
Giusto. Il solito…
Abusato..
Vero. Ribadisco la morte è stronza.
Solo questo?
Il resto è silenzio…
E poi si fa zitto tutto. La luce entra dalla finestra. E mi viene la stanchezza di questo. Tutto sommato la vita non ha sbocchi che il proprio sfiorire.
Tutti i fiori che ho sfioriscono.
Tutto è fame di vento.
Vento. Fame. Tutto.
Piazze deserte.
Lascio uno spazio tra le scapole e le reni. Qualcuno è pregato di coprirlo con le coperte.
Forse dopo morti non ci servirà nessuna coperta.
Forse. Dico.
Ma. Non so.
Forse i cani.
Forse i cani avranno certi momenti così. Che ogni cosa ti tocca che ogni cosa ti si imprime a marchio sulla pelle.
Ho un’epidermide fragile.
Forse sarà cellophane.
Credo.
Almeno.
Annuso tutto con discrezione. Sento gli odori di questo giorno che si dilegua. Prende la via e se ne va pure lui pendolare. Abbandona gli abbaini e le finestre. I portoni e i tetti.
Infine i pochi alberi che vedo.
E anche quelli che non ho davanti agli occhi.
Tutto un po’ spegne.
Tutto.
Un po’.
Come una voce che si chiude.
Come un bimbo che si addormenta mentre gioca.
Oggi è un pomeriggio nomale..
Di quelli che assomigliano a certi abiti frusti e lisi, che te li metti per affetto e perché tutto sommato ci stai bene.
E’ una luce trasandata come le camicie che non indosso mai, come i pantaloni che lascio troppo ad asciugare e si rovinano.
E’ un pomeriggio di quiete.
Di assenza.
In cui anche il dolore è sottile come un’unghia.
In cui potresti pure morire e non sarebbe mica così terribile.
Ci sono giorni che il pianto ti rimane in gola, o rimane al limitare degli occhi come un trapezista.
Non cade.
Perché non c’è motivo.
Ma tramonta. Perché se va giù il sole, noi non si può stare troppo diritti.
Ecco. Oggi il sole è.
E’ nel posto dove dovrebbe essere. I cani, anche loro, fanno il loro dovere. Pisciano vicino ai pali della luce.
Mi stupisce. Certo. Mi crea una sorta di imbarazzo quando tutte le cose vanno come devono. Forse mi dovrei mettere le mani dietro la schiena. O forse incrociarle. Sì. Incrociarle dietro la nuca.
Ho fatto la fila in posta e ora prendo il mio caffé.
Cosa pensi? – mi dice lei.
Al fatto che il sole ci sta sopra così – preciso.
E hai deciso di non parlare con nessuno?
Cerco se è possibile di evitare…
Cosa?
Di parlare?
E’ due anni che vieni a questo bar e non ti ho mai visto palare con nessuno
Sono già due anni?
Sì?
Beh tu sei sempre uguale
In che senso?
Rossa e riccia come la prima volta…
Tu sei un po’ ingrassato…
Vero.
Ecco.
Cosa?
Ecco.
Cosa?
Ecco non parli già di nuovo più…
Hai visto hanno messo una bomba al ministero del lavoro…
Non stavamo parlando di questo…
Faccio conversazione…
Perché vuoi essere solo?
Mi porti un’altra brioche?
Si muove da davanti a me. Ha capelli ricci e rossi. E’ alta. Io gli arrivo al bacino. Giusto. E’ molto bella e vitale. MI sorride sempre e mi chiama per nome.
In certi giorni d’autunno con l’acqua che scende giù e tira freddo sentire il tuo nome è già un grammo di salvezza.
Oggi. Però. C’è il sole, che ha deciso di stare come si deve in mezzo. E le piante si godono questo caldo così improvviso come un regalo che non si aspetta.
Oggi è il giorno dei silenzi.
Dove ti è bene startene muto. Di un mutismo che sa dei fiori.
Così è la vita.
Così.
Proprio. E non ci fai nulla. Ti arriva. Ti prende. Ti porta. E ti rilascia.
E tu smetti.
Ti viene bene smettere.
Ogni cosa.
Grazie per la brioche – dico io
Niente, è il mio lavoro.
Pensavo che potremmo – che ne so – baciarci…
Perché scherzi sempre..
Non credi che sia la giornata adatta…
Uno bacia perché è innamorato..
Ah.
Sei stupito?
No.
E perché hai fatto quella faccia?
Mi ero dimenticato perché ci si bacia…
Mi tiro su con le ossa che mi ritrovo con la faccia che mi ha dato in consegna il buon dio e vado a lavoro.
Lei mi fa ciao con la mano.
Io muovo la testa. Come un fiore che l’ha toccato il vento.
ps.
Se questo blog viene pubblicato è grazie a Sara dello staf di tiscali blog. Quindi a lei dedico questa pagina. Grazie