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Archivio Maggio 2004

appunti di presunta leggerezza.

24 Maggio 2004 10 commenti

… mi viene detto di spegnermi
in uno spazio
di ciglia
che rimangono a segnare il tuo viso
sfinito

nel gesto

hai una terra
e di colpo mi fai nube incredula
ora che le tue vene
sanno la santità
dell’acqua.

e
supplico: Che verso ha il tuo sangue?
mentre entri
con gli occhi e le unghie
in me

se mi volto
se mi volto

tu mostrerai la schiena e scenderai giù le scale
come altre volte,

ma

- sarà che mi preme una sconfitta oggi -

la primavera
ci spinge a chiudere le mani a pugno
e a dare un colpo
che inarchi il cielo

tu
tu mi stai intorno come fanno
gli alberi

come i vasi
sul mio balcone dismessi
li bagno
questi dispettosi.

però
fanno l’ombra
ai pochi passeri spauriti dal sole

e io mi sento
di finire nel tuo giaciglio di labbra,
divano
o foresta
incantata,

dormirti
l’ultimo sonno
in parole

come un semplice
grumo, chicco di carne
sorpreso.

lingua madre (riveduta)

18 Maggio 2004 12 commenti

INCIPIT:
Vorrei parlare di mia madre.
Ad invitarmi a questo strambo caso di confessione e di riflessione sono untitled e palmasco che mi hanno lasciato senza parole per la profondità dei loro contributi.
*
Mia madre non ha una lingua. Non le piace scrivere. Né leggere.
Mia madre guarda la tivù. Ma non le soap – o meglio non solo quelle – ma i programmi di cultura. Ne va matta.
Mia madre mi raccontava il vangelo a modo suo. E a modo suo interpretava le cose. Le riscriveva.
Poi ogni tanto mia madre aveva altre parole, il suo dialetto, quando parlava con nonna o con le sue sorelle. Erano parole diverse, piene di “u”, o di suoni che io stentavo a capire come miei.

Con mia madre ci parlavo tanto.
Ora di meno. Il vivere da solo ti crea una spessa coltre di silenzio. La sento al telefono, più volte, ma non è la stessa cosa.
I dialoghi che facciamo hanno più o meno tutti questo tono di surrealità grottesca, che li rendono ?una? voce speciale, che stenta ad essere riprodotta.
Ecco un esempio dei tanti che potrei elencare e far sentire.
Una giornata di maggio. Caldo. Le strade hanno una sostanza densa come una colla, che ti si appiccica al corpo e ti entra dentro nelle ossa. Sono in una libreria, cerco un libro. Anche in questo caso la commessa mi sorride cortese, ma mostrandomi l?ennesimo ?siamo-spiacenti-ma-non-l?abbiamo?. A cui rispondo con un ?grazie-fa-lo-stesso?. Mentre esco, attraversando la porta scorrevole, il telefono mi suona. Guardo il numero. Mia madre.
- Pronto?
- Eh
- Ah.
- Bene?
- Te?
- Sì
- Ah
- Ok?
- Sì
- Ciao
- Ciao.
*

La lingua di mia madre è il corpo, è la presenza scenica nelle cose.
*

Mia madre non mi ha dato una lingua. Mi ha lasciato la strenua libertà di cercarmela, una lingua mia (perché io – mi dice – ho 54 anni e ho vissuto 23 anni in Calabria e il resto qui.), si mia completamente perché nessuno mi ha dato la propria.
No mio padre, che non ama il dialetto, escludendo la sublime arte della bestemmia.
No mia madre, che il suo dialetto è evaporato tra le colline del Monferrato.
No mio nonno paterno, che è morto che manco io ero idea.
No mia nonna paterna, che non mi sta simpatica e non riesco a parlare.
No i miei nonni di materni, che vedo poco e la cui lingua mi sembra un sillabario magico.

Non ho mai avuto una madrelingua.
Ma ho avuto una madre.
E ho una lingua.
*

Quindi. Io vorrei parlare di mia madre come mia lingua.
Cerchiamo di andare con ordine, posto che io ne sia capace. Partiamo dal bereshit.
Io sono uno scrittore.
La patente non è che te la danno, ma più o meno te la prendi sul campo. Scrivi racconti e poesie; scrivi saggi o articoli e vedi che la gente dopo un po’ ti incomincia a dire: Sei uno scrittore.
Quando hai vent’anni ti basta questo, la cosa ti aiuta a vincere le tue timidezze ataviche; ci sono di certo i lati positivi: alcune ragazze ti trovano attraente. Ma le domande finiscono lì.

Ma. C?è sempre un ?ma? grande che ci portiamo appresso.
Quel ?ma? che rende speciale Pinocchio.
Quel ?ma? che è il dubbio.
Quindi c?è un ?ma?.
C’è una cosa che ti turba. Una cosa che non puoi dire alla tua fidanzata che ti dorme affianco, o al tuo amico con cui prima giocavi a calciobalilla e con cui ora bevi un martini freddo. Una cosa che non puoi dire neppure al tuo editore o a coloro che correggono i tuoi racconti, perché è intima e bruciante. Una cosa così dentro di te, che esplode di colpo.
E’ il tema della lingua. Della lingua con cui si scrive.

Da qui è necessario parlare strettamente in prima persona.

E’ questa una cosa tutta interna a me. Ai miei processi creativi. O conoscitivi.
Ho una lingua. Mia. Personale. Screziata. Adorna e disadorna insieme. E’ una lingua che non ho faticato a trovare. E? venuta. Il problema era capire: perché lei avesse scelto me.
Ecco la scelta.
Questo è strano. Comprendere ad un tratto che la lingua, proprio quella di cui sentivi il bisogno, ad un tratto ti appartiene. E? lì. Trovata.
Non pensate che la lingua sia un monolito, perfetta come Minerva uscita dalla testa di Giove. La lingua “muta” e si modifica, soprattutto quando è voce delle cose e delle persone.
E? il suo sottofondo che non cambia. Quello stupore che hanno le parole di mettersi in una curvatura precisa, che dà suono, senso.
*

In tutto questo c’è una cosa che mi turba. La presenza di mia madre. Ogni volta che la lingua, la mia, la sola, con cui potevo scrivere, veniva a visitarmi, lei c’era.
*

Stavo scrivendo la quarta parte del libro. Ero inquieto, perché non avevo idea se il tono fosse quello giusto. Ero alle prese con un momento topico del racconto. Il protagonista deve riflettere su certe “cazzate” che gli vengono in mente, sul fatto che suo nonno è morto, quando lui non era nato, che suo padre ha vissuto da orfano. ect. ect.
In quel mentre mia madre mi chiama. Mi alzo, sbuffo e le dico.
- Sto scrivendo.
- che vuoi che sia…
- Se gli avessero sempre rotto le balle a Pasolini, non avrebbe scritto mai…
- …
- Cosa c’è?…
- Niente volevo che scrivessi di qua…
- Perché?
- Così parliamo un po’…
Ho preso il pc e sono andato in cucina.
(Ecco in questo gesto dello scrivere conta molto il mio personal computer. Io non scrivo a biro sui quaderni o su fogli. Ho quadernetti per scrivere brevi appunti. Una parola. Un suono. Niente di più. Io scrivo al computer. Subito e direttamente.
Ora ho un Mac, bianco bellissimo. Me lo ha regalato mia sorella, quando è andata sposa. Io le ho fatto da testimone e le ho regalato un bellissimo vestito bianco. Quando l?ho vista così fragile in quella stoffa ho pianto e ho deciso che sarebbe stato il mio dono. Lei mi ha regalato il mac bianco, proprio come il suo abito. Mi sono dovuto abituare a questo nuovo compagno. All?inizio ero molto scettico e diffidente; non mi sembrava che le parole e le storie scritte su di lui avessero il medesimo sapore di quelle scritte sull?altro.
Altro mi sembrava meglio.
L?altro era nero. Pensante. Lento. Ci ho scritto sopra la mia tesi e il mio romanzo. Era un vecchio Acer che ha fatto il suo lavoro con dignità e onestà. Ora sta a casa dei miei. Mia madre vorrebbe usarlo: Così imparo a scrivere e navigo su Internet.
Il Nero, come lo chiamo io, ha un solo difetto. Alla sua testiera manca una lettera. Durante una caduta, un tasto è saltato via. All?inizio credevo che questo mi fosse d?impaccio, mentre ho notato che anche questa assenza mi risultava così necessaria.
Quale lettera mancava?
La ?d?, proprio quella di Demetrio. E mi sono detto ecco tradotta in prassi la famosa ricerca di impersonalità.)
Insomma mi sono seduto al tavolo in cucina e mi sono messo a scrivere.
Ad un tratto ho avuto l’impressione di trovare la giusta quadra, quando mia madre, parlando di non so cosa, ha detto: Uno deve raccontare le cose come se fossero appena accadute.
Quella frase mi ha fatto comprendere ciò che volevo scrivere e come.
Scrivere “in ritardo” come se le cose fossero già state. Con quello stupore di trovarsi di fronte a qualcosa di nuovo.
*

Quando ho iniziato il romanzo, ho smesso di scrivere poesie. Basta. Non mi andava. Non trovavo il ritmo. La lingua per dire quello che volevo. Prima ero uno scrittore di poesia, dannatamente aulico, poco incline al pasticcio, al miscuglio. Credevo che la poesia fosse un prezioso e costoso e nobile e, quindi, antiquato intaglio. Avevo il sogno di scrivere come i lirici del 600.
(? a proposito di questo.
Un pensiero va a Franco, il mio vecchio direttore. Ora leggero come i mulini a vento. A lui devo le poche cose che ho imparato del mestiere dello scrivere.
Me lo ricordo pachidermico sulla sua poltrona di pelle, dietro una scrivania complicata di carte e di sigarette. C?era anche mia madre. Sì. L?avevo accompagnata a fare la spesa e poi lei mi aveva detto: Perché non passi a vedere se hanno bisogno di un giornalista.
Ci andai scettico. Eppure ne avevano bisogno.
Durante l?esperienza giornalistica ho perduto l?aureola. La scrittura non ha niente di sacro, non ci vuole né il silenzio né la penna. Basta avere delle cose da dire. Basta avere delle cose ?intelligenti? da dire.
Se uno scrive ? mi diceva Franco ? non scrive per l?anima sua. C?è sempre qualcuno che ti deve leggere. Quando tu scrivi pensa a lui. Non a te. Non a quello che vuoi sentire tu, ma quello che vuol sentire lui.
Oggi io scrivo tutto al pc. Anche la poesia e questo mi ha aiutato a non vedere nei versi qualcosa di splendidamente antiquato e estremamente lontano)
*
Poi l’esperienza della prosa.
Scrivere in prosa è qualcosa che muta i tuoi meccanismi. Accende in te nuove e strane memorie e connessioni. Quella figura del “narratore”, sopita nelle tue ossa, addormentata lì da generazioni e generazioni (i tuoi avi furono cacciatori che tornati dalle battute raccontavano le loro avventure, oppure contadini chiusi nelle stalle ad ammazzare di parole la notte e la noia), prendeva il sopravvento.
Tutto si organizzava in prosa.
Ogni minima espressione.
*
Poi un giorno, fuori piove. E’ un maggio come questo, un maggio di 2 anni fa. Io sono al computer scrivo qualche articolo, è domenica, mia madre si riposa. E’ stanca. Viene nel mio letto e si corica.
- Mi metto un po’ qui ma non dormo
- Fai pure mamma…
Io continuo a scrivere. Di colpo sento un respiro più affannoso del solito, è mia madre che dorme così profondamente da russare.
Di colpo la guardo e incomincio a scrivere questo.

LEI RUSSA CHE SEMBRA QUASI UN ANGELO
Mia madre
sta in equilibrio
tra la pioggia
e il sonno.
I tetti sono rossi
come papaveri
e io scrivo.
Lei dorme
e no sa – con quelle braccia
da pugile
e un cuore leggero
come un panno di seta -
che l’aria si fa acqua
mentre l’erba è grigia
umida.

Io
sono stato un grumo di carne
in quel corpo,
tumore benigno del suo grembo.
Cosa è questa vita che ci rimane?
E lei dorme
in bilico sulle gocce
di pioggia
Io non l’ho mai veduta
così
bella.
E mortale.

E’ un giorno che cade la pioggia
e questa vita
non è pulita come dovrebbe.

Vorrei essere decente
come il suo sonno
come i suoi pensieri.
Poi si sveglia
e guarda,
dice: “Che fai?”
Niente – le dico – niente
pensavo che ero uscito da te,
e che ne è passato di tempo.
Sorride e guarda i gatti
sui tetti
rossi di sangue e pioggia.

C’è un po’ di vento
che tende gli alberi a bandiera,
e il sole a stento ci rimane.
E lei si gira
a dormire ancora,
che tanto la polvere
sui mobili
ritorna.

Vorrei dirle
che non è stato male
uscire da lei,
che questa vita non è poi peggio.
Ma lei
russa che sembra
quasi
un angelo.

consiglio di lettura, risposta, prova di stile.

17 Maggio 2004 3 commenti

non lo so perché lo pubblico, ma vorrei sempre scrivere in questo modo.
(in più è un consiglio di lettura, oltre che una risposta, indiretta, a chi pensa che alla scrittura dei blog o degli articoli non si addica la cura della lingua e dello stile)

L?antieroico partigiano di Fenoglio

Ebbene sì. Ci tocca parlare ancora una volta di questo langarolo scontroso, con la faccia che rassomiglia ad una vigna e che risponde la nome di Beppe e al cognome di Fenoglio. Il testo in questione è un piccolo classico della letteratura italica, il Partigiano Johnny, che, pur non essendo il suo capolavoro (condividiamo in piccolo il giudizio di Calvino sulla supremazia de Una questione privata), rappresenta comunque un unicum nella letteratura del dopoguerra per quel suo pasticcio di lingua e generi, per quel mischiare e far cozzare l?epica della guerra e l?introflessione lirica dei metafisici inglesi.
Se un pregio è da segnalare è che questo libro parla benissimo da sé. Ed questa forse la grandezza di una scrittura, che non si appanna mai, rivelando sentieri tortuosi, che solo un’odierna moderna storiografia incomincia a battere timidamente.
La resistenza come gesto necessario, ma senza eroismi; una lotta partigiana orba di qualsiasi agiografia, ma anzi presentata nella sua nudità.
A incarnare questa imago è Johnny. Vitale quanto dubbioso. Eroico quanto spaventato. Pronto all?azione quanto inetto. Ce lo immaginiamo Johnny, come un bianco principe di Danimarca, più Ettore che Achille, piantato sulle colline tra Alba e Cuneo, alle prese con una cosa da fare assolutamente (la guerra), ma nello stesso tempo circondato da luttuosi presagi.
Si apra a caso il testo, come per gioco, e si legga l?incipit del capitolo 5: ?Erano le quattro pm e Johnny stava sulle alte colline, funeree nella coltre della neve senza più barbagli, come corrotta dall?incipiente dusck da chiazzante lebbra arsenicale?.
Un paesaggio malato, lebbroso e mortifero sul quale Johnny getta il suo sguardo che anatomizza il mondo secondo una sensibilità strenuamente lirica, che dà allo scenario e allo sfondo della azioni partigiane un?aura gnomica e conoscitiva. E i frequenti echi biblici ci danno l?idea che la lotta tra partigiani e nazi-fascsti abbia a che fare con il senso più profondo e nero della vita.
Queste pagine sono sotto il dominio oscuro di un sentimento della morte che è percepita tanto stupida quanto necessaria: ?Senza i morti, i loro e i nostri, nulla avrebbe senso?.
Senza vincitori e vinti questa lotta partigiana rassomiglierebbe più ad una burla del destino. Ecco perché il nemico in Fenoglio è spietato e crudele. Mai deriso. Sempre rispettato. Il male ha un fascino; il malvagio è, per citare un autore che Beppe amava molto, il Milton del Paradise Lost, ?maestoso nella rovina?.
In ultimo ci venga concesso di spendere una parola sulla lingua fenogliana. Sappiamo, lo confessa Fenoglio stesso a Calvino, che il libro venne scrittoprima in inglese e successivamente in italiano. E proprio questo atto crea una mescolanza, una koiné linguistica di pura bellezza. Eccone alcuni estratti. ?La notte precipitava: right sul paese era un inconsutile velo nero??. ?Con gli occhi fissi alla lontananza madreperlacea, all?alto cielo che doveva sovrastare la battaglia, testimone in omertà, essi ascoltarono a lungo?. ?Dopo un regno di caotica nuvolaglia, il sole quanto mai lontano stava compiendo immani sforzi per conferire una goccia di luce a questo disgraziato suo figlio di giorno?. Ci si perdoni questo catalogo dappoco, ma è pur sempre un?idea della bellezza di testo che colpisce ad ogni lettura. Come uno schiaffo ben dato. Come una folata di neve. Come un sorriso che manco ti aspetti.

un anno dopo. preciso come un occhio.

13 Maggio 2004 6 commenti

Atto IV, scena 4

(A Torino ha spiovuto ora. Appena. E’ una sera di un blu carico. Nubi e lampioni hanno una consistenza di stoffa cucita su palazzi impauriti come bimbi dopo il temporale. Da qualche parte le vertebre suonano all’aria aperta. Lei gli è affianco rossa e riccia.)
- Il cinese mi piace sempre.
- Ne avevo voglia anch’io…
- …
- Sai?
- Cosa?
- Pensavo che un anno fa eri lì
- Dove?
- Al salone
- Vero…
- …
- Lo trovi così strano?
- E’ che quando sto con te non penso che tu abbia scritto tutte quelle cose, non penso che tu scriva.
- No?
- No.
- Non ho la postura dello scrittore?
- No
- E quale ho?
- La tua
- Ma io scrivo
- Lo so, ma…
- Ma…
- Ad esempio quando mi chiedono che lavoro fai, io sono in difficoltà
- ?
- Non so, dire alla gente che scrivi libri e saggi..
- Strano?
- Sì
- Beh un po’ è vero
- Ad esempio prendi quella ragazza..
- Quale. la laureanda?
- Lei
- Che ha fatto?
- Niente. Ma insomma per lei tu sei uno scrittore, uno studioso esperto di una materia, così riconosciuto – almeno qui nel piccolo di Torino – che lei ti scrive per avere da te consulenze e pareri.
- “sono una celebrità”
- Per lei, sì
- E per te?
- Per me sei Demetrio
- Meglio
- Lo credi?
- Sì
(la macchina intanto scivola via lungo le strade notturne. Torino è una bellezza di transito, devi guardarla mentre sparisce. I suoi palazzi, le sue prospettive geometriche, tutto indica un punto più in là. E in quel punto forse la porta degli inferi, lo Scheol, l’Ade, i Campi Elisi sono l’unico pertugio. Demetrio pensa che le cose sono ben complicate, ma nello stesso tempo fascinose, quando gli squilla il telefono).
- Pronto…
- Sono io…
- Ciao Antonio
- Come stai?
- Bene, e tu?
- Bene…
- …
- sono qui con i bambini
(Demetrio sente precisamente il rumore di Irene e Emanuele, che leggeri saltano sul divano e guardano i cartoni animati)
- Sei accompagnato?
- Sì
- Allora ci sentiamo in un altro momento
- No, Antonio fai pure…
- Volevo darti una notizia
- Quale?
- Ho finito di leggere il tuo libro…
- …
- Lo so, è passato un anno, ma ci sono riuscito…
- Antonio, grazie…
- Tu sai…
- …
(Demetrio torna indietro al liceo. Alla quarta. Lui era un ragazzo scavezza collo, che studiava il giusto. Antonio era il suo compagno di banco, che una merda di malattia aveva ridotto a non avere neppure la forza di leggere. Demetrio si ricorda i giorni passati a leggere all’amico la lezione di storia o quella di letteratura italiana.)
- …
- Antonio, lo so.
- Sai cosa ho fatto?
- No.
- Silvia…
- Cosa?
- Beh, lei ha registrato il tuo libro su una cassetta. Poi mentre andavo in macchina, l’autoradio me lo leggeva…
- Quindi l’hai ascoltato?
- Sì
- …
- …
- Hai sentito il ritmo omerico?…
- Beh. Devo farti i complimenti…
- …
- Adesso, Silvia mi ha registrato un altro testo…
- cosa?
- Mah, un saggio sui bambini..
- …
- ma..
- ma cosa?
- Non mi piace, dopo un po’ mi giro a guardare i cartelloni pubblicitari.
- Con il mio?
- No. Non capitava…
- Grazie Antonio…
(la notte ora è veramente capofitta con la testa infilata nel ventre della città.)
- Ora ti lascio andare.
- Antonio mi ha fatto piacere…
- …
- …
- Beh volevo dirtelo
- Sei stato gentile..
- Ci ho messo un po’
- L’importante è che l’hai letto…
- …
- …
- posso dirti una cosa?
- cosa?
- Ma chi è quella con cui hai fatto sesso nel libro?
- Antonio…
- Dimmi.
- Me la sono inventata…
- …
- ci vuole pure un po’ di fantasia.
- Fiction?
- Proprio lei.
- Ora vado che i bimbi mi reclamano
- Ciao
- Ciao.
(la telefonata finisce con un clic sonoro come un schiocco di labbra.)
- Hai sentito?
- Sì…
- …
- E’ una bella cosa
- …
- …
- …
(Demetrio guarda fuori. Certe volte l’amore è una cura che ti lascia senza parole. Muto come una nube, proprio come quella, che ora sta all’angolo retto di una stella)

il perfido saladino di un paese monferrino.

6 Maggio 2004 12 commenti

Le panchine davanti alla Colomba sono bianche, le hanno verniciate ieri. Quindi oggi ci possiamo mettere i piedi sopra.
E’ notte.
E’ maggio.
Siamo qualcuno che si sgranocchia una granatina al limone.
Saranno le 22 quando se ne esce fuori.
Chi? Beh. Lo Stefano esce da casa sua. Lo dovreste vedere bardato da sceicco arabo. Ha persino le scarpe con la punta all’insù.

- E’ pazzo. Dicono
- Sarà che non gliela danno più
- Beh lo saremmo tutti allora.
- …
- E cosa è allora?
- E’ che è pazzo.
- …
- Se lo racconti nessuno ti crede

(Stefano è il macellaio. Taglia filetti e contro filetti. Ha sempre il grembiule sporco di sangue, ma sorride e ha uno sguardo mite. Mite come gli animali che ammazza.
Il mattatoio è proprio sotto casa mia ora è in disuso. Ma una volta i lamenti, i muggiti riempivano la strada che va giù verso i campi e si perde negli orti.
Avrò avuto otto anni ed era estate. Io giocavo sopra in cortile, quando ho sentito arrivare il camion. Ero sceso di sotto. Lui era lì. Aveva portato la “bestia” (come la chiamano qui) da macellare.
Era enorme. Anche lui era enorme.
Stefano mi aveva visto.
- Che ci fai qui?
- Volevo vedere?
- Cosa?
- Cosa fai
- Non hai paura?
- Un po’…
- e allora perché?
- … volevo vedere…
- Però stai lontano. Mi raccomando
La mia testa accennò un sì. L?animale si era impuntato. Non voleva andare, aveva ancora del fieno sul manto, e una schiena poderosa. Stefano la picchiò con forza, la mucca muoveva il muso a destra e a sinistra, era bendata, perché non riusciva a capire da dove arrivassero le scudisciate. Dei colpi fortissimi, dati con una logica, e poco per volta entrarono entrambi nel mattatoio.
Il resto del ricordo è confuso. Il colpo di pistola. Lo squartamento. I tagli. La carcassa appesa e ancora gocciolante.
Mi sgomentò il silenzio. Stefano non aveva detto una parola. Lui e il suo aiutante facevano tutto come da copione. Come un rito. Zitti e muti.
Mi veniva in mente la messa, che sai già come va a finire, eppure ti stupisci ogni volta.
Finito. Stefano lavava tutto con un getto d’acqua fortissimo. Il sangue correva grigio e annacquato verso un tombino, vicino ai miei piedi. Lui fischiettava ora.
- Domani avrai le fettine più buone…
- Le prendi da lì?
- Sì
- Allora non le mangio…
- ehehehe
Aveva riso come solo chi conosce bene il cuore e lo stomaco degli uomini.
Questa però è un’altra storia.)

Infatti ora lui sta salendo le scale del Castello, per andare nella piazza di sopra. Da quando l’ha lasciato la moglie è un po’ tocco. Certo. Però tutti ridiamo nel vederlo andare trazzato in ?sto modo.
Poi fa il giro e ritorna da noi. Seduti.
- Ragazzi sono un uomo ricco
- Beh siamo felici per te…
- Ogni tanto bisogna fare una pazzia
- Giusto…
- State bravi e non fate arrabbiare le vostre ragazze…
- Bene.

La mattina dopo c’era uno strano fremere in giro.
Dicono che Stefano è sparito. Scappato. Fuggito. Si era fatto prestare un bel po’ di soldi da tutti i commercianti del paese, che essendo amici non ci avevano neppure pensato su. E poi lui aveva fatto la formica e aveva raccolto le gentili donazioni ed era scomparso. Si diceva che la donna delle pulizie era entrata e in casa sua non aveva trovato neppure i mobili.
Solo un materasso e una sedia, dove c’era un bigliettino con scritto: “non cercatemi, tornerò quando non ne avrò più”.

Quando me lo raccontarono, sorrisi e dissi che ci aveva presi per coglioni tutti. Ma lo invidiavo, perché mollare e sparire è una gran cosa.

frammenti di dialogo dis-amoroso.

5 Maggio 2004 4 commenti

- …
- …
- …
- …
- …
- …
- …
- …
- …
- perché sei muto?
- …
- Perché?
- …
- Non hai niente da dirmi
- …
- …
- No.
- Ma come?
- No.
- …
- E no.
- Come?
- Sai quando non hai più fiato?
- Sì
- Ecco.
- Cosa?
- La medesima per me. Niente fiato
- …
- …
- Forse è arrivato il momento di starsene zitti
- Dici?
- Dico
- …
- …
- Bene.
- Bene.
- Buona notte
- Notte.

Poi?
Poi ognuno si gira dalla sua, e si dorme schiena contro schiena fino alla mattina seguente.