Archivio

Archivio 17 Maggio 2004

consiglio di lettura, risposta, prova di stile.

17 Maggio 2004 3 commenti

non lo so perché lo pubblico, ma vorrei sempre scrivere in questo modo.
(in più è un consiglio di lettura, oltre che una risposta, indiretta, a chi pensa che alla scrittura dei blog o degli articoli non si addica la cura della lingua e dello stile)

L?antieroico partigiano di Fenoglio

Ebbene sì. Ci tocca parlare ancora una volta di questo langarolo scontroso, con la faccia che rassomiglia ad una vigna e che risponde la nome di Beppe e al cognome di Fenoglio. Il testo in questione è un piccolo classico della letteratura italica, il Partigiano Johnny, che, pur non essendo il suo capolavoro (condividiamo in piccolo il giudizio di Calvino sulla supremazia de Una questione privata), rappresenta comunque un unicum nella letteratura del dopoguerra per quel suo pasticcio di lingua e generi, per quel mischiare e far cozzare l?epica della guerra e l?introflessione lirica dei metafisici inglesi.
Se un pregio è da segnalare è che questo libro parla benissimo da sé. Ed questa forse la grandezza di una scrittura, che non si appanna mai, rivelando sentieri tortuosi, che solo un’odierna moderna storiografia incomincia a battere timidamente.
La resistenza come gesto necessario, ma senza eroismi; una lotta partigiana orba di qualsiasi agiografia, ma anzi presentata nella sua nudità.
A incarnare questa imago è Johnny. Vitale quanto dubbioso. Eroico quanto spaventato. Pronto all?azione quanto inetto. Ce lo immaginiamo Johnny, come un bianco principe di Danimarca, più Ettore che Achille, piantato sulle colline tra Alba e Cuneo, alle prese con una cosa da fare assolutamente (la guerra), ma nello stesso tempo circondato da luttuosi presagi.
Si apra a caso il testo, come per gioco, e si legga l?incipit del capitolo 5: ?Erano le quattro pm e Johnny stava sulle alte colline, funeree nella coltre della neve senza più barbagli, come corrotta dall?incipiente dusck da chiazzante lebbra arsenicale?.
Un paesaggio malato, lebbroso e mortifero sul quale Johnny getta il suo sguardo che anatomizza il mondo secondo una sensibilità strenuamente lirica, che dà allo scenario e allo sfondo della azioni partigiane un?aura gnomica e conoscitiva. E i frequenti echi biblici ci danno l?idea che la lotta tra partigiani e nazi-fascsti abbia a che fare con il senso più profondo e nero della vita.
Queste pagine sono sotto il dominio oscuro di un sentimento della morte che è percepita tanto stupida quanto necessaria: ?Senza i morti, i loro e i nostri, nulla avrebbe senso?.
Senza vincitori e vinti questa lotta partigiana rassomiglierebbe più ad una burla del destino. Ecco perché il nemico in Fenoglio è spietato e crudele. Mai deriso. Sempre rispettato. Il male ha un fascino; il malvagio è, per citare un autore che Beppe amava molto, il Milton del Paradise Lost, ?maestoso nella rovina?.
In ultimo ci venga concesso di spendere una parola sulla lingua fenogliana. Sappiamo, lo confessa Fenoglio stesso a Calvino, che il libro venne scrittoprima in inglese e successivamente in italiano. E proprio questo atto crea una mescolanza, una koiné linguistica di pura bellezza. Eccone alcuni estratti. ?La notte precipitava: right sul paese era un inconsutile velo nero??. ?Con gli occhi fissi alla lontananza madreperlacea, all?alto cielo che doveva sovrastare la battaglia, testimone in omertà, essi ascoltarono a lungo?. ?Dopo un regno di caotica nuvolaglia, il sole quanto mai lontano stava compiendo immani sforzi per conferire una goccia di luce a questo disgraziato suo figlio di giorno?. Ci si perdoni questo catalogo dappoco, ma è pur sempre un?idea della bellezza di testo che colpisce ad ogni lettura. Come uno schiaffo ben dato. Come una folata di neve. Come un sorriso che manco ti aspetti.