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Archivio 18 Maggio 2004

lingua madre (riveduta)

18 Maggio 2004 12 commenti

INCIPIT:
Vorrei parlare di mia madre.
Ad invitarmi a questo strambo caso di confessione e di riflessione sono untitled e palmasco che mi hanno lasciato senza parole per la profondità dei loro contributi.
*
Mia madre non ha una lingua. Non le piace scrivere. Né leggere.
Mia madre guarda la tivù. Ma non le soap – o meglio non solo quelle – ma i programmi di cultura. Ne va matta.
Mia madre mi raccontava il vangelo a modo suo. E a modo suo interpretava le cose. Le riscriveva.
Poi ogni tanto mia madre aveva altre parole, il suo dialetto, quando parlava con nonna o con le sue sorelle. Erano parole diverse, piene di “u”, o di suoni che io stentavo a capire come miei.

Con mia madre ci parlavo tanto.
Ora di meno. Il vivere da solo ti crea una spessa coltre di silenzio. La sento al telefono, più volte, ma non è la stessa cosa.
I dialoghi che facciamo hanno più o meno tutti questo tono di surrealità grottesca, che li rendono ?una? voce speciale, che stenta ad essere riprodotta.
Ecco un esempio dei tanti che potrei elencare e far sentire.
Una giornata di maggio. Caldo. Le strade hanno una sostanza densa come una colla, che ti si appiccica al corpo e ti entra dentro nelle ossa. Sono in una libreria, cerco un libro. Anche in questo caso la commessa mi sorride cortese, ma mostrandomi l?ennesimo ?siamo-spiacenti-ma-non-l?abbiamo?. A cui rispondo con un ?grazie-fa-lo-stesso?. Mentre esco, attraversando la porta scorrevole, il telefono mi suona. Guardo il numero. Mia madre.
- Pronto?
- Eh
- Ah.
- Bene?
- Te?
- Sì
- Ah
- Ok?
- Sì
- Ciao
- Ciao.
*

La lingua di mia madre è il corpo, è la presenza scenica nelle cose.
*

Mia madre non mi ha dato una lingua. Mi ha lasciato la strenua libertà di cercarmela, una lingua mia (perché io – mi dice – ho 54 anni e ho vissuto 23 anni in Calabria e il resto qui.), si mia completamente perché nessuno mi ha dato la propria.
No mio padre, che non ama il dialetto, escludendo la sublime arte della bestemmia.
No mia madre, che il suo dialetto è evaporato tra le colline del Monferrato.
No mio nonno paterno, che è morto che manco io ero idea.
No mia nonna paterna, che non mi sta simpatica e non riesco a parlare.
No i miei nonni di materni, che vedo poco e la cui lingua mi sembra un sillabario magico.

Non ho mai avuto una madrelingua.
Ma ho avuto una madre.
E ho una lingua.
*

Quindi. Io vorrei parlare di mia madre come mia lingua.
Cerchiamo di andare con ordine, posto che io ne sia capace. Partiamo dal bereshit.
Io sono uno scrittore.
La patente non è che te la danno, ma più o meno te la prendi sul campo. Scrivi racconti e poesie; scrivi saggi o articoli e vedi che la gente dopo un po’ ti incomincia a dire: Sei uno scrittore.
Quando hai vent’anni ti basta questo, la cosa ti aiuta a vincere le tue timidezze ataviche; ci sono di certo i lati positivi: alcune ragazze ti trovano attraente. Ma le domande finiscono lì.

Ma. C?è sempre un ?ma? grande che ci portiamo appresso.
Quel ?ma? che rende speciale Pinocchio.
Quel ?ma? che è il dubbio.
Quindi c?è un ?ma?.
C’è una cosa che ti turba. Una cosa che non puoi dire alla tua fidanzata che ti dorme affianco, o al tuo amico con cui prima giocavi a calciobalilla e con cui ora bevi un martini freddo. Una cosa che non puoi dire neppure al tuo editore o a coloro che correggono i tuoi racconti, perché è intima e bruciante. Una cosa così dentro di te, che esplode di colpo.
E’ il tema della lingua. Della lingua con cui si scrive.

Da qui è necessario parlare strettamente in prima persona.

E’ questa una cosa tutta interna a me. Ai miei processi creativi. O conoscitivi.
Ho una lingua. Mia. Personale. Screziata. Adorna e disadorna insieme. E’ una lingua che non ho faticato a trovare. E? venuta. Il problema era capire: perché lei avesse scelto me.
Ecco la scelta.
Questo è strano. Comprendere ad un tratto che la lingua, proprio quella di cui sentivi il bisogno, ad un tratto ti appartiene. E? lì. Trovata.
Non pensate che la lingua sia un monolito, perfetta come Minerva uscita dalla testa di Giove. La lingua “muta” e si modifica, soprattutto quando è voce delle cose e delle persone.
E? il suo sottofondo che non cambia. Quello stupore che hanno le parole di mettersi in una curvatura precisa, che dà suono, senso.
*

In tutto questo c’è una cosa che mi turba. La presenza di mia madre. Ogni volta che la lingua, la mia, la sola, con cui potevo scrivere, veniva a visitarmi, lei c’era.
*

Stavo scrivendo la quarta parte del libro. Ero inquieto, perché non avevo idea se il tono fosse quello giusto. Ero alle prese con un momento topico del racconto. Il protagonista deve riflettere su certe “cazzate” che gli vengono in mente, sul fatto che suo nonno è morto, quando lui non era nato, che suo padre ha vissuto da orfano. ect. ect.
In quel mentre mia madre mi chiama. Mi alzo, sbuffo e le dico.
- Sto scrivendo.
- che vuoi che sia…
- Se gli avessero sempre rotto le balle a Pasolini, non avrebbe scritto mai…
- …
- Cosa c’è?…
- Niente volevo che scrivessi di qua…
- Perché?
- Così parliamo un po’…
Ho preso il pc e sono andato in cucina.
(Ecco in questo gesto dello scrivere conta molto il mio personal computer. Io non scrivo a biro sui quaderni o su fogli. Ho quadernetti per scrivere brevi appunti. Una parola. Un suono. Niente di più. Io scrivo al computer. Subito e direttamente.
Ora ho un Mac, bianco bellissimo. Me lo ha regalato mia sorella, quando è andata sposa. Io le ho fatto da testimone e le ho regalato un bellissimo vestito bianco. Quando l?ho vista così fragile in quella stoffa ho pianto e ho deciso che sarebbe stato il mio dono. Lei mi ha regalato il mac bianco, proprio come il suo abito. Mi sono dovuto abituare a questo nuovo compagno. All?inizio ero molto scettico e diffidente; non mi sembrava che le parole e le storie scritte su di lui avessero il medesimo sapore di quelle scritte sull?altro.
Altro mi sembrava meglio.
L?altro era nero. Pensante. Lento. Ci ho scritto sopra la mia tesi e il mio romanzo. Era un vecchio Acer che ha fatto il suo lavoro con dignità e onestà. Ora sta a casa dei miei. Mia madre vorrebbe usarlo: Così imparo a scrivere e navigo su Internet.
Il Nero, come lo chiamo io, ha un solo difetto. Alla sua testiera manca una lettera. Durante una caduta, un tasto è saltato via. All?inizio credevo che questo mi fosse d?impaccio, mentre ho notato che anche questa assenza mi risultava così necessaria.
Quale lettera mancava?
La ?d?, proprio quella di Demetrio. E mi sono detto ecco tradotta in prassi la famosa ricerca di impersonalità.)
Insomma mi sono seduto al tavolo in cucina e mi sono messo a scrivere.
Ad un tratto ho avuto l’impressione di trovare la giusta quadra, quando mia madre, parlando di non so cosa, ha detto: Uno deve raccontare le cose come se fossero appena accadute.
Quella frase mi ha fatto comprendere ciò che volevo scrivere e come.
Scrivere “in ritardo” come se le cose fossero già state. Con quello stupore di trovarsi di fronte a qualcosa di nuovo.
*

Quando ho iniziato il romanzo, ho smesso di scrivere poesie. Basta. Non mi andava. Non trovavo il ritmo. La lingua per dire quello che volevo. Prima ero uno scrittore di poesia, dannatamente aulico, poco incline al pasticcio, al miscuglio. Credevo che la poesia fosse un prezioso e costoso e nobile e, quindi, antiquato intaglio. Avevo il sogno di scrivere come i lirici del 600.
(? a proposito di questo.
Un pensiero va a Franco, il mio vecchio direttore. Ora leggero come i mulini a vento. A lui devo le poche cose che ho imparato del mestiere dello scrivere.
Me lo ricordo pachidermico sulla sua poltrona di pelle, dietro una scrivania complicata di carte e di sigarette. C?era anche mia madre. Sì. L?avevo accompagnata a fare la spesa e poi lei mi aveva detto: Perché non passi a vedere se hanno bisogno di un giornalista.
Ci andai scettico. Eppure ne avevano bisogno.
Durante l?esperienza giornalistica ho perduto l?aureola. La scrittura non ha niente di sacro, non ci vuole né il silenzio né la penna. Basta avere delle cose da dire. Basta avere delle cose ?intelligenti? da dire.
Se uno scrive ? mi diceva Franco ? non scrive per l?anima sua. C?è sempre qualcuno che ti deve leggere. Quando tu scrivi pensa a lui. Non a te. Non a quello che vuoi sentire tu, ma quello che vuol sentire lui.
Oggi io scrivo tutto al pc. Anche la poesia e questo mi ha aiutato a non vedere nei versi qualcosa di splendidamente antiquato e estremamente lontano)
*
Poi l’esperienza della prosa.
Scrivere in prosa è qualcosa che muta i tuoi meccanismi. Accende in te nuove e strane memorie e connessioni. Quella figura del “narratore”, sopita nelle tue ossa, addormentata lì da generazioni e generazioni (i tuoi avi furono cacciatori che tornati dalle battute raccontavano le loro avventure, oppure contadini chiusi nelle stalle ad ammazzare di parole la notte e la noia), prendeva il sopravvento.
Tutto si organizzava in prosa.
Ogni minima espressione.
*
Poi un giorno, fuori piove. E’ un maggio come questo, un maggio di 2 anni fa. Io sono al computer scrivo qualche articolo, è domenica, mia madre si riposa. E’ stanca. Viene nel mio letto e si corica.
- Mi metto un po’ qui ma non dormo
- Fai pure mamma…
Io continuo a scrivere. Di colpo sento un respiro più affannoso del solito, è mia madre che dorme così profondamente da russare.
Di colpo la guardo e incomincio a scrivere questo.

LEI RUSSA CHE SEMBRA QUASI UN ANGELO
Mia madre
sta in equilibrio
tra la pioggia
e il sonno.
I tetti sono rossi
come papaveri
e io scrivo.
Lei dorme
e no sa – con quelle braccia
da pugile
e un cuore leggero
come un panno di seta -
che l’aria si fa acqua
mentre l’erba è grigia
umida.

Io
sono stato un grumo di carne
in quel corpo,
tumore benigno del suo grembo.
Cosa è questa vita che ci rimane?
E lei dorme
in bilico sulle gocce
di pioggia
Io non l’ho mai veduta
così
bella.
E mortale.

E’ un giorno che cade la pioggia
e questa vita
non è pulita come dovrebbe.

Vorrei essere decente
come il suo sonno
come i suoi pensieri.
Poi si sveglia
e guarda,
dice: “Che fai?”
Niente – le dico – niente
pensavo che ero uscito da te,
e che ne è passato di tempo.
Sorride e guarda i gatti
sui tetti
rossi di sangue e pioggia.

C’è un po’ di vento
che tende gli alberi a bandiera,
e il sole a stento ci rimane.
E lei si gira
a dormire ancora,
che tanto la polvere
sui mobili
ritorna.

Vorrei dirle
che non è stato male
uscire da lei,
che questa vita non è poi peggio.
Ma lei
russa che sembra
quasi
un angelo.