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Archivio Luglio 2004

un gesto repentino del cuore

29 Luglio 2004 4 commenti

Per arrivarci, dico, per arrivarci ai giardini in questo paesotto, un’escrescenza abitativa di Torino, devi fare attenzione a non perderti per i sensi unici che finiscono per farti girare in tondo. Alla fine, comunque, la macchina si trova a suo agio in un posteggio poco discosto.
I palazzi sono alveari e la gente sta fuori, prende l’aria sui balconi.
Gli uomini indossano pantaloni corti e canottiere bianche. Le donne, invece, stanno appoggiate con i gomiti sulle ringhiere. Quasi a sporgersi, come se potessero smuovere l’immobilità estiva.
Il ring è infilato in questo giardinetto di periferia, quindi.
Tra degli alberi, un parco giochi per bimbi, un po’ di parto striminzito e un chiosco bar. La musica è già assordante. Il quadrato da combattimento si alza di un buon metro rispetto al resto, ed è cintato da nastri di sicurezza, rossi e bianchi.
Sembra un castello.
C’è della gente. Ci sono anche dei bimbi.
Vado al bar, la cassiera è gentile, sorride.
- Desideri?
- Io?
- Sì
- Ah
- Cosa?
- Pensavo di essere passato davanti a qualcuno
- No, tocca a te
- Non so
- Cosa?
- Cosa prendere, cosa mi consiglia la casa?
-
- Beh, faccio da solo, un bacardi breezer
- Sono due euro e ottanta

La gente incomincia a pigiare carne contro carne. Sudori e pance.
Mi colpiscono sempre le facce dei pugili, sgraziate e sghembe eppure bellissime. Modellate da colpi di pugno, da nocche che impattano su zigomi o arcate sopraccigliari. Stupisce anche la bellezza struggente, perché ormai rassegnata, delle “ring girl”, ragazze che fanno un giro per il quadrato tra un round e l’altro.
Le riconosci subito, quando arrivi. Sono quelle più carine e truccate dell’interno ambaradan. Ma nello stesso tempo hanno negli occhi un sentimento di noia e sconfitta, che le rende paradossali. Mi incanto a guardale, mentre sono così, che aspettano di salire.
Risultano invece volgari, quando varcano le tre corde.
Ammiccano, sculettano e si godono le due parole di apprezzamento pensante.

Il bacardi è abbastanza fresco, ma è fuori luogo.
La gente che piglia e dà pugni ama la birra – mi penso mentre cammino.

Vado a prendermi il programma di questa – che se non fosse per quel quadrato illuminato da 4 faretti – sarebbe una scadente festa patronale.
Leggo gli incontri.
Io amo i pesi massimi. Gugliemo S. (110 kg) contro Antono F. (110 kg). Leggo il loro curriculum di battaglia. Guglielmo ha combattuto 10 incontri, vinti tutti 9 prima del limite. Antonio F. è al suo primo incontro.
Questa cosa mi incuriosisce.
Vado dietro tra gli atleti, mi fermo a chiacchierare con un tipico peso leggero
- Chi è Guglielmo S?
- Sei un giornalista?
- Sì
- Guglielmo è quello
E mi indica un uomo, sui 25 anni, alto 2 metri, muscoloso. Vichingo. Capelli biondi lunghi tenuti da un nastro. In deroga a qualsiasi legge di gravità, salta alla corda con una leggerezza improbabile.

- E Antonio F?
-
-
Il peso leggero scoppia a ridere.
- Scusa
- Certo
- Ma Antonio è un po’ lo zimbello della palestra
- Ah
-
- Ma chi è?
- Quello

Lo vedo seduto su una sedia di plastica. Come se fosse sospeso.
Antonio porta i suoi 110 kg in un corpo altro un metro e 70 scarso. Non ha un filo di muscolo.

- Perché è lo zimbello?
- Niente..
- Dimmelo..
- Non è capace a tirare, ma si è messo a fare questo sport 5 anni fa
- Come mai?
- Voleva imparare a picchiare un tipo che faceva la corte a sua moglie..
-
- Lui ha continuato a venire in palestra e lei se ne è andata
-
- Ora ha 45 anni e vorrebbe combattere
- Ma il suo avversario è più giovane e più forte..
- L’hanno fatto apposta, così gli passa la voglia..
- Capisco..
Lascio il peso leggero al suo riscaldamento, e vado verso Antonio. Butto la bottiglia nel cestino e mi siedo accanto.
- Antonio?
- Sì
- Io sono un giornalista
-
Mugugna qualcosa intanto che si stringe le fasce alle mani, prima di mettersi i guantoni.
Sta tenace nel suo silenzio. Ha gambe tozze e braccia altrettanto possenti. Ha un viso gentile. Mite.
- Antonio, ti posso fare qualche domanda?
- Perché?
- Sto facendo un servizio per un giornale..
-
-
-
- Allora?
- Chiedimi
- Vorrei sapere perché combatti
- Mi va
- Tutto qui?
- Non ho nient’altro da fare. E finito di lavorare vado in palestra..
-
- E poi mi è venuta voglia di vedere cosa so fare in un ring
- Cosa pensi del tuo avversario?
- E’ bravo, molto..
-
- Io dovrò accorciare le misure, lui tenterà di tenermi a distanza, ma io devo accorciare, lui ha un allungo terribile..
- E’ quasi 30 centimetri più di te
- Ecco, per questo io legherò e colpirò alla figura.
- In bocca al lupo allora
- Grazie, veramente scriverai di me?
- Sì.
- Perché?
- Mi va

Sono a bordo ring. Il presentatore li chiama. All’angolo rosso per il peso di 110 kg Antonio F. All’angolo blu per il peso di 110 kg Guglielmo S.. Salgono, i secondi gli mettono i paradenti, e il casco. L’arbitro, un uomo piuttosto belloccio e abbronzato, controlla i guantoni. E’ tutto in regola.
Li fa venire al centro del tappeto, e dice: Boxe.
Inizia.
Antonio cerca subito di mettere in pratica la sua tattica, lega e cerca di accorciare le distanze. Porta dei colpi alla figura. Qualche montante, qualche colpo ai fianchi. Ma il vichingo si toglie subito dalla morsa. E’ fresco. Saltella sulle punte. Antonio invece tiene le suole appiccicate. Avanza con piccoli passi, ma l’altro lo brucia con l’allungo, un jeb destro, un sinistro. Prova il gancio, ma Antonio si chiude. E resiste. Porta la guardia più alta e incassa una serie di colpi a due mani davvero prepotente.
Ritirati.
Vai a casa.
Guardate ciccio.
La gente intorno a me sorride. Sghignazza. Lo prende in burla.
Ma il gong del primo round consegna Antonio al suo angolo. Sputa l’acqua bevuta e si sciacqua la faccia. Non ascolta neanche quello che il suo secondo gli dice.
Secondo round. E Antonio è in centro ring. Ci prova a colpire, ma l’altro è molto rapido, schiava due o tre colpi. Dal parterre la gente rumoreggia e sorride. Antonio non ha nessuna grazia. Il suo corpo è floscio, e fermo. Non c’è il guizzo che intravedi in Guglielmo, quando carica il sinistro.
Questa volta però, il biondo va fuori misura e Antonio colpisce bene. Destro. Destro. Sinistro. Destro. Ma va a vuoto con il sinistro definitivo.
Così Antonio si apre, rimane sguarnito. E Guglielmo lo colpisce. In pieno viso una volta. Poi un’altra. E una terza che incoccia con il mento.
L’arbitro arriva e divide i due.
Antonio ha una ferita al sopracciglio destro e al labbro inferiore. Perde sangue, che rossastro si ferma in mezzo al petto.
Antonio batte i guantoni, dice che può andare avanti.
Anche il pubblico sta in silenzio.
L’arbitro chiama il dottore, che sale sul ring. E fa un gesto con la testa e con le mani a significare:
Niente. Si chiude.
I due sono al centro. E l’arbitro alza il braccio al biondo.
Antonio scende dal ring.
Il dottore gli sta curando le ferite. Io sono lì vicino.
I due parlottano.
- Ne ha prese
- Sì, ne ho prese, ma ne ho anche date.

La sera si è fatta fresca e bella. E quest’uomo beve un po’ acqua, e fa fina di niente e anche se gli duole il labbro, sorride.

corollario a le rose torneranno a fare il loro lavoro a maggio prossimo

27 Luglio 2004 5 commenti

Untitled mi chiedeva: “E le rose? e le rose?”. Perché lei è così, e legge sempre i post dal verso giusto (a conferma di questo, vedi qui).

A lei dedico questo corollario al post precedente
(e ho pensato che l’unica risposta possibile fosse per versicoli, pensando a guidogozzano – celan – angelo selesio)

le rose faranno cespugli.

e rosai
roseti.

e poi faranno corona

intorno agli occhi

e
si
chiuderanno

come le labbra

a
sigillare il silenzio

poi
un bimbo dirà: – ho gli spini nel dito

e sorrideremo

fino alla prossima.
Fino
alla
prossima

le rose torneranno a fare il loro lavoro a maggio prossimo

26 Luglio 2004 7 commenti

Il balcone è esposto al sole. Ci batte per tutto il giorno, e mia sorella non sopporta questo caldo. Così se ne sta all’ombra dentro, come una talpa. Io e mia madre stiamo fuori. Accatastati su scomode poltroncine di vimini, intrecciamo le cipolle.
Bisogna essere in due. Uno tiene il mazzetto di cipolle, sei o sette, l’altro prende i ciuffi e li intreccia. Poi si prende lo spago trasparente e le si legano strette.
Noi facciamo così, mentre Sonia sente musica.
Mia madre vorrebbe De André
Io una tarantella.
Mia sorella sceglie Bersani, “perché fa fine e non impegna”.

- Una tarantella ci stava meglio. Dico.
- Perché? Fa mia madre
- Perché
- Perché?
- Mi sa di cosa del sud intrecciare le cipolle, e la tarantella mi sembrava una giusta colonna sonora..
- Però siamo al nord…
- Sì
- Intrecciare le cipolle non è cosa da nord o sud. E’ cosa da fare.

Più giù mio padre pota rose esauste dal caldo. E’ in piedi su una piccola scaletta. Vedo i polpacci tendersi. Le gambe di mio padre mi colpivano da piccolo. Sempre.
Ha una coscia magra ma con i muscoli definiti, profondi quasi. Sembrano solchi di campo. E i polpacci hanno quella forma lì, quella dei ciclisti. Quando andavamo insieme a fare le passeggiate, io mi mettevo di fianco per vedere quei muscoli tirarsi al massimo nello sforzo.
Io volevo avere i polpacci di mio padre.
E invece no. Gambe tozze. Poca o niente definizione della muscolatura.
Sono più mia madre. Brevilineo, grassottello. Nero.

- Se non fa attenzione cade…
- Non cade…
- mamma,
- lascialo che si è convinto di essere tornato giovane…

Papà fischietta. E stona “io tu e le rose…”

- malanova..
- …
- sta canzone non mi è mai piaciuta..
- Sì
- pensa che da giovane ho litigato con la Macheda..
- La tua amica..
- Sì
- E come?
- Lei diceva che questa canzone era bellissima
- …
- Io non la sopportavo, allora lei si è messa a cantarla..
- E tu?
- Le ho tirato dietro le parrucche. Un burdello

E’ vero, quasi mi scordavo: mia madre da giovane, prima di fare la pasticciera, lavorava in una fabbrica di parrucche. Lei era addetta al taglio. Non è raro, quindi, che ancora adesso provveda lei al taglio di capelli di me, Sonia e papà…

Le cipolle intanto si intrecciano. E il mucchio cresce. L’odore che fanno è casalingo, quieto. Profumano l’aria davanti a noi. Allungo le gambe e mi stiro la schiena.
E mi prende la tenerezza di questo momento.
E di non perderlo.

…le rose torneranno a fare il loro lavoro a maggio prossimo.
Dice mio padre.
Sì.
Torneranno il prossimo maggio.
E forse Sonia avrà un bambino o ne aspetterà uno.
E la camera dove io pennico la domenica pomeriggio, quella più fresca, sarà abitata da una carne più pura a decente.

Le rose torneranno, quindi.

Mia madre sta scalza, mette i piedi sul cotto del balcone. E ride. Mi racconta del nonno.
- mi dice: muoio come nu fissa…
- dai…
- Sì. Dice proprio così: nu fissa…
- E te che gli dici?
- Io ci rissi: a pa’, chi mai muriu nun da fissa?
- E lui?
- E lui: mannaia la culunna, Mica, nun ci pinsai…

Ridiamo del nonno.

- Non riesce mai ad essere tragico…
- No
- Il nonno è così
- E’ comico…
- …
- …
- …
- dovresti andarlo a trovare…
- dici?
- …
- …
- dico.

E penso che a maggio le rose torneranno a fare il loro lavoro.
E forse bisognerà che vada dal nonno, perché Mastro Limitri non è una rosa, ma un fico spinoso.

summa teologica

20 Luglio 2004 5 commenti

Certe volte ti pesa pure mangiare il pane.
Proprio. Proprio quello che hai davanti. E non conta
che te ne stai con i piedi allungati sotto
il tavolo a goderti un po’ di fresco in pace.
Non contano le tue mani che tengono con
forza una forchetta a incidere pezzi di carne
scotta. Non conta.

- Vuoi che ti porti anche un po’ di pane?
La cameriera mi sveglia e tiro su gli occhi come se fossi un topo che dopo un buio pesto si ritrova di colpo al sole.
- Vorrei del pane.
- …
- …
- Ma stai bene?
- Certo…
Ecco che se ne va.
Ecco che torna. A folate furibonde. Quello sguardo. Quello sguardo
Eppure non facevo male a nessuno.
Mangiavo.
Si mangia qui.
E’ un bar. E all’inizio sembrava normale. Era il solito. Entro. Ordino. Mi siedo. Pasta con le zucchine e carne.
- Mi accomodo qui.
- Certo.
Il tavolino era già pronto.
Di fronte a me la vetrina si apre su una piazza carica di luce accecante e macchine. Di fronte a me in un tavolo una giovane avvocatessa – come lo so? siamo tutti del bar e sappiamo tutti tutto – prende un aperitivo con i suoi clienti.

la fame ti suona la schiena e ti entra nelle
vertebre, gioca a nascondersi con la cenere e
si specchia nel vetro del bicchiere. C’è ragione
di tenere gli occhi come un vaso di cocci.
Ma tu li scendi come le scale dell’inferno.
Non conta. Non conta.

– gradisci altro, un caffé?
Ha la testa piegata con un angolo di 45 gradi. E sorride.
- Aspetterei un po’
- Certo.
L’avvocatessa intanto sgranocchia piccoli pistacchi e noccioline. Le briciole fanno una sorta di corona intorno al bicchiere. Sembrano i petali di un fiore appassito.
L’uomo che le sta davanti suda.
La sua pelle è lucida come un serpente. E quando beve il gozzo sale e scende come una scopata da poco.
La donna guarda dei fogli. Lui le indica, con le mani nerastre, un punto. Quel punto, in particolare.
Lei legge.
- E’ vero. Gli dice, lui sorride.

bisognerebbe maledire le proprie orecchie
e staccare di netto le mani, mutilare
le papille gustative per non guastarsi.
Bisognerebbe farsi sordi, muti, ciechi,
senza tatto e olfatto. Sentirsi cose – anzi no.
Non sentirsi neppure una cosa minuscola. Ieri
a Bologna uno mi ha chiesto:

- che ore sono?
Io l’ho guardato strano il ragazzo, perché mi sembrava abbastanza sveglio. Io gli ho detto: Saranno le nove e mezza.
Lui mi ha detto: – Grazie, comunque si vede che siamo in Italia.
- Scusa perché
- Ma ti sembra che l’orologio della stazione di Bologna indichi invece le dieci e qualcosa?
- …
- …
- …
- Siamo proprio in Italia
- Credo proprio anche io.
Seduto dentro la stazione, nella sala d’aspetto che ha una ferita lunga per una parete -
che mi sembra un feritoia di una trincea,
che mi sembra uno sesso da cui guardare il mondo,
che mi sembra medesima alla bambina fatta pietra nell’eruzione di Pompei.
Che mi sembra la bimba di Hiroshima con la pelle luminosa e trasparente -

mi chiedo che parte ho in tutto questo.

il pane in bocca si disfa in bolo, nutrizione
per le vene. Si farà sangue che andrà poi
in circolo e non smetterà mai di rigirare.
Scenderà e salirà come una puttana per le
mie membra. Gambe. Cosce. Mani. Braccia. Spalle.
Tessuti connettivi. Stomaco. Pancreas.
Fegato. Sosterà nel cervello e poi da capo.
Sempre. Uguale. Neanche questo conta.

- Ecco
La cameriera mi porta il caffé.
Il tempo deve essere passato. L’avvocatessa parlotta sempre. Io tiro su gli occhi. E’ il cielo, è abbagliante. Una rivelazione.
- Non credo che nessuno ti potrà dire niente
- Dice?
- La tua famiglia è apposto
- …
- Se hai fatto qualcosa un tempo non ti potrà pensare per sempre…
Mentre dicono queste parole, io sto con gli occhi appesi all’azzurro di fuori. E’ una sorta di ipnosi. Violenta. Bruciante. Che incenerisce…

l’azzurro, ecco l’azzurro dei cieli dell’estate
esausta. L’azzurro che mescola la luce
non lascia spazio ai sogni. L’azzurro fu un cielo
da prima comunione, e ora è un ricordo in
bianco e nero. La mia comunione fu di maggio
e di pioggia. E io mi vergognavo che pioveva.
Il brutto tempo è brutto. Dissi a Dio, mentre me lo
masticavo: potevi far venire il sole.
L’applauso della chiesa non mi fece sentire
la sua risposta.

- … poi siamo nelle loro mani
L’avvocatessa, una Lilith con i vestiti all’ultima griffe, si blocca. Tace la sua bocca di rossetto finissimo. Tace la bocca dell’uomo sudato. Tacciono le bocce di tutti. Tutto tace.

il silenzio delle chiese mi mette a disagio
come quello delle tavolate a Natale.
Non è possibile essere felici, lo è
ancor meno fingerlo. Il silenzio dopo l’amore
mi crocifigge, dovrei dire cose che non
conosco e posti dove ci non sono stato. Mai.
Il silenzio tuo è il silenzio di chi sa che alla
fine tutti se ne vanno. E non conta. Non conta.

Tutto tace come se fossi stato io a compiere qualcosa. Un delitto orrendo o un misfatto da libro medioevale. E abbasso gli occhi, di colpo. I miei occhi scendono a precipizio come una lama, guardano il piatto vuoto. Gli avanzi. I fondi del caffè. E’ uno strano sentire questo. Tu non hai fatto niente, eppure ti senti colpevole. Senti vergogna. Forse è questo quello strano dolore, che ti prende mentre sei Bologna.
Abbiamo parte nel male che c’è.
Abbiamo una nostra porzione di male, che ci spetta. Anche quando è commessa da altri. Allora abbassi lo sguardo, quasi a chiedere scusa.
E adesso vorresti chiedere pietà.
E ti alzi di fretta

chiedo perdono se ho mancato di rispetto.
Se ho schiacciato non visto. Se ho ferito con
le mani, con le lame o le pistole, se ho
dischiuso tumori e lacerato imeni. Se ho
amato chi non dovevo e non ho amato chi
dovevo. Perdono se non riesco. Perdono
se riesco e scappo. Per il male che ho commesso
e quello che ho visto.

- ti vedo un po’ stanco.
- Sono stati giorni un po’ duri.
- Beh tra un po’ in vacanza.
- Sì
- Quanto fa?
- 12 euro…
- Bene.
- Dove vai in vacanza?

vacanza. Vacare. Essere vacui. Un discreto
silenzio mi basterebbe.

- andrò giù al mare
- ti riposerai..
- mi farò qualche bagno…
- il sale lava…
- ….
- Ciao Demetrio.
- Ciao.

una voce o qualcosa del genere…

15 Luglio 2004 5 commenti

Oggi a BlogRodeo c’era come traccia un dialogo .

L’idea era interessante, molto. E ci ho provato a scrivere qualche “nugaella”.
E ho pensato ad un testo che untitled riporta nel suo blog.
La frase è questa. Enigmatica e bellissima: “L?impresa non piacerà. Amiamo chi ci ama; se si vuol esser letti, bisogna offrirsi, pizzicare sotto sotto le parole per farle vibrare, diventare rauchi di tenerezza: ma come fa ad amarci lui, l?oggetto, la terza persona, il terzo coltello? Come fa ad amarci la voce? Abbiamo davanti un uomo diviso in due, che tenta di rinsaldare i suoi tronconi: è un?occupazione che non consente nessuno svago; a domani le compiacenze, se si può. Al che risponderete di certo che anche voi avete il tempo contato, e che i problemi di saldatura non vi interessano. Ma che ne sapete?” (Sartre)

Quindi io ho fatto il mio dovere. Ci vuole un titolo? Forse.

Una voce o poco meno

- Ma Lei mangia sempre così tanto a colazione?
- Ma Lei non se li sa fare i fatti Suoi?
- Forse ha avuto una nottata movimentata. E, nel caso, evidentemente ieri notte mi trovavo nel posto sbagliato.
- Non saprei. Di certo ci si trova ora, nel posto sbagliato.

- Finito
- Finito?
- Sì.
- Così?
- Proprio?
- Niente di più?
- E cosa volevi?
- Non lo so, qualche azione, un movimento..
- No
- Proprio?
- No.
- ?
- In fin dei conti perché?
- Cosa?
- Niente, pensavo
- ?
- Ma dimmi, tu che cosa senti?
- Niente.
- Hai la testa vuota?
- Sì
- Anche io?
- Posto che abbiamo una testa?
- Non lo sai?
- No?
- Dovrei toccarmela?
- Non puoi..
- Come non posso?
- E? un gesto..
- ?
- E noi non possiamo?
- ?
- fare gesti
- E? vero?
- Ma tu mi vedi?
- Non posso?
- ?
- ?
- Perché?
- Possiamo solo dire. Siamo voce.
- Nient?altro?
- Voce.
- Solo?
- ?
- Solo?
- Sì, soltanto voce.
- ?
- Qualcuno dovrà dirci, dare un significato al puro suono che siamo, al tono che ci hanno affidato..
- Chi?
- ?
- ?
- Ma non esiste?
- Lo so?
- Saremo per sempre voce?
- Soltanto.
- E poi?
- Cosa?
- E poi cosa succederà?
- Ci consumeremo, come una pozza d?acqua in estate?
- ?
- e non ci rimarrà niente.
- Se togli la voce cosa rimane?
- ?
- se togli la voce cosa rimane?
- le pietre sul greto del fiume?
- ?
- gli insetti?
- il sasso nell?acqua, quella sarebbe una fine decente?
- ?
- ?
- ?

la rivoluzione, la democrazia, il terrore, il sesso…

14 Luglio 2004 10 commenti

Oggi camminavo con il mio capo. C’era una buona ombra mentre si andava in piazza. Io sto con i pensieri che fanno cumulo in testa e poi me ne esco, mangiandomi le parole.
- E’ il 14 di luglio…
- Già
- Beh, facciamo una manifestazione il giorno della presa della Bastiglia..
- Vero..
- …
- Tutta la nostra democrazia è nata da lì. Da un atto violento e rabbioso, nasce l’idea di uno stato tollerante e laico.
- Ma anche il suo contrario. Ci fu il terrore.
- Ogni fenomeno sociale tiene dentro di sé il suo contrario…
- …
- Le rivoluzioni portano sempre ad una nuova dittatura…
- Amen
- Lo so Demetrio che non sei d’accordo..
- Quello che mi fa incazzare è il fatto che tu abbia ragione…

Poi penso ad una cosa. Qualche anno fa a Genova e a tutti i fattacci. E mi viene in mente l’anno dopo il G8. Mi chiama un amico.
- Demetrio ti va di scrivere una cosa?
- In che senso..
- Facciamo una serata sul G8 ad un anno dalla morte di Carlo
- Lo conoscevi?
- No?
- Allora perché lo chiami Carlo…
- Era uno di noi…
- …
- Ci stai?
- Sì. Ti scrivo un pezzo.
- Grande. Una paginetta non di più
- Ho piena libertà?
- Sì.
Tornato a casa, mi sono seduto alla scrivania e ho scritto questo:

il G8, Carlo Giuliani, il sesso, le mosche ed altro che non…(*)

Il giorno dopo che Carlo Giuliani, ragazzo, morì – pace all’anima sua – io facevo l’amore. In un piccolo ufficio a Torino, all’ombra e al fresco. Io e la mia amica stavamo ad annusarci come fanno i cani, a leccarci come i gatti sui tetti.
Lei aveva un vestito di quelli che non puoi resistere. A fiori leggero, aveva gambe lunghe e flessuose.
Il giorno in cui tutti parlavano della morte di Carlo Giuliani, ragazzo, – pace all’anima sua – io non ci pensavo.
Io non ci penso mai. Sarà così che vivo. La gente era a Genova per un mondo migliore, ma io non ci ho mai creduto. Sarà che non riesco a rendere migliore la mia vita, sarà che mi sembra una perdita di tempo.
La vita ti fotte prima. Sempre. Ha uno scatto deciso. Vivere è una scommessa perdere, una puntata comunque sul cavallo sbagliato, il brocco.
E ti ritrovi con un proiettile in testa o con uno strano senso di smarrimento, di vuoto interiore, quando – di spalle – ti rivesti, mentre lei non smette di parlare.
Tu odi le persone che parlano. Vorresti il silenzio, che c’è nelle chiese. O quello del mare.
Ti senti vuoto come un vaso da cui hanno scolato tutto. Lei è diventata tua urna recipiente. Ricordi il suo viso e le sue parole, ma ti sembrano stupide.
- Cosa hai?
- Niente
- Sicuro? Non ti è piaciuto?
E mentre ti trattieni dal dirle che è una domanda scema, l’occhio ti cade sui giornali che hai comperato. Riportano tutti la sagoma di Carlo Giuliani, ragazzo, – pace all’anima sua – distesa per terra. Il sangue, il passamontagna, l’estintore poco discosto.
La rivoluzione è una sceneggiata. E c’è sempre chi ci lascia le penne. E ti chiedi se sei più stronzo tu che hai fatto l’amore con una donna che non ami più; oppure quel giovane che pensa di cambiare il mondo con un estintore in mano; o quel carabiniere, impaurito come un passero, che spara colpi a casaccio.
Questione di sopravvivere. Tutti. Tu. Carlo. Lei. Gli altri.
Ci ha rimesso Carlo. E ora l’hanno fatto martire. Leggo su di lui proclami a destra e manca. E mi sembrano vuoti, come il sesso che ho fatto.
Bisognerebbe fare la rivoluzione senza perdere la tenerezza. Diceva il Che. Anche l’amore bisognerebbe farlo senza perdere la tenerezza. Se no è prepotenza. Semplice. Non c’è differenza. Tra polizia e tute bianche.

Non è rivoluzione quella che rompe le vetrine.
Non è ordine quello che uccide un ragazzo.
Non è amore stare con una ragazza e pensare a niente.

Uscito dall’ufficio, la baci. E te ne vai al bar. Si parla di Carlo Giuliani, ragazzo, – pace all’anima sua. E tu stai lì. Ti duole la schiena, la testa è vuota. E hai una strana vergogna e angoscia, che ti morde. Alla fine prendi un caffè, che ti toglie il gusto in bocca.
E pensi che la sera prima di essere ucciso anche Carlo Giuliani, ragazzo, – pace all’anima sua – avrà pure conosciuto una ragazza, di quelle piene di sogni, di Messico, di sub Comandante Marcos e di tutto il resto, e ci avrà fatto l’amore in un angolo buio dello stadio Marassi di Genova.
Lui avrà dato i suoi colpi e i suoi spasmi. Lei avrà incurvato la schiena il giusto. Speri che almeno loro siano venuti insieme. A te non capita mai. E’ la tua vita. Tu sei sempre in ritardo o in anticipo. Poi te lo immagini, che se ne va. Lei gli dà il suo numero di cellulare. Lui sorride e arrossisce, perché in fondo era un buon ragazzo borghese.
E va nel buio. Forse pensa alla morte. Dopo aver fatto l’amore si pensa alla morte. Sempre.
Ora sei di nuovo al bar. E pensi alla morte, pure tu. E ti dici che morire per un’idea è proprio stupido, come morire per una donna.
Ci pensi alla morte? Certo. Anche Carlo Giuliani, ragazzo, – pace all’anima sua – ci pensava.
Lui l’ha incontrata e tu il giorno dopo hai fatto l’amore nella penombra di un ufficio. Hai un brivido. E ti ricordi che al morto le unghie e i capelli continuano a crescere.
Chissà se Carlo Giuliani, ragazzo, – pace all’anima sua – ci aveva mai pensato. Chissà.

(*)mi sembra superfluo dire che il pezzo non venne mai né letto né pubblicato.

congedi parentali

9 Luglio 2004 14 commenti

?
poi
?
?
lasceremo la scia -
mi hai detto
con l?unghia che faceva il segno
nell?acqua
e nell?olio.

era un occhio di gesso
la sera di san Giovanni
quando l?osso non uscì dal sudario
come desiderato

e ti trovasti a fare i conti
con un muto cieco,
che ti sta dietro

e ti cresce
come un fiore
come la coda di un cane.

maligno
benigno
il tuo legno si tarma e incide
la carne,
la lama.

avrai ancora i pantaloni portati su fino al polpaccio
come da foto?
(ricordo sul comò
che serve la polvere)

dimmi li avrai?

oppure in quel viaggio
saranno di impaccio le conchiglie
al tuo piede
sordo?

Tu hai il respiro delle cose quando è ora di smettere
e ti compongo qui
in orizzontale
che in verticale già lui ti preme
dentro

e trema sopra-vento

ti ricompongo qui
come un enigma
di lettere

forse ultime.

burocratiche formalità (la fine)

7 Luglio 2004 16 commenti

E’ estate per tutti.

Il sole è doloroso, il Valentino un limbo di fresco. L’aria è smorta, come se non ci fosse niente da tenere. La gente sfreccia sui pattini e biciclette, non lascia orme o scie.

Il borgo è alle mie spalle, una costruzione medioevale finta e costruita (a fine ottocento) sui modelli dei Castelli della Valle da Aosta .
E’ tutto di calce e mattoni, ma è un simulacro fasullo. La piazza. L’osteria. Il castello. La chiesa. Le mura. Le staccionate. Tutto è un falso. Posticcio.
Antonio non c’è ancora. Entro e cammino per questo borgo. C’è un negozio. Dove se ti va puoi fare una foto vestito da armigero.
C’è la fila.
L’armatura è una bufala. E’ solo mezza e di latta. Uno entra, con i suoi vestiti, i pantaloni e i sandali, e si mette dietro questo manichino. Un improbabile fotografo armeggia una macchinetta digitale. Il gioco è semplice.
Costa poco. La pubblicità recita: 10 EURO per diventare cavaliere.
Ritorno indietro

…. ‘sta notte. Carla mi ha detto che vuole un bimbo da me. Io ho risposto che no. Che non voglio essere padre di nessuno. Non voglio che nessuno si senta in dovere nei miei confronti. Lei si è rigirata a dormire. Ha una schiena bellissima? ho chiuso gli occhi, poi. E ho sognato delle macchine enormi che partivano verso un orizzonte scuro. Fumavano e andavano a carbone. Non c’era nessuno sopra. Nessuno salutava. Nessuno partiva. C’era solo una coltre di caligine.
Poi un’apertura come il taglio di una tela, l’incisione di una ferita, e alcune voci che non capivo.
Infine la neve.

Antonio mi ha trovato così, appoggiato ad una corda de ponte levatoio.
Era apparso da chissà dove. Di botto. Come un demonio. Non era sudato.
Eppure il caldo si fotteva i miei pensieri, la mia pelle era spessa. Lui restava translucido come un’idea opaca.
- Scendiamo al Po
- …
- Prendiamo per di là.
- …
- C’è un passaggio, è tranquillo e potremo parlare in pace.
Mentre scendevamo ho notato che aveva in mano una piccola urna.
Solo allora mi ricordai, tutto.
- Antonio stai bene…
- Sì, adesso ne parliamo…

Lasciamo l’asfalto verso il fiume per una piccola riva scoscesa, che poi si appianava per qualche metro. C’erano due pietre, piuttosto grandi.
Ora siamo seduti.
Io aspetto che dica qualcosa, qualsiasi.
Lui si alza, apre l’urna. Usa il tappo come una sorta di contenitore e poco per volta butta nel fiume le ceneri.
Senza dire una parola.
Senza battere ciglio.
La destra tiene in mano l’urna, la cenere finisce nel coperchio e poi in acqua. Il Po fa il suo mestiere corre verso il mare e si porta via dei resti polverizzati.
Antonio dosa i gesti, un po’ di cenere per volta.
Quando ha finito, chiude tutto. Si siede.
- Ho fatto

Io non capisco.
Lui sa che io non capisco. E mi dice:
- Tu sai che mio padre ha avuto due mogli? Io ho un fratello e una sorella che non ho mai conosciuto. La sua prima moglie si è uccisa. Mia madre non è morta perché lui è crepato prima. Di mio padre tu non sai nulla.

… è vero io non sapevo nulla. Sapevo che beveva, che era uno stronzo con suo figlio. E che era morto il giorno in cui passavamo l’esame di latino. Stop. Anzi no. Sapevo che era stato seppellito nel lotto C n 123, e che le sue ossa erano ufficiosamente smarrite e che suo figlio aveva gettato in un fiume i resti di chissà quanti altri morti.

Antonio continuò: – Mio padre è morto nel ’45.
- Non dire stupidaggini.. tuo padre nel ’45 era vivo e avrà avuto 14 anni.
- E’ morto a 14 anni, infatti. Era un ragazzo vivace, mio padre, aveva – mio padre – una testa piena di sogni, era comunista. Era una testa calda e quindi,…
- …
- quindi non solo bestemmiava contro Hitler, ma era amico di molti ebrei e di partigiani. Era così pazzo, che andava in giro con la stella di Davide addosso…
- tuo padre…
- Sì quel coglione di mio padre. Un giorno, venne una retata. Era il febbraio ’45. Mio padre venne preso e deportato, da Torino a Bolzano, ma lì gli successe qualcosa.
- cosa?
- Tremò e disse che non era ebreo e i tedeschi su queste cose erano precisi. Stronzi. Ma precisi. E videro che aveva ragione e lo mandarono in Germania, ma in un campo di lavoro…
- …
- Poi, tornò, ma lui era morto… Incominciò a bere.
- …
- E quando beveva raccontava questo e diceva che era morto, che era morto a 15 anni, che lui era cenere come i suoi compagni di carico. Che io, mia madre, la sua prima moglie e i suoi figli non eravamo nati, o vissuti. Eravamo tutti una sola tremenda cenere. E quando diceva così, ci picchiava, fino a vederci sanguinare. E poi lui si chiudeva in un silenzio allucinante. Diceva che voleva il silenzio del cimitero.
Antonio era vitreo e guardava l’acqua che scorreva. Il Po puzzava.
Non tremava sembrava un cristallo.
- … quando è morto in cuor mio ho gioito. E neppure adesso sono addolorato della sua morte. Uno, che è morto, è morto per quanto si trascini in vita. Io sono nato dalla scopata di un fantasma e di una donna. Io non esisto. Capisci?
- No.
- Non provo niente. E’ più di trent’anni che non sento niente. Non provo amore, odio, sofferenza, dolore, rancore, gioia. Niente di niente.
- …
- Così quando è successo questo caos delle esumazioni, ho pensato che potevo chiudere i conti con mio padre e con me. Arrivare a capire se sentivo qualcosa, qualsiasi cosa…
- …
- …
- …
- … non ho provato niente quando mi sono immaginato cremato e disperso, non ho provato niente quando non ho trovato le ossa di mio padre. Niente quando ho disperso in acqua i resti di qualcun’altro. Niente. Capisci? Niente.

Si era girato verso di me e mi guardava fisso. Io capivo. Comprendevo questo, forse più di quanto lui solo immaginasse.
Il deserto di ogni sentire.

- ho chiuso i conti con mio padre, ma non ho nessun sentimento. Il mio corpo non ha avuto scosse. Niente.
- …
- …
- ma perché, hai voluto che io ti accompagnassi?
- …
- …
- …
- …
- Volevo che tu mi dicessi cosa si prova, quale dolore si prova, volevo che tu fossi la mia pelle e il mio sistema nervoso…
- …
- …
- …
- Dimmi cosa hai provato, Sergio
Il cielo sembra medesimo. L’acqua scende dal solito verso. La gente, di certo sopra di noi, corre in bici. E io e Antonio siamo qui.
Dimmi cosa hai provato, Sergio
Dimmi cosa hai provato, Sergio
Dimmi cosa hai provato, Sergio
Mi rintronava come un suono greve nella testa.
Cerco le parole, il modo di dire, quello che in questa settimana avevo provato…
- Dimmi cosa hai provato, Sergio
- …
- Sergio
- …
- Serg?
- Niente.
- …
- Io non ho provato niente.

Allora Antonio si levò in piedi e rise. Come se fosse assoluto.

burocratiche formalità (VII)

7 Luglio 2004 2 commenti

I due topi ci hanno fatto così con il dito.
- Da lui. Dissero, indicando quella specie di grosso capannone tirato in mezzo a queste sterpaglie.
Da lui, ci siamo detti.
Pochi passi e la porta quasi si apre da sola.
Antonio ci si infila e ci passa attraverso, io – entrando – ho la netta sensazione di commettere un sacrilegio.
L’aria è afosa, bruna.
La luce è bigia e corre a toccare ogni interstizio. Ci sono minuscole cassette, ogni cassetta un codice. Sono tutte affiancate in tanti scaffali.
L’uomo spunta da questo buio, asciugandosi le mani.
Sembra un meccanico.
- Cercavate…?
- …
- …
- …
- Signori non ho tempo da perdere…
- Cercavamo…
Antonio è come sopraffatto. Tiene il fiato, ma qui d’ossigeno non c’è neanche il ricordo.
- …
- …
- Veramente….
Allora mi faccio quasi coraggio: Cercavamo suo padre…
- Ah.
- Dovrebbe essere qui. Continua Antonio…
- Vi ricordate per caso il lotto?
- lotto C, numero 123.
- Aspettate.
L’uomo scompare nell’ombra. Intorno ci sono solo ossa. Poi per caso guardiamo davanti a noi e le ossa sono affastellate alla rinfusa in agglomerati più o meno casuali. L’uomo è lì e ne sta prendendo da questi mucchi, senza troppa convinzione.
Un po’ qui. Un po’ là.
Cammina sulle punte. Sembra che danzi. La bocca fischietta un motivetto.

Io e Antonio ci muoviamo, capiamo subito l’ordine di archiviazione. Ecco. C/127. C/125. C/123.
Suo padre. Trovato.
Antonio prende in mano la scatola. Un gesto rapido come uno scroscio di pioggia E’ vuota. C’è solo un busta di plastica blu elettrico, ma dentro non c’è niente.
Antonio posa il cartone per terra. Delicatamente
Il tipo arriva. Capisce.
- …
- …
- …
- …
- …
- …
- …
L’uomo si passa il fazzoletto sulla tempia e non sa cosa dire. E’ ridicolo, ha in mano un femore, un cranio, mezzo smozzicato e pesto, alcuni, credo più di due, avambracci, un braccio. Un po’ di costole.
E’ l’ipotesi di uno scheletro.
Passano altri minuti. Antonio guarda tutto, ma l’occhio gli si è spento di colpo, scomparso.
Stiamo di fronte da ormai cinque minuti buoni.
E io devo parlare, mi muovo.
Antonio mi tocca con la mano. E’ buffo, ma mi fermo.
- …
- …
- …
- quelle sono le ossa di mio padre?
- …
- …
- …
- le ho chiesto se quelle sono le sue ossa…
- ma signore…
- mi risponda…
- ma…
- …
- …
- sappia, che io non ho visto niente…
- …
- sono le ossa di mio padre?
- sì.
- Bene.
- …
- Le metta nella sua scatola.
- Ecco.. fatto
- …
- Volendo, può fare l’esame del Dna, ma è molto costoso…
- No. La scatola dice C/123. E’ il lotto dove è stato sepolto Monaldo Francescini, mio padre Quindi. Può bastare.
- …
- Senta per la cremazione di queste ossa?
- Deve solo firmare una delibera…
- Bene, mi porti tutto, che firmo…
L’uomo si gira sulle punte e corre verso la scrivania. E’ un ratto, altro topastro da poco. Di luce non ce n’è proprio. Si stenta a pensare che sia giorno, è un lucore amorfo, perpetuo e eterno.
Tutto sembra di plastica, maldestramente finto.
Io dovrei dire qualcosa ad Antonio.
Devo, proprio.
Ma invece. Sto zitto, perché lo vedo prendere la scatola e mettere tutto in ordine.
E io, che non so cosa fare, metto le mani in tasca per non prenderlo a schiaffi.

Poco dopo arriva l’uomo, il foglio e la biro.
- Ecco, firmi pure…
- Grazie..
- aspetti, mi può far vedere le sue generalità…
- Sì…
L’uomo controlla…
- Sa, come vanno queste cose?
- Lo so. Lo so…
- Quanto ci vorrà…
- Beh, contando che è giovedì e le cremazioni le fanno il mercoledì, sarà la prossima settimana. Sa dove presentarsi?
- Sì
- Dopo le dieci allora.
- Grazie.
- Buongiorno..
- A lei.

Dopo aver camminato per dieci minuti, Antonio trova la parola.
- Che ne dici di un caffè…
- Antonio…
- Niente domande…
- …
- …
- …
- Ora prenditi qualche giorno libero.
- …
- Ci vediamo la prossima settimana, a mezzogiorno al Borgo Medioevale.
- ma
- Niente ma. Ora andiamo che devo tornare a casa
- Va bene.

Partiamo e il viale ci sputa fuori come se fossimo del sangue rappreso in bocca, dopo un pugno ben dato.

(continua)

burocratiche formalità (VI)

7 Luglio 2004 4 commenti

… a svegliarmi questa volta era stata Luisa.
- Mi devi dire cosa state facendo?
- Niente..
- Ma non è possibile..
- Stiamo cercando suo padre…
- Suo padre è morto..
- Ma se ho capito bene, forse non è più dove doveva essere..
- Sicuro?
- Certo
- Non c’è un’altra…
- Luisa, basta… sono io quello che fa certe cose.
- già.
- …
- Allora io vado..
- Grazie per avermi svegliato…
- Di niente.

Dovrò decidere prima o poi di mettere in ordine queste due camere e cucina. Potrei iniziare con le tazzine e i piatti. Ma. Esco in balcone e guardo questo strano luccicore mattutino. E’ tutto un faticoso resistere delle cose. Anche le nuvole sembrano insetti finiti nella tela del ragno, danno colpi e brevi cenni di vita. Anche loro, però, sono destinate all’immobilità.
C’è la luce, ma è tetra.
Mentre prendo il caffè penso a questi giorni e mi viene da dire: perché?. Ma soltanto l?idea mi fa venire dei crampi alla pancia e un sottile strato di angoscia e paura, che a malapena la seconda tazzina di liquido nerastro e fluido tiene a bada.
Questa storia va a grattare la rogna nel profondo.
Se non risaliamo, saranno danni e demoni.

Con Antonio l’appuntamento in centro, verso le 11.
Ed è già da un quarto d’ora che la maglietta si appiccica al sedile. Antonio è in ritardo cronico.
- Eccomi..
- Antonio..
- Scusa…
- Cazzo.
- Dai, andiamo…

La macchina si infila nel solito asfalto, Torino è vagamente surreale oggi, sembra di sentirla rantolare come un vecchio maltrattato da qualche ictus che passa i giorni sul balcone a emettere suoni gutturali.
- Questa città mi sembra un asino…
- Antonio che dici…
- Sì
- …
- Sai quegli asini da carico, con il basto e tutto l’armamentario..
- Sì
- Questa città è uguale…
- …
- Gli hanno insegnato una strada e quella fa…
- …
- ci fosse pure un burrone…
- Siamo nella merda, è questo che vuoi dire?
- No, è che questa città sembra un asino, questo volevo dire.
Antonio si chiude nel suo silenzio, quello di cui sembra fatto e guarda fuori con aria vagamente stranita.

Quando arriviamo al Cimitero Monumentale, lui è ormai un soffione. Il cimitero non è cambiato, c’è solo qualche tavolino fuori dall’entrata. Sono i comitati spontanei, nati per tutelare e cavalcare questo bailamme delle esumazioni selvagge.
Cercano di fermarci.
Antonio si scansa e dice: Lasciate che i morti seppelliscano i morti.
Cammina come se avesse un pilota automatico, e siamo di fronte all’area chiusa.
Andiamo nella baracca.
- Ho questo foglio.
- Bene. Può passare.
L’uomo neppure ci guarda. Ci timbra il documento e via.
Passiamo una porta, nessuno ci controlla e siamo nell’area degli scavi.

La terra è stata smossa da grossi escavatori, il sole l’ha resa arsa, per nulla scura e fertile. Le zolle hanno un colore spento, sembrano merda seccata dei cani. Ci sono delle corde di plastica, che delimitano certi siti, dovrebbero essere i posti delle bare.
A corona un silenzio imbarazzante.
E nessuno in giro.
Alcune vanghe stanno piantate, dove ci sono piccoli ciuffi d’erba gialla.
Non c’è nessun odore.
- Chissà perché mi aspettavo puzza. Dico
- …
- Mi aspettavo di sentire qualche tanfo, invece niente….
- Le pietre puzzano?
- …
- Sergio, rispondimi…
- No. Non puzzano
- Vedi, non c’è niente di arcano… o di misterioso

… più bella cosa non c’è. più bella cosa di te… splendida quando vuoi, grazie di esistere…
Una radio di colpo rompe il vetro.
Là, vicino ad un grosso container ci sono due tipi che armeggiano con la terra. Sentono la musica altissima e sembra che ridano. Hanno tute blu.
Mentre ci avviciniamo, sentiamo uno scorcio delle loro parole…
- Senti, ma questo osso?
- Dov’era
- qua…
- Dove qua?
- Nel mezzo tra questa bara e quest’altra..
- Come?
- Qua….
- Beh conta…
- Cosa?
- Dove ci sono più ossa e mettilo dove ce ne sono di meno…
L’uomo conta.
Uno-due-tre-quattro-…-…-…-venticinque-…-…- quaranta due…
Poi l’altro mucchio.
Uno-due-tre-quattro-….-….-….-…-cinquantotto.
- Lo metto di qui…
- Bene..
- Pensi che qualcuno se ne accorgerà
- No. Loro no di certo…
- Loro chi? I parenti?
- I morti.
- Dici…
- Sono morti…
- …
- Se sono morti, che gli importa è l’anima quella che conta…
- …
- Mica il corpo..
- …
- Tanto come dice sempre don Filippo, ne avremo uno nuovo e che cazzo ci frega di un osso in più o in meno…
- Ne sai di cose…
- Vado tutte le settimane agli incontri di preghiera organizzati dal gruppo di padre Pio.. se ne imparano di cose…
- …
- Potenza del signore che ci darà un corpo nuovo…
- E di tutte queste ossa, che ne se farà il signore?
- Il signore delle ossa non se ne fa niente…
- non gli servono?
- No…

La faccia di Antonio gli spuntò davanti come un fantoccio.

(continua)