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Archivio Agosto 2004

Kore Orfeo Euridice sulle soglie dell’Etna

31 Agosto 2004 17 commenti

# 3

- A Nord Est
- ?
- ?
- Dove?
- Verso Catania
Il milanese molto abbronzato è appena sceso dal pullman che ci ha portato ai 2920 dell?Etna. La guida ci ha accolto, sorridendo.
- Scusi, ha detto il milanese, ma qui dove è il ripetitore?
- ?
- Il mio cellulare non prende?
La guida ha fatto un sospiro e ha guardato l?uomo. Giacca a vento di grido, scarponcini, brache giuste, abbronzatura pronta e burro cacao per non screpolarsi le labbra.
- A Nord Est
- ?
- ?
- Dove?
- Verso Catania
Lo lasciamo mentre cerca rabdomantico di trovare il segnale.

Il paesaggio è lunare: cenere, puzza di zolfo e un lucore abbagliante del sole. Camminiamo con una fatica diversa, i piedi scivolano e  il vento, che qui ha no alberi, no rocce no case no pali no uomini davanti, ci piega manco fossimo un foglio di carta.
C?è una leggera foschia, una nebbia apparente che nasconde il vuoto
cielo. Sono i fumi, i vapori dei crateri che sembrano demoni o angeli trasandati e ci ciondolano intorno e ci molestano.
Io tengo una pietra rossastra. Ancora calda.
La tengo tra le mani, un?arma nel caso che spuntasse un satanasso o una chimera e mi chiedesse conto del mio fatale andare.

E salimmo al cratere che sbuffò lava e magma e scese fino a valle.
Troncò cavi e pali, bruciò vegetazione e dall?alto una lingua nera giunse a lambire la schiena del monte e la vegetazione.

La lava lecca la terra, che trema e freme sotto di noi.
Perché qui è tutto vivo. Assolutamente. E ci cammini in tondo con circospezione. Senti il calore e quel fumo pare che ti dica: vieni, su. Vieni dentro. Lasciati andare, in questo vorticare. In questo scendere. Sei salito per scendere. E? un venire.
E? la Gorgone, forse.
O un Erinni.
E? Kore che ti chiama: Demetrio. Demetra.
E? Kore che chiama sua madre, dagli inferi. Dallo zolfo e dal caldo.
In questa terra devastata, dove a fiorire sono pietre verdi, rosse o nere o grigie.
E? Kore che chiama: vieni, su. Vieni dentro. Lasciati andare, in questo vorticare. In questo scendere. Sei salito per scendere. E? un venire.

Più alto un biancore.
- Sembra neve, dico.
- Sì.
- No, fa la guida, quello è zolfo.

Lucido e mezzo verdastro, con una vaga vena di giallo, lo zolfo ci appare distante come una cometa, un lenzuolo, un bavaglio una speranza.  E? forse Orfeo che si fa sasso, qui dove si voltò. E Euridice divenne un filo di capello, da tenere.
Era giusto voltarsi. Perché chi sopporta la vita sapendo come si muore?
Orfeo torse il suo volto. Euridice fu solo quel capello, trattenuto.
Poi si consumò e divenne come lei. Inferno. Pietra puzzolente e zolfata, ma bianca di luccichio che afferra e ti incanta.

Le neve è più insù.
Nera
la neve
e capovolta
non splende né abbaglia.
Neve nera. Come un latte andato a male come un?alba negra.
Sigillo al mondo che non c?è.
Così alto, da essere dabbasso.

- Ho fatto una foto alla neve
- Ma è nera
- Appunto.

Come se la foto fatta, si fosse estinta.

(continua)

ginestre in un purissimo azzurro

30 Agosto 2004 7 commenti

# 2

Nello spiazzale alcuni caravanserragli.
La solita cianfrusaglieria commerciale. Limoncelli. Miele dell’Etna. Souvenir di Padre Pio. Lava chimicamente trattata. Un gran baraccone. Non c’eravamo fermati per comperare, ma per domandare. Eravamo ad un bivio ed entrambe le strade portavano al rifugio Sapienza e quindi all’Etna.
- Scusi dovremmo andare al rifugio Sapienza
- Dovete girare a destra..
- Ma le indicazioni ci dicevano che potevamo andare anche a sinistra
- Quella era la deviazione, quando iddu fece lultimo botto
- Ma è passato un anno
- Sì
- E ci sono ancora i cartelli..
- Se li saranno dimenticati.
Torno in macchina, quaresimando, lei intanto salta da un muretto di pietra nera. Nerogrigia.
- Ho fatto una foto
- …
- Alle ginestre e alla lava.
- …
- Nero e giallo.

Ma è il profumo che stordisce, che ti schiaffeggia. Non esiste un profumo così in natura, non può esserci, perché ti si infila nelle ossa come un coltello, con una precisione chirurgica e ti strina le midolla. Senti l’odore, odore di carne e di sangue, di lava, di morte vitale salirti dalla schiena a serpe strisciando. E’ un fiotto nel cervello, sputo di saliva o getto dacqua.
Violento.
Vacillo.

- Ci farei l’amore con quelle ginestre.
E il pensiero diventa bocca e bocca parola.
- Cosa?
- Niente

Sto in silenzio e guido.
Salgo tornante dopo tornane.
Come una magica malia. Ed è lava intorno. Roccia nera. Rigetto di terra e magma.

Sì. Vorrei possedere nella mia carne quelle ginestre, sentirle che entrano in me, che mi succhiano, perché il sangue è nero. E loro profumerebbero di questo seme che si tende, e che si spreca fuori da corpi, che si ostina a rimanere verginale e sterile. Poi far fiorire la lava, che devasta e modifica, che brucia e rigenera.
Vorrei che quei fiori, malvagi e benefici, mi soffocassero le ossa, le gambe e gli occhi, che trovassero spazio nelle orbite degli occhi, che sorgessero osceni e stupiti dalla mia bocca.
E il corpo sbocca e il vero sparisce.
Non c’è vero. Solo il profumo che mi fotte. Che penetra in me come un ladro di notte.

Sotto pelle qualcosa si tende, urla, impreca e prega.
Non tremo.
Non tremo.
Non tremo.

È solo l’odore di ginestre in un purissimo azzurro.

(continua)

didascalie estive in parole.

27 Agosto 2004 7 commenti

#1

Se non fosse per quell’imbarazzo, questa foto la butterei ‘ammare’.
Dico proprio così.
Lei storce un poco la bocca, fa come segno di non capire.

Eppure questa foto è chiara. Nitida. Precisa. Didascalica, direi.
In primo piano una figura umana, dietro le colonne doriche del tempio di Hera a Selinunte. Anche il cielo è così azzeccato da essere fuori luogo.
Azzurro. Profondo. Netto. Senza nubi. Vuoto come un vaso spaccato e liscio.
In primo piano, io.
E mi pesa mettere insieme queste due vocali. La maglietta scura, i pantaloni color terra bruciata, le scarpe sporche di polvere e sabbia. Le gambe stanno diritte, e le mani sono appoggiate alla vita. Le dita della sinistra stringono un cappello di paglia, comperato in una bancarella a Siracusa.
- Quanto fa?
- Sette euro, faci
- Sette euro, per due fila di paglia
- Pe vui, facimu cinqu..
- Meglio
- …
- Bene..
E’ una foto. Un brutta foto. Di quelle che vedi spesso al ritorno dai viaggi. Appoggiato ad un lampione in Trafalgar Square. Oppure seduto sugli scaloni del Duomo di Orvieto, o piantato in piazza San Marco, tra stucchi, mosaici e piccioni.
E’ una foto da turista, e ne possiede tutta la naturale sciatteria di gusto.
Eppure.
Se mi guardo bene, se stringo gli occhi al centro, c’è qualcosa di diverso. Una strana postura nello sguardo e nel viso, un sentimento strano quello che mostrano le pieghe del volto, gli arzigogoli degli occhi, i capelli secchi di mare e salsedine, meno neri e più spuriti, e le labbra provate a tendersi in un sorriso.
Forse è imbarazzo.
Certo è imbarazzo. Perché se guardi bene, quel sorriso è un ghigno storticato, come gli ulivi che hai visto per giorni e giorni, è forzatura. E’ un taglio di pietra, uno scoglio che cade verso il mare, o il dorso di qualche collina sassosa e irta, povera di bestie e acqua.
E’ un sorriso innaturale, una sorta di esistenziale vergogna di chi (s)tenta ad essere felice, ma dentro reclama il suo diritto – la sua libera scelta – di non esserlo.

E allora, anche questa la foto diventa pudica.
Silenziosa. Silente.
Umana.

(continua)

san vittorio alfieri

6 Agosto 2004 10 commenti

La redazione astigiana de La Stampa mi ha chiesto un articolo. Un piccolo breve racconto/curiosità estiva da pubblicare sul giornale.
- Cosa dovrei scrivere?
- Due paginette, ma niente di che qualcosa di estivo…
- Ma su cosa?
- Un aspetto particolare dell’astigiano…
- Va bene
- Ok..
- Quando lo volete..
- …
- Sabato va bene…
- benissimo.

chiusa la telefonata ho pensato ad una cosa curiosa e mi sono ricordato di una strana immagine che ho costodita nella casa dei miei, da dove vi scrivo adesso. Sono andato a prendere quella foto e ho inventato la storia. Inventato? Forse.

Questo è anche l’ultimo post prima delle vacanze. Il blog chiude per un po’.
Sia io che lui abbiamo bisogno di aria e di respiro.

Ringrazio tutti. In particolare, in questo momento strambo, tre persone: annamaria, patrizia e laura. E a tutti voi buone vacanze. Ecco il racconto, l’ho spedito anche a loro, è una cosa scritta con la mano sinistra

San Vittorio Alfieri

?San Vittorio Alfieri, mio beato, combattente in Cristo Immacolato, ottenetemi da Dio la grazia che oggi vi chiedo io?.
La voce della donna era metallica, e mi metteva paura, mentre me ne stavo seduto in questo salotto di secondo ordine, pieno di cianfrusaglie e chincaglierie da poco, in una casa sulla statale per Quarto. Menava uno di quei caldi storici. La gente stava nei bar a bersi l?acqua fredda e campari.
Io no.
Io ero qui con questa maga che mi ripeteva: ? San Vittorio Alfieri, mio beato, combattente in Cristo Immacolato, ottenetemi da Dio la grazia che oggi vi chiedo io. Lo dovrai dire per tre volte e per tre volte dovrai segnarti con la croce. E vedrai lei tornerà?.
La colpa era sua. Di lei. Se non mi avesse lasciato quella sera davanti al Duomo, non ci avrei mai messo piede in questo ciarpame magico. Eppure lei quella sera sembrava normale. Alle otto sono sotto casa, lei scende vestita estiva di un bellissimo azzurro. Mangiamo insieme, lei parla poco, ma è il suo solito. Poi alla fine, mi sibila: ?Vai pure a casa, da solo. Passa Marco?.
?Chi è Marco??
?Antonio, tra noi è finita. Basta.?
Basta. E per alcuni giorni non ero neppure riuscito a guardarmi allo specchio. Poi una sera, con un’insonnia, prossima alla catatonia, vedo comparire una donna, occhi neri, capelli corvini e arruffati, che prometteva di far tornare l?amore con l?aiuto di un potente santo. Riceveva ad Asti su appuntamento. Perfetto. Una maga autorevole e indigena, mi ero detto. Così, tanta era la voglia, insana violenta e matta, di tornare con lei, avevo composto il numero.
?Pronto, qui è la maga Salette?
?Pronto sono Antonio??
?Cosa ti turba Antonio??
?Rivoglio lei??
?Vieni da me mercoledì? e la riavrai?
Oggi è mercoledì. E sono qui. Lei mi ha accolto con dita piene di bigiotteria e con un sorriso furbesco. Ci siamo seduti e ho incominciato a parlare, a raccontare la mia storia. Lei stava con le mani giunte e nodose, medesime a certi mobili barocchi, tutti pieni di gobbe e di rientranze, e ogni tanto ? nei momenti di maggiore dolorosa partecipazione ? stringeva gli occhi come se soffrisse?
?Io posso aiutarti??
?Veramente??
?Sì, basta che ti affidi a lui??
?Chi? a Dio???
?Anche, ma per il tramite di San Vittorio Alfieri..?
?Lo scrittore??
?Lui??
?Ma non è un santo. Insomma non è mai stato tenero con la religione e i suoi derivati??
?Io sono in contatto con la sua anima. Lui è nella rosa dei beati, ed è triste perché nessuno ha deciso di farlo santificare. Questa è la missione, che mi ha affidato??.
Se non fosse stato per la mia disperazione, avrei riso. Vittorio Alfieri – quello che sta disdegnoso di spalle ai portici Rossi, che dà la schiena alla città, e che è costretto a vedere quel pugno in un occhio architettonico che è palazzo della provincia – era un santo e nessuno se ne era accorto.
?Mi è apparso in sogno ? continua la dama delle situazioni magiche ? e mi ha affidato questo compito??
?Io ho letto le opere di Alfieri??
?Di San Vittorio??
?Insomma le sue, ma non mi sembravano scritte con intenti pii??
?Lui mi ha detto che le rinnega tutte. Tutte. Rinnega la sua vita scellerata, di donne, e viaggi. Rinnega le sue idee, che solo in tarda età ha compreso essere mendaci e sbagliate??
?Tutto??
?Tutto??
?La vita, il Saul, la Mirra, i sonetti??
?Tutto. Non mi ha specificato, ma tutto. La sua superbia. Il suo orgoglio. Dice che ha sbagliato, che si è pentito nel segreto e Dio l?ha accolto tra i suoi santi??
Quindi quel Vittorio, che Foscolo descrive pallido ed emaciato in Santa Croce a Firenze, non era in quello stato perché sentiva tradite le intelligenze dei padri, ma era in Chiesa perché s?appressava la morte e tremava come qualsiasi guadante da quattro soldi. L?Alfieri che si pente! Sarebbe da riscrivere la letteratura italiana, da capo a fondo?Chissà che colpo, una notizia del genere, per quelli del centro Alfierano.
?Io cosa devo fare quindi??
?Devi prendere questa figura e recitare tre volte la preghiera che c?è scritta dietro??
?Basta questo??
?Sì??
?Lei tornerà??
?San Vittorio è potente??
Mi dà il santino, l?immagine è quella solita, quella famosa di Vittorio, che abbiamo visto riprodotta in tutte le antologie. Dietro, ci sono queste poche righe: ?San Vittorio Alfieri, mio beato, combattente in Cristo Immacolato, ottenetemi da Dio la grazia che oggi vi chiedo io?. La maga dice che le ha dettate lui.
Quando esco un po? è frescato, salgo in macchina e vado in piazza Alfieri, proprio sotto il suo monumento. Ci siamo io e lui. Nessun?altro. E allora gli leggo la preghiera, la sua.
?Ma l?hai scritta tu questa schifezza in rima??
Lui sta in silenzio e guarda l?orribile torre fascista.
?Ma ci devo credere o no??
Il suo volto ha un che di sdegno e di noncuranza. Il suo solito muso altero da poeta tragico.

Per farla breve. Lei non è tornata. Alfieri non mi ha risposto, ma il suo santino è tra le mie memorabilia più care e strampalate.

come la cupola del Guarini

2 Agosto 2004 6 commenti

- Entriamo in questa stanza
- ?
- ?
- ?
Fuori Torino sta sospesa, come se non avesse nessuna possibilità di fuga. Con gli occhi della nuca vedi ancora la piazza deserta della sera precedente. I portici ingialliti di luce e tempo. Il porfido grigio che scappava via verso il Castello.
Il Po ha singulti e lo senti anche da lontano.
Lontano. Lontano. Mi domando cosa ci fanno i bambini ancora alzati a giocare con le piccole fontane, dove l?acqua si getta pubblica, ma non potabile.
Questa strana città, piena di statue equestri, e di combattenti vincitori o vinti, sembra che sorrida certe volte come una gioconda enigmatica. La stessa velatura del paesaggio copre l?orizzonte, e il tempo come uno schiocco si orla

- ?come potete notare il drappeggio di questa scultura è qualcosa di unico. Il pittore ha fatto in modo che noi potessimo riuscire a riconoscerne la stoffa, un broccato pesantissimo e costoso. A questa gravità si contrappone l’aerea leggerezza della veste, indossata dall?angelo che la incorona.
La donna ? così penso io – è inginocchiata davanti ad una croce che sta su un piccolo promontorio, mosso da fitto intrico di edere, così tenui che le vorresti vedere verdi, ma sono bianche di quel bianco luminoso di Carrara. La donna allunga le mani a trattenere qualcosa. Forse l?anima. Lei non si abbandona alla croce in segno di fede, ma si allunga per tenersi l?anima.
E’ un monumento funebre, e c?è in quelle mani tese la paura. Perché la paura non ha un odore o un sapore, non ha un colore o un gusto. E’ quella cosa, che ti prende di colpo?

- Io non ho paura di Superga
- Sì
- Ho paura di tutte le cose enormi
- Beh la paura ti farà digerire tutto quello che abbiamo mangiato..
- No
- Come no
- La paura scatena una reazione diversa..
- ?
- Quella che ti fa o scappare o attaccare
- ?
- E’ come una scarica di adrenalina
- Quindi?
- Non digerisci, ma al contrario tutto il sangue e tutte le tue forze vanno ai muscoli
- Come un animale
- La paura ti dilata gli occhi, ci hai mai fatto caso?
- No
- E’ un modo per affinare i sensi
Ciarliamo, mentre fuori il sole illumina le colline del chierese. Il verde è opaco e poco brillante, l?estate brucia l?erba e pregheresti per un po? d?ombra. Alle nostre spalle una casa incantesimanta. Numero civico diciassette, noi ci ridiamo sopra, ma ci incombe alle spalle. Una grossa palizzata di legno scuro la protegge e la toglie dalla nostra vista. Ma lei ci guarda con un grande occhio dipinto sulle pareti.
Azzurro spalancato gonfio.
Ci guarda. Ci entra nelle minuggia di carne e ossa. E’ largo, pare che da un momento all?altro lacrimi, una goccia dondola come un uomo seduto al di là di un muretto. I piedi ciondolano e sotto?

- Non pensi che dovresti toglierti di lì
- Ma se la Bell?Alda non si è fatta niente, perché dovrei io?
- ?
- Insomma abbiamo un bonus, la prima volta si può cadere senza farsi male.
- ?
- E’ la seconda, il problema
- ?
- Un po? come in tutte le cose.
La Sacra di San Michele tiene davanti a sé una pianura. Con un battere di ciglia sei dentro a tutta questa terra, a queste colline e vie, a questi paesi infiniti che sfociano nella città e ci entrano come una lama, come una lancia di un cavaliere.
La bell?Alda, d?altronde, scappa da sgherri tedeschi, che erano venuti fin qua. Era il mille seicento o giù di lì. E i cattivi, che avevano quella foggia da bravi, Manzoni docet, erano venuti per saccheggiare questa vecchia abbazia.

- …la basilica di Superga fu costruita tra il 1717 e il 1737, ma la decisione di costruire

Qui è tutto vecchio o disperatamente moderno. Abbiamo secentesche chiese ellittiche, piene di ori e righe ricurve oppure la catena di montaggio del Lingotto. Ma siamo sempre la periferia di un mondo, ai margini del luogo dove le cose accadono. Il barocco fu romano, e l?industria fu fordista.
E noi siamo sul crinale.
La gente a Torino sta sempre sul limite di qualcosa.
Come Vittorio Amedeo a Superga.
Come la Bell?Alda alla Sacra.

- …nel 1702 durante un tremendo assedio da parte dei Francesi, Vittorio Amedeo salì su questo colle per vedere i diversi posizionamenti degli eserciti. C?era una chiesa minuscola qui. Quasi dimenticata, dedicata alla Madonna delle Grazie
E’ questa una città di fiumi. Dora Baltea. Dora Riparia e Po. E’ città di donne. Di Madonne. La madonna della Consolazione. La Madonna delle Grazie. E la Gran Madre di Dio. E se c?è una donna, c?è sempre un Demonio, che striscia o salta, che balla o suona. Che fa chiasso o rumore.
- Dicono che il diavolo abbia lasciato una sua impronta
- Dove?
- In via XX settembre, al 40
- Dai?
- Vuoi andarci?
- Perché no?
-
- Ma cos?è?
- Cosa?
- Una zampata, un?impronta, un
- No. E’ il medaglione di una porta..
- Ma io pensavo a qualcosa di più
- A Torino, siamo riservati. E il diavolo non è da meno.

- …come potete notare questa scultura non è stata messa a caso presso l?entrata della cripta; ha un intento preciso. Ovvero quello della protezione. La scultura, opera di un allievo del Canova, rappresenta San Michele che sconfigge il diavolo che è raffigurato prostrato ai piedi dell?angelo, in uno stato di sottomissione totale. Ora possiamo proseguire?
Strano c’è questo demonio dai i capelli ricci e corti, con la schiena nuda, umana. Senza alacce, o squame, senza coda o zoccoli caprini. Ma perfettamente umano nel gesto di ripararsi dai calci dell’Angelo. Proprio. Accovacciato a terra, si copre con le mani il viso, mentre Michele con il piede gli schiaccia la schiena. Il marmo sembra che si tiri come i muscoli in questo gesto, violento e autoritario.
Il diavolo è solo un ragazzetto, che le prende. E io mentre passo gli carezzo i capelli, perché alla fine quelli che perdono – lo so è più forte di me – mi stanno simpatici.

…la Bell?Alda – ci dice il frate – si buttò giù da qui.
E se guardi, proprio, c’è uno strapiombo che finisce su spuntoni di roccia che decorano il parto.
Insomma la bell’Ada correva via da questi sgherri, ubriachi e violenti, che avevano messo a ferro e fuoco l’intera abbazia di San Michele

- Ti rendi conto?
- Cosa?
- Questa chiesa è costruita sopra la punta della montagna..
- E’ pazzesco..
- Vero
- Come dice il prete..
- Cosa?
- Qui, guarda.
Una colonna è leggermente storta rispetto alle altre. Se guardi bene, vedi affiorare la cima del monte. Questo ammasso enorme di pietre, la bellissima porta dello zodiaco, lo scalone dei morti stretto e diritto come un fuso, i contrafforti aerei e leggeri che sembrano di cartone, e invece sono pietra e losanga pesante, gli affreschi, la bellissima deposizione del Cristo nella tomba del coro centrale, tutto questo sta in equilibrio precario. Basterebbe un soffio e noi cadremmo?
- ?la bell’Ada arrivò su questa balconata e per sfuggire ai lanzichenecchi si gettò giù. Questo perché preferiva aver salva la propria virtù, i soldati di ventura non andavano molto per il sottile, piuttosto che la vita. San Michele per ordine di Dio, impietosito per il destino della giovane, manda una schiera di angeli che fa atterrare la Bell’Alda incolume.

La Mole dentro è vuota come un grembo di una balena.
Ho visto il copione di Citizen Kane e quello di Pshyco, credo che mi possa bastare. Al terzo piano, se tiri il muso all’insù, c’è questo enorme vuoto che ti sta sulla testa. Ai lati varie ambientazioni di diversi film. Un caravanserraglio della peggiore specie, eppure li giriamo tutti. Ci sono i cessi dove sedersi come in quel film di Bunuel. Oppure siamo distesi sul letto, lo stesso dove Orson Wells (Othello) uccide la malcapitata Desdemona
- Il personaggio vero è Iago..
- ?
- Però il monologo più bello è quello di Emilia
- Quello sugli uomini
- E’ raggelante..
- Sì
- Io mi sento in colpa, quando sento quelle parole..
- Tu ti senti sempre in colpa

La bell’Alda casca, ma gli angeli la tengono per le spalle e le gambe ( e io penso, ma anche loro l’avranno toccata? O no? E allora? Cosa hanno di diverso dei ceffi da cui fuggiva?).
Noi saliamo, invece, con l’ascensore imbracato con funi di ferro.
Saliamo su.
Anche la Bell’Alda risale su. E racconta tutto in paese. Nella val di Susa però sono così. Già nel seicento. La Bell’Alda racconta tutto, ma…

-…c’era quindi questa cappella votiva. Vittorio Amedeo entra per affidarsi alla Madonna e promette che, in caso di vittoria, avrebbe fatto erigere una grande Basilica. Inutile aggiungere che le cose andarono come Vittorio Amedeo aveva chiesto. Ora seguitemi?
Entriamo in una sala zeppa di quadri. Non c’è un centimetro libero, niente.
Sensazione straniante di horror vacui. Di polvere. Mozza il respiro

Mentre cadevo – raccontava la Bell’Alda – facendo capriole nell’aria come un soffione, due angeli mi presero le vesti.
Il silenzio nell’osteria era grande. Già il parroco l’aveva zittita, dicendo che quella era opera del Demonio. Ma lei diceva che aveva visto gli angeli mandati da San Michele… Sono atterrata come se avessi saltato uno scalino.

Siamo in cima.
- Peccato la foschia..
- Sì. E’ il caldo
- Però è strana da qui Torino
- Sì
- Ci indovini le vie che fai di solito?
- Sì
- …
- Guarda Superga
- No
- Perché?
- Lo sai che mi fa paura
- Perché?
- Mi sembra come un uomo
- In che senso?
- Sai quando uno si arrampica da un muretto e si vedono gli occhi e le dita delle mani..?
- Certo
- Uguale

- Vittorio Amedeo fondò un ordine monastico, perché si occupasse della Basilica di Superga. In questo refettorio, dove ci troviamo ora, si sedevano in dodici come gli Apostoli. In un secondo momento questa sala divenne la Camera dei Papi. Infatti alle pareti ci sono i ritratti di tutti i papi, da San Pietro ad Giovanni Paolo II.

Se incominci a girare su te stesso, li vedi tutti. Ruotano e pare che ridono e piangono o sghignazzano, sì sghignazzano dalle pareti. Faccio un giro

- Il caleidoscopio cambiò la percezione della realtà
- …
- A noi sembra una cretinata
- Cosa?
- Il fatto che se fai girare in fretta le cose, ottieni una figura che si muove
- Vero
- Ma allora fu una cosa
- …
- Pazzesca
- Hai notato?
- Cosa?
- Che molte volte queste immagini raffigurano demoni..
- Vero..
- Chissà perché?
- …
- Forse perché l’idea di far muovere qualcosa di inanimato era percepita come demoniaca
- Una cosa innaturale..
- Un po’ come volare

Finito il suo racconto, la Bell’Alda rimase in silenzio. E i vecchi dell’osteria, carichi di cattivo vino annacquato, si fecero prima silenziosi e poi qualcuno sbuffò come se tenesse un sorriso. Altri risero veramente. E la canzonarono. Le donne, maligne, dissero che non erano stati gli angeli a salvarla, ma gli sgherri in cambio di qualcosa.
La bell’Alda allora li sfidò: Andiamo sulla torre e vedrete…

- la stanza delle regine è importante, perché qui è sepolta anche Mafalda di Savoia, che come sapete ebbe una triste fine.
…Se ci fosse stato qualche problema, mio padre – il re – mi avrebbe avvertita. Insomma. Siamo in guerra e qualsiasi cosa succeda, mi avrebbe informato. Quindi, nessuna buona, buona nuova. Arrivo adesso a Roma. Spero solo che la guerra finisca al più presto. Tutto questo sangue ci inacidisce. E personalmente mi rivolta…
Così doveva pensare Mafalda, mentre arrivava a Roma.
Mica lo sapeva dell’Armistizio. Della fuga. Del Re che scappa di notte e se ne va fino in Puglia a leccarsi le ferite.
Pensa: se succede qualcosa, un padre lo dice ad una figlia. Soprattutto dopo un voltafaccia.
Ma lui scappa portandosi dietro le poche cose (chissà perché me lo vedrei bene con una valigia di cartone, truccato da contadino, alla maniera del re di Francia per sfuggire alla ghigliottina), ma dimenticandosi una figlia.
Mafalda fu accolta con felice zelo dai Tedeschi e in un lampo fu a Buchenwald, registrata sotto falso nome.
…Se ci fosse stato qualche problema, mio padre – il re – mi avrebbe avvertita. Insomma. Siamo in guerra e qualsiasi cosa succeda, avrebbe dovuto informarmi. Spero solo che la guerra finisca al più presto. Tutto questo sangue ci inacidisce. E personalmente mi rivolta staranno trattando, vedrai che sì che tratteranno, io sono una principessa.
Così pensava Mafalda, quando un bombardiere americano che doveva colpire un deposito darmi, colpì per sbaglio il campo di concentramento…
La sera di quel giorno, la Bell’Alda salì sulla torre con dietro una folla di contadini curiosi e cenciosi. Salirono. Le brillava negli occhi un’insana pazzia: quella di avere Dio dalla propria parte. Le baluginava l’orgoglio di essere la prescelta…

- Se guardo giù mi vengono le vertigini
- Tanto stiamo già scendendo, mica devi..
- Comunque è un peccato
- Sì per la foschia
- Ma proprio trasparente dovevano farlo, questo ascensore?
- …
- Mi mette un’angoscia
- Come se cadessi
- ?
- Come se mi ingoiasse il buio

Le bombe caddero terribili e colpirono la baracca dove Mafalda era tenuta prigioniera.
La bell’Alda guardò tutti, salì sul cornicione, dando le spalle al burrone e allo strapiombo.

Io giravo e i Papi e i loro ritratti attaccati alla parete sembrano impazzirmi contro.

Mafalda fu ferita ad un braccio, e poteva essere salvata. Nessuno si interessò a lei e la lasciarono morire dissanguata. Allo stesso modo si lasciavano morire i cavalli durante le truculente battaglie del tempo che fu. Morì così Mafalda, come una bestia e ora i suoi resti – posto che siano suoi – riposano in Assia, perché (ironia della sorte) lei era una principessa tedesca.

Cade. Cade. Cade. Cade. Cade. La Bell’Alda cade e pensa, mentre vortica e tutto si confonde, che alla fine gli angeli la tireranno su, la solleveranno. E quei miseri lo capiranno. E cade. Cade. Cade. Cade. Cade.
La trovarono il giorno dopo. Orribile, le pietre e l’erba macchiate di sangue.

Mi tengo per non cadere e la guida finisce di parlare.
- Come vedete al centro della parete c’è raffigurato il Cristo, il papa attuale è sempre messo sotto il Cristo. Quando muore un papa, il suo ritratto viene spostato – sic transiit gloria mundi – e viene fatto spazio per il successivo…
Tutti guardiamo le pareti.
Non c’è spazio per nessun nuovo ritratto.
- Anche noi non sappiamo cosa fare. Aggiunge la guida

- Non c’è spazio per il nuovo Papa
- Ho visto
- Beh morto lui ci sarà la fine del mondo..
- Sei sempre consolante.

Torino è una città ctonia. C’è la luce delle geometrie delle strade, ma c’è una parte nascosta, budellosa e chiusa che nessuno ha il coraggio di mostrare. Quella dei passaggi sotterranei, dedali di vie e di piccole aperture, che si spalancano sotto.
Non a caso è una città dedicata alle donne.
Alla gran madre.
La Madonna? Demetra?
Cosa fa Demetra se non scendere negli inferi per la sua figlia Persefone?
E’ una città dove i bimbi se li ingoiano gli infernotti, le cantine maldestre dei torinesi.
Se fai il cattivo ti chiudo nell’infernotto.
Se fai il cattivo arriva l’uomo senza volto e ti chiude in cantina.
Inferno. Notte.
Inferno. Sotto.
Demetra che scende a cercare la sua bambina, rapita.
I bimbi vennero uccisi e trovati nelle cantine, capitava agli inizi del ’900. E’ capitato a pochi passi della chiesa della Consolata.

- Da questa parte entriamo in una stanza particolare.
Alle pareti ci sono piccolissime tombe.
- E’ la stanza dove venivano sepolti i piccoli di casa Savoia.
Non c’è nessuna luce qui. Se non quella artificiale. Il marmo nero è più nero e l?oro è opaco. Alcuni colombari, il termine è adatto per questi minuscoli resti, sono vuoti.
- Vi domanderete perché alcuni posti sono vuoti.
Tutti sì con la testa
- Semplice. Prima di tutto, la mortalità infantile è diminuita molto con il tempo; e poi le famiglie hanno deciso di seppellirli in altri luoghi…

- Hai visto questa deposizione?
- E’ bellissima..
- Molto reale
- Sì
- Sembra quasi che il Cristo morendo sia tornato bambino..
- E’ vero..
- C’è lo stesso abbandono..
- …
- Forse è vero
- Cosa?
- Che morendo torniamo nel grembo materno
Usciamo dalla Sacra, in silenzio. Una strana sensazione di quiete ti attraversa, anche quando percorri a ritroso lo scalone dei morti, come se qualcosa ti avesse reso leggero.

- …notate il drappeggio di questa scultura. Siamo nella tomba centrale di Carlo Alberto.

Mi ricordo Palazzo Reale, il piccolo salotto dove Carlo Alberto firmò lo Statuto. Mio padre e mia madre mi portavano da bambino a vedere tutti questi Palazzi. Mi lasciava stupito come una cosa, studiata con la maestra, fosse proprio lì davanti. Proprio. E io piccolo, con la bici nel bagagliaio del 128 grigio metallizzato, volevo toccare quelle sedie.
Poi la guida continuava e ci portava in un’altra stanza. La camera da letto. E a me veniva da ridere a pensare che Carlo Alberto aveva firmato lo statuto e poi era andato a farsi una dormita.
Ora mi sta davanti, il re mi sta davanti.
E mi viene da dire: uno prima scrive la storia, poi fa questa fine?

- La bellezza di questa scultura, è nella realtà veridica dello strazio. Ecco guardate questo putto.
La guida indica il monumento funebre di Carlo Alberto.
E’ vero.
C’è un putto che si asciuga le lacrime. Proprio come i bimbi.

Rebecca fa avanti ed indietro sugli scalini del ristorante. La casa inquietante è sempre dietro le nostre spalle, ma la piccola Rebecca fa passi da gigante. E non lascia mangiare mamma e papà. Se nessuno la guarda, piange. E si strofina gli occhi con le mani, ed è tutta rossa per il caldo e lo sforzo.

- Come potete notare, il piccolo putto, con gesto di dolcezza infinita, si asciuga le lacrime che stanno ancora sull’orlo, mentre l’altro, alla vostra sinistra, distoglie lo sguardo, non potendo più sopportare più questo strazio. Gira il viso

- Quando fa così è timida, vero Rebecca?
Dice la mamma, quando vede che la piccola fa la ritrosa ai complimenti di tutto il ristorante. Sorride la mamma e la bimba con lei. Entrambe bellissime e vispe.
Il babbo ha fatto il suo dovere e si mangia un po’ di tagliatelle con i funghi

- Le tagliatelle erano squisite?
- Pensare che ci siamo venuti la prima volta per sbaglio
- Sì
- Ti ricordi, eravamo andati a Chieri
- Non cera niente
- Io avevo detto: vediamo se c?è un buon ristorante..
- Siamo finiti qui
- Buono..
- Molto..

- Questo è il palazzo che vi dicevo, qua hanno trovato dei bimbi morti.
E’ notte, abbiamo bevuto. E io parlo a bassa voce, come quando si entra in una chiesa

- Non capisco perché
- Cosa?
- La gente debba fare questo rumore
- …
- Sono sempre tombe
- …
- Sono sempre morti
- Quando la gente paga, fa quello che vuole
- Sì hai ragione

Superga sta in cima ad una collina. La sua maestosità è nella lontananza. Appena la vedi da sotto, diventa una chiesa comune. Bella, ma comune. Come una donna che passeggia per le vie e appare meravigliosa, poi a pochi passi dal tuo naso è solo una signora.

- Signorina
- Dica padre..
- Lei così non può entrare
- …
- Devo mantenere il decoro della chiesa

Il porticato del palazzo è illuminato, ocra. Sembra sabbia.
Qui sotto – dico tenendo la voce come un soffio, mentre la gente passa più avanti – vennero uccisi dei bimbi, e in questo infernotto se ne trovarono i resti.
- E chi li trovò?
- La mamma

Fu la madre a scendere a trovare la figlia.
Fu Demetra a scendere nelle cavità infere per trovare la figlia.
Fu la Madonna a deporre Gesù nella terra.

- Che freddo che fa qui..
- Stiamo andando nella cripta
Scendiamo gli scalini di marmo uno alla volta.
- Però quel sacerdote è ben stronzo
- Sì
- …
- Uno dovrebbe guardare al cuore..
- …
Poi la guida fa un gesto ampio della mano come fosse un cerchio
- Entriamo in questa stanza
- …
- …
- …

visitando le tombe sabaude.