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senza titolo preciso

La stanza è di poche parole. Quattro, forse. E? laconica, come ti immagini dovrebbe essere una camera d?albergo. La statale Porrettana corre lungo queste finestre del Island Motel di Marzabotto.
E io non ho più parole.
Sembra strano rendersi conto di questo blocco, di questo magma bianco, in un posto così pieno di storia, così confusamente rabbioso e dolce, ma è qui che uno sente come il proprio vocabolario abbia poco a che fare con il vero e con quello che è accaduto.
C?è una rottura tra ciò che le tue parole stabiliscono su carta, i confini, le mappe dei pensieri e delle idee, le longitudini e le latitudini di sintassi e grammatica e quello che la vita con svagata incuria ti mette davanti.
E tu non sai cosa dire.
E neanche scrivere.

Sarà per quello che hai mangiato ieri sera e per quel gusto acido e stantio in bocca, che non riesci a togliere; oppure perché ti senti un pesce fuor d?acqua in questi strani rituali lavorativo-ludici, in cui devi essere assolutamente della partita, in cui devi dire che sei cuspide leone vergine e quella dall?altra parte ti fa: beh si vede sei una persona assolutamente autoritaria e pignola, hai un senso del comando, ma sei anche così introverso. Tu aggiungi, come dovere di cronaca, come sberleffo finale: ma sarei pure ascendente scorpione. Allora cambia tutto, fa la tipa, è tutto diverso.
Sì è tutto diverso, perché ti prende una sorta di magone, di blocco che ti si stoppa tra la pancia e il cuore e sta lì.
E ti metti silenzioso a vedere una notte che scende come un lupo da queste parti, cala subito sui boschi, prende le vie tortuose che salgono e scendono da queste montagne, medesime a poltrone di velluto di verde scuro, scurito dal tempo e dal sangue.
Ne è stato versato qui.
Ma non è neppure questo che oggi ti tiene fuori da tutto, che non ti permettere di sorridere, di essere felicemente divertito dalle allusioni al tuo silenzio e alla tua vita sessuale, francamente, deficitaria. Neppure le senti, sono onde sonore che hanno un significato minimo. Punture di insetti, fastidio di ragni e poco altro.
C?è che la tua testa torna continuamente al treno.
A questa mattina.
A quella mano di donna che accarezza il dorso della copertina di una rivista con un amore profondo. Che fa scivolare le dita sulla frase di “quarta?, passando il polpastrello su ognuna delle singole lettere. Lentamente, Di certo ne sente la rugosità appena accennata al tatto dell?inchiostro sul cartonato, un gesto lungo piano di tenerezza, ma gli occhi non stanno guardando le parole appena tocche. No. Sono chiusi, leggermente tremolanti come un?alba marina, umidi. Lei piange.

Anche il barolo che ti portano è buono.
Il barolo è un vino che bisognerebbe bere a fine pasto. E? un vino da meditazione; un vino da pensiero, diventato da tavola per ragioni commerciali. E la sera è fatta ora. Completamente. Stiamo davanti ad una tavola vuota di pietanze e portate, ora possiamo a parlare. Il vino è quello che ci vuole.
Io bevo poco vino. Bisogna essere educati a questo liquido robusto e vitale. Il vino è assolutamente vivo. E? un animale con le sue timidezze e le sue repentine aperture. Ci vorrebbe una vita a raccontare un vino, il suo entrare nel tuo corpo a riempirti narici, palato, vene e stomaco.
Giro il liquido violaceo nel bicchiere e vedo i cerchi lasciati sul bicchiere.
Il barolo è un vino triste.
Lascia cadere gocce come una donna in lacrime.
E il rimmel deve essere una dannazione per chi piange. Basta mettersene poco ed è finita, le donne quando piangono hanno questo improvviso pronunciarsi degli occhi, che diventano nerissimi e indovini leggere sbavature di rimmel.
La donna del treno, no.
Niente di tutto questo. Aveva un viso acqua e sapone, non era una donna giovane, ma neppure una persona anziana. Sulla cinquantina, forse qualcosa in più. Il trucco ? se c?era ? era un filo appena percettibile. Era stanca. Lo si vedeva dalla pelle opaca, per niente luminosa e fresca. Doveva aver pianto quasi senza volerlo, perché non aveva un fazzoletto, ma si asciugava gli occhi con un pezzo di carta. E poi teneva la mano destra sul viso a coprire il tutto.
Sulle sue gambe aveva un quotidiano, mi sembra Repubblica, e i numeri del Diario e di Linus.

Qui la gente l?hanno ammazzata senza fare troppe distinzioni; qui ? dico – a Marzabotto donne vecchi e bambini sono stati uccisi senza motivo. Non c?erano stati attacchi alle truppe tedesche da parte dei partigiani, tali da giustificare una rappresaglia del genere. Semplicemente si decise che era ora di fare fuori un migliaio di persone, di battere le cascine, di razziare e uccidere il maggior numero di persone possibile.
Scoppio d?ira improvviso? Rabbia animale repressa? Macché. Tutto fu studiato. Gli abitanti, una sessantina, della frazione che stava più in alto in collina, furono risparmiati. Umana pietà? Azione diversiva di qualche formazione partigiana? No. Marketing e comunicazione di massa. Questi furono lasciati vivi perché fossero testimonio di questa nefandezza, perché nei loro occhi si imprimesse il terrore profondo, terribile, tremendo di quello che era stato compiuto. Furono fatti marciare dal crinale della montagna fino a valle. Le mani dietro la testa. Scendendo videro quello che era stato. Case bruciate. Donne incinte uccise e i loro feti gettati come un sacco dell?immondizia, preti uccisi in chiesa, cadaveri lasciati per giorni alle intemperie e in avanzato stato di decomposizione. Scesero fino a valle, in una sorta di inferno, in una progressiva saturazione di orrore. E poi vennero lasciati liberi.
Niente di nuovo.
E? lo stesso motivo per cui si mostrano video in cui si sgozzano come animali le persone.
E? lo stesso motivo per cui si fanno le foto a detenuti trattati peggio delle bestie.
Tutto per riempirci di orrore, per non darci la forza più di fare sentire la voce. Per renderci muti e stupefatti.

? la donna continua ad accarezzare la copertina cartonata della rivista, è il numero di Linus, dedicato a Baldoni. La donna accarezza con le dita la frase finale, l?ultima frase, quella che sta dietro. Ne tocca persino le virgolette.
Io sono lì vicino e sento una rabbia sorda, una impotenza che fa quasi vomitare, un senso di pudore e di vergogna che mi frena.
Questa donna, che piange e piange, mi è seduta di fianco, a separarci il piccolo corridoio.
Ha il viso con un mento leggermente pronunciato e i capelli fini, sembrano quasi di paglia, castano chiari. Ora si tiene la mano destra sugli occhi e con la sinistra sfoglia la rivista. Una lacrima le scende. Appena.
?
Arrivo a Bologna.
Scendo. E mi metto a piangere anche io, in un angolo vicino al sottopassaggio. Piango e penso alla donna che piange sul treno, che accarezza le ultime parole del marito, di cui possiede oramai solo la sottile rugosità dell?inchiostro. Penso alla moglie di Enzo Baldoni.

(scritto alla camera 207 dell’Island Motel di Marzabotto, ore 03:55 am)

  1. violet
    23 Settembre 2004 a 11:15 | #1

    non mi dire Dem.. cuspide fra leone e vergine.. pensavo di essere l’unica sfigata su questo pianeta.
    sei nato il 23 agosto?…

  2. Ari
    23 Settembre 2004 a 11:31 | #2

    Vorrei averlo scritto io. Bada che non lo dico spesso.

  3. ink
    23 Settembre 2004 a 12:20 | #3

    Non prenderla come una critica, ma era un po’ di tempo che non mi veniva un brivido sulla pelle leggendoti …
    Ma ero sicuro che fosse solo question di tempo.

    Ciao Demetrio.

    P.S. x violet: siamo in tre, gli sfigati. Anzi in quattro. Quando ero in vacanza, quest’anno, la sera stessa che sono arrivato in un campeggio è nato il bimbo dei gestori; era il 23 agosto, ed era anche il mio, di compleanno. Mi hanno fatto lo sconto quando hanno visto la mia carta d’identità.

  4. smilla
    23 Settembre 2004 a 13:07 | #4

    Piangere e’ sempre molto triste, ma piangere da soli e’ triste in un modo devastante.
    E piangere su un mezzo che ci porta da qualche parte, ci fa chiedere perche’ ci muoviamo, ci spostiamo da una parte all’altra, alla ricerca di cosa, e dove…

    Ciao dem.

  5. Pornie
    23 Settembre 2004 a 16:22 | #5

    Buongiorno!

  6. apple
    23 Settembre 2004 a 18:04 | #6

    “Tutto per riempirci di orrore, per non darci la forza più di fare sentire la voce. Per renderci muti e stupefatti.” esattamente quello che penso
    grande dem

  7. Teresa
    24 Settembre 2004 a 13:32 | #7

    … mi spiace… ma non riesco più a leggerti…

  8. caty
    24 Settembre 2004 a 15:32 | #8

    è tutto così triste

  9. demetrio
    24 Settembre 2004 a 17:29 | #9

    ben tornata caty.

  10. nina
    24 Settembre 2004 a 18:19 | #10

    ?guardando il cielo stellato
    ho pensato che
    magari morirò anch?io in mesopotamia
    e che non me ne importa un baffo

    tutto fa parte di un gigantesco divertente minestrone cosmico
    e tanto vale affidarsi al vento
    a questa brezza fresca da occidente
    e al tepore della terra che mi riscalda il culo

    l?indispensabile culo che
    finora mi ha sempre accompagnato?

    baldoni in quarta di copertina di linus speciale numero uno
    preso la mattina prima di leggere le tue parole

    coincidenze?
    ? niente capita per caso

  11. pioggiadifiori
    25 Settembre 2004 a 22:00 | #11

    ti seguo da mesi.
    adoro il tuo modo di scrivere.

  12. marcabru
    26 Settembre 2004 a 12:33 | #12

    E? capitato anche a me. Era l?innocenza a prendermi alla gola, mentre dall?altra parte c?era l?efferatezza più tremenda e gratuita. Sempre mi capita di sentirmi impotente e prostrato quando l?orrore si manifesta atrocemente e inspiegabilmente. La cronaca abbonda di questi esempi cruenti e selvaggi, di questi scoppi di assurdità. Marzabotto certo, ma anche più banalmente un uomo che pesta a morte sua figlia, oppure un figlio che stermina la propria famiglia, e perfino qualcuno che batte una piccola gattina e la getta semimorta in un melmoso fiume. Una spiegazione non c?è. E la nostra natura razionale sente vacillare ogni nesso che si è costruita nel tempo, mentre il sangue incrosta la pareti e ottunde le certezze. E poi naturalmente rimane ai vivi l?angoscia e l?impotenza che almeno coloro che sono morti non conoscono più. I due ragazzi Baldoni ne fanno parte, sono quei vivi che continueranno a chiedere e a doversi una risposta che non si trova. Ricordo di lei, che anche in un momento tanto angoscioso quale fu quello che precedette l?ultimatum dei sequestratori, volle sorridere e sperare che i suoi sorrisi arrivassero di là, facendo breccia nel fanatismo e nell?ingiustizia, in quella parte di mondo diventata incapace di sorridere.
    Ma l?orrore non conosce l?innocenza, l?orrore è muto di fronte al senso che viene dall?amore, sia quello di una figlia verso il proprio padre, sia quello collettivo di un intero popolo. Così fu per Marzabotto e per ogni eccidio della storia. Ciao

  13. marcabru
    26 Settembre 2004 a 12:38 | #13

    scusa ma l’indirizzo che ti ho lasciato è sbagliato: niente 2, semplicemente bardamu.blog.tiscali.it. Rinnovo i saluti.

  14. nessuno
    28 Settembre 2004 a 13:19 | #14

    hei marcabru, sarà mica un lapsus froidiano quel 2 che hai aggiunto al tuo nick? un’altra persona lo possiede..sai chi.

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