[la donna ha capelli neri, lunghi e sottili, che tiene legati con un elastico. Chiude la porta dietro di sé, il rumore che fa è sordo. Poi sedendosi, allunga le gambe e rimane qualche secondo come sospesa nell?atmosfera e nel buio. Poi apre il suo quaderno a righe e accende il registratore. Pigia play]
?che bisogna dirlo. Bisogna proprio che le dica come è andata dall?inizio, che altrimenti non ci si crede. Io ci ho creduto fino a cinque minuti fa, fino a prima di venire qua dentro e sedermi sulla poltrona. Ora no.
Mi sono detto: no, non è possibile che qualcuno possa, che io possa, oppure altri ? forse lei, ma forse soltanto ? capire questa cosa che è successa.
Non è tanto quello che è avvenuto, anzi. Certo se ci penso bene non è tanto quello che è successo, quanto il come è accaduto. Questo sì che?
[la donna scrive sulla pagina, in alto a destra, conversazione 18 di Gualtiero in data 20 ottobre 2004. Poi subito sotto la parola: concatenazione]
? bisognerebbe dirlo. Comunque.
Comunque sono arrivato a casa in automatico. Sa quando uno fa tutto senza sentire e capire bene il perché, quanto lo fa. E io ero a casa, ma non sapevo perché. Ci sono dei momenti così. Ce li hanno tutti, lo so ? anche senza quella faccia lì – lo so che ce li hanno tutti. Ma i miei sono diversi. E quindi me ne stavo con le dita all?incrocio e la pancia in sospensione.
?ride vero? Questo ribellismo, questo satanismo usa e getta degno di un baudelaire di quinta mano, che dico, questo maledettismo d?accatto la fa ridere. Eppure ero pronto a farmi. Poi guardo fuori, il mio balcone dà su una via che si allunga fino alle montagne, e le strattona e le richiama qui presenti e massicce?
[ago? Filo? Sutura?]
non erano le montagne a tenermi così, era il cielo, questo cielo neroro. Era un cielo neroro eppure luminoso come un anello dorato che lega capelli scuri. Stava attorno a questi tetti, a queste case tutte minime rispetto agli spazi enormi che teneva. Questo neroro cielo era una sorta di incanto, che entrava nelle vene come un verme come un filo che correva lungo pelle.
Un neroro cielo infrasottile che penetrava nella mia carne e non lasciava spazio a nient?altro che a lui, a questo nero e a questo oro che mi tenevano come avvinto. I nervi facevano come i fiori, tendevano la terra, la bucavano proprio, uscivano, spuntavano. Sentivo la mia pelle farsi fine finissima come se un fuoco la bruciasse lentamente. E? la stessa cosa che sentii quella notte. La stessa sensazione di consunzione, come diceva il tipo appeso?: Omina consumata sunt
[orgasmo? Sesso fatto?]
? la sera ho provato. No no, non è ancora l?altra sera. E? che questo neroro del cielo mi percuote nella memoria, mi scava come un occhio. Anche mia madre scava sempre. Quando me la sogno, scava qualcosa. L?altra volta scavava un vaso colmo di gerani viola chiari. Ma non centra. No. Il cielo neroro mi aprì e entrò dentro come un buio profanatore, fu violenza. Il cielo neroro entrò in me e mi oscurò lo stomaco. Io stavo lì con le braccia aperte e sconce e il cielo mi fotteva e mi dava bruciori?
[? la cassetta salta. La donna ha un gesto di disagio, come se si fosse ricordato di qualcosa di fastidioso, assolutamente. Rilegge le parole fin qui scritte. Poi si alza, e va verso un tavolino nell?angolo. Sopra una bottiglia d?acqua naturale e un bicchiere. L?acqua è fresca in bocca e indolenzisce un po? i denti. Poi è nuovamente seduta, medesima la postura, la cassetta viene girata, e il registratore incomincia nuovamente a parlare.]
? è saltato? E io non mi ricordo cosa le stavo dicendo. Ho parlato dieci minuti. Ridire? Macché ridire. Non lo so neanche io. Comunque sono rientrato in casa, quel cielo non potevo reggerlo più. L?amore troppo fondo e il troppo fondo sesso non li tollero. E così meccanicamente ho acceso il pc e scritto una mail. E? qui, gliela leggo? Se vuole gliela lascio; ecco?
[la donna prende il foglio A4 e lo apre rilegge
a lucidablu27@arcimail.it
da: tiero74@arcimail.it
cara M*
è da questo maggio che non ti scrivo.
Ho passato giorni un po? confusi, ma mi sono ricordato oggi del nostro ultimo incontro.
E? stato un po? di tempo fa.
Mi chiedevo se vuoi, se ti andava.
Chiamami pure al cell. Se non te lo ricordi, eccotelo: 367.475***
Ti bacio
g.
La donna ha un gesto repentino del collo, poi si piega sul quaderno e annota: dimenticanza]
schiaccio invio. E intanto ricordo: questa l?avevo conosciuta ad un reading di poesia. Era una bella trentenne assolutamente infelice e bisognosa di vita. Ho fatto finta di interessarmi della poesia, cosa penosa e inutile: uno scrive per scopare, lo sanno tutti, e chi non lo dice è impotente
[vergare le pagine, inseminare?]
comunque lei mi sorrise e alla fine andammo a berci un buon vino. Lì successe la solita cosa. Lei volle rivedermi. E quella fu una notte. No. Quella dell?altro ieri fu diversa. Proprio. Si rende conto che tutti e due urlavano e si dicevano delle cose irripetibili. Si dicevano puttana e amore, ti ammazzo e ti amo con lo stesso tono come se fossero sinonimi. Forse lo sono. Cioè non credo a questa fandonia dell?amore e morte. Credo proprio che uno ami e possa uccidere la persona che ama. Sì, la cancella proprio. Quando non si ama più si elide. Tipo quando si è scopato, no? Non si dice che si è consumato?
E noi scopiamo e scopiamo finché l?amore non si consuma, finché non abbiamo più niente, finché non sentiamo altro che odio in quel nostro darci dentro; un fitto indecente seppure vitale sentimento di odio, disprezzo per il corpo in cui entriamo o che ci accoglie. Ti viene da sputare. E allora puoi gridare puttana e amore. Ti amo e ti ammazzo. Non è questo, cioè l?altra sera pensavo questo, ma adesso volevo dire…
Le ho detto del cielo neroro? Sì
Ah la mail?
Sì, vero?
Dieci minuti dopo mi arriva un messaggio; è lei. L?sms dice così, l?ho tenuto perché nessuno ci crederebbe: Mia moglie è finita il 4 di ottobre. Se le era amico Preghi per lei
Era morta? Come? Finita sotto una macchina, uccisa da un pazzo, fulminata da un male incurabile, strozzata in una posizione di sesso estremo. Un embolo, un ictus, un cancro, la leucemia, l?aids? Cosa l?aveva fatta finire? Ma poi: era finita? Perché questo termine: finire. Stavo per scrivere al marito: cazzo ma se la ami, non trattarla come un oggetto. Le cose finiscono. Le cose smettono. Le persone no. Le persone muoiono, decedono, crepano, vanno al creatore, si fottono il cuore. Ma non finiscono.
Eppoi non ho scritto niente. Ho detto che si bruci. E sono uscito fuori e il cielo era ancora neroro di una luce luttuosa, ingovernabile malinconica. E pensai a lei e a quella volta qui da me
[giacere morire? Amare finire?]
? era venuta nel mio appartamento e entrando si era sciolta i capelli. Era un bel gesto, sensuale, che la metteva al sicuro; un movimento che segnava la sua distanza dalle altre donne. Segnava un confine di bellezza e di delicatezza; e questa cosa allora, mi commosse. Avevamo mangiato un po? di pasta e un pollo scotto. Non sono un bravo cuoco, e poi ci eravamo distesi. Poco per volta eravamo nudi e ci stavamo a guardare. Io avevo cercato i suoi seni con la bocca e li avevo morsicati e succhiati come acini d?uva. Lei mi aveva stretto a sé e mi aveva leccato la schiena fino al buco.
[uomo/donna e donna/uomo]
poi ero entrato in lei e lei aveva un sesso così fine e piccolo. Aveva una fessura così stretta, così dolorosa che sentivi il sangue pulsare e aprirsi; era così piccola che era un piacere doloroso, come si dice della cruna, dell?ago? Ecco io esperimentavo quella gioia, quel suo sesso angusto come un piccolo scrigno mi teneva ?
era sottile come le fessure delle cassette dell?elemosina in chiesa. E venendo aveva dato squassi simili ai cerchi che fa un sasso quando casca in acqua ferma.
Il mio finire fu più semplice: mi tolsi come rabbioso e lo sprecai sul pavimento tra germi, capelli e polvere.
[sterilità, morte, malattia. Amore come patologia?]
comunque ora è morta o come dice suo marito, il cornuto, è finita. E già da due settimane. Quindi mon posso neppure immaginarla, sarebbe così orrendo. Così ho preso il mio telefonino, ho cercato il suo nome in rubrica, sono uscito fuori ? ora il cielo era normale e oscuro ? e l?ho cancellata.
Pace all?anima tua e al tuo sesso sottile come una linea bianca. Sono rimasto così in uno stato di vegetazione, e poi non mi sono messo a letto e ho preso sonno. Quando mi muore qualcuno io mi addormento subito; è come se volessi raggiungerlo in quell?inconsistenza di incoscienza. Penso sempre: ma morire nel sonno come sarà? Ad un tratto ti addormenti e poi? E poi non sei più un cazzo. Sei un niente di niente. Non sei. Vai al nulla. Vai nel buco del culo dell?universo. E se sentissi qualcosa? Pensa l?orrore che devi provare a sentirti morto, sparito, distratto, disidratato di carne e pensiero, senza più niente che ti renda vivo, o riconoscibile come umano, come essere umano. Pensa la tragedia di essere altro in un altrove, in un altro tempo, in un altro tutto. Pensa lo spavento di non sentire il proprio corpo, questo nostro disastro, che per quanto tremendo è da preferire a quello stato di sospensione che si chiama anima.
Quando dormo, per alcune ore rimango in uno stato di nientità che mi fruga, mi studia, mi ha e mi possiede. Fino al mattino, in uno si sveglia, sapendo nella bocca di morte
[buio, claustrofobia, utero materno, taglio cesario.
La donna si alza nuovamente e va verso la finestra. Fa schricchiare le ossa del collo e quelle delle mani, mentre guarda fuori. L?acqua del fiume è petrolio; con una mano si aggiusta l?orologio e si ferma i capelli, facendo una specie di ciuffo, con la matita che teneva tra le dita. Ripensa, la donna al sole e al mare; al biancore accecante di certe case: una lingua straniera di antichi misteri e la malinconia dell?ultimo bagno. Ora è nuovamente alla scrivania e riattacca il registratore.]
e mentre ero in questo torpore, in questa caligine che non lascia spazio a suoni o rumori, qualcosa mi ha riportato su. Io, che stavo così in basso che sentivo il tremore delle radici degli alberi, che indovinavo il succo della terra, mi sono ritrovato di colpo nuovamente qua. Come se fosse uno scoppio o uno squarcio di arma da taglio.
Aiuto!!!! Grida così la ragazza aiuto aiuto e mi sono svegliato e poi ho sentito tutto quello che dicevano. No. No. Ora non ricordo più cosa hanno detto, ieri lo sapevo, oggi no, ma non è importante. Dicevano cose che non avevano senso. Uno la voleva ammazzare e l?altra lo voleva amare. E che urlavano come due cani, come due bestie. E lei aveva una voce tutta spezzata, tutta spaccata come quella di un vetro rotto; e io me li immaginavo: lui statuario e gigante in piedi e lei attaccata alle sue ginocchia come una cagna maltrattata che non ha altro padrone, che non sia lui. Era la sua cagna.
[animalità. fedeltà. ragione.]
ora che ci penso non so proprio perché le sto raccontando queste cose. Ieri, ma anche solo prima, prima di entrare qui, glielo detto? prima di venire qui mi bevo un aperitivo, mangio qualcosa e faccio due parole con il barman; comunque ieri avevo chiaro tutto, ma anche prima mentre parlavo con il tizio al banco avrei potuto dirle perché? Perché? Perché?
[La donna per un attimo spegne il registratore e gira il quaderno, la copertina è nera e in basso a destra c?è una piccola etichetta bianca, dove c?è scritto: gualt. conv. La donna si strofina gli occhi e poi li chiude ed come se arrivasse l?eclissi; dalle palpebre filtra appena un filo di luce. La pancia dà una scossa, come un calcio o un pugno, ma nessuno la abita. Ricorda chissà perché il suo camminare su due spilli di tacchi tra le pietre e gli androni; è la strada che fa tutti giorni per venire qui. Riattacca a sentire]
?io sono venuto qui per dirle qualcosa, ma francamente ora no. Noi ci sforziamo come pazzi, come furibondi nel dare un senso alle cose che ci avvengono. Ho passato giorni a chiedermi se c?era un nesso, qualsiasi, tra il cielo neroro, la morte della ragazza dalla ferita sottile e il litigio. E mi dicevo: se certe cose avvengono, un perché ci sarà un filo. Devi solo trovarlo.
Ho seguito percorsi e rotture, ho rovistato nel profondo; e poi avevo chiaro: mentre venivo qui, avevo chiaro. Un flash bianchissimo, uno spot di luce profonda.
E di colpo mentre parlo, mi rendo conto di come siamo patetici nel cercare di fare degli incroci di parole, risibili nel trovare una direzione, un nord e un sud a questi avvenimenti. Non c?è senso o ragione, non c?è niente. Le cose avvengono senza una specifica ragione e senza un nesso e siamo noi che lo desideriamo, perché questo ci fa sentire meno indifesi e vulnerabili.
Questa è una cosa orrida.
E? una cosa orrenda, perché?
[il registratore salta. Finisce. La donna prende la cassetta e la ripone nella sua custodia e poi la mette insieme alle altre. Infine sul quaderno scrive un piccolo ?nota bene?: fare in modo che le sedute durino un?ora]