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Archivio Novembre 2004

qualcosa che non ha a che fare solo con il bello, ma anche con il vero

26 Novembre 2004 9 commenti

Succede questo, che sono stato chiamato a parlare di un libro Combustile Uomo di Gino Valenzano e Franco Torriani presso la regione Piemonte (in c.so Stati Uniti, 23 a Torino). Il tutto dovrebbe iniziare verso le 17

Il link che segue dovrebbe essere la presentazione del pomeriggio. (qui)

Ecco io credo che parlare di certi agromenti (la deportazione, i lager, lo sterminio) e dei libri che trattino questi temi sia da una parte moralmente importante e doveroso e dall’altra serva per mettere a fuoco in maniera più o meno precisa come esista un certo tipo di letteratura e di scrittura che non ha a che fare solo con il bello ma anche con il vero.

Io, che ho un po’ di idee su questo argomento e qualche scarna competenza, lunedì proverò a dire la mia.
Chi vuole e chi può mi troverà seduto, un po’ imbarazzato e superbo, a quel tavolo a discutere e ovviamente sarà il benvenuto.

Lo so che sto facendo un uso personale e privatistico del blog, ma tant’è.

ah dimenticavo
Nel link, come vedete, sono stato definito giornalista, non è vero. A precisa domanda su quale era la mia professione io ho risposto: scrivente. Non mi hanno creduto.

grazie per chi ci sarà.

pinocchio reloaded

22 Novembre 2004 16 commenti

Riscrivere Pinocchio?

Sì. L’ha pensato strelnik e la cosa mi ha divertito e interessato. Così ho provato a scrivere un finale diverso a questa storia .
Che dire. Partecipate. Fate il vosto gioco, ché di un gioco si tratta, ma serio ovvero fare a cazzotti con uno dei capolavori della letteratura italiana e mondiale. Il mio pezzo lo pubblico per intanto qui e, non appena sterlnik avrà finito di districarsi tra i diversi contributi, sarà in pagina anche di .

Io dedico queste righe a Franco, pace all’anima sua, il perché lui lo sa.
Di seguito il racconto

Pinocchio Reloaded

In principio fu legno, e fu legno pure la fine.

Pinocchio si mise per strada a guardare i soffioni vorticare come se fossero angeli di un qualche dio sperduto. Spauriti stavano gli alberi come fritti dal sole, e crepitavano le foglie e persino i fili d?erba erano elettrici.

non farò niente e starò qui fino a quando non marcirò come un pezzo di legno qualsiasi chi me lo doveva dire che vivere era questa cosa qui questo continuo respirare questo mangiare e poi il babbo mi ha pure dato tre soldi e che me ne faccio dei tre soldi io desidero le tarme e l?umidità così non sarò neppure buono per fare un po? di fuoco quando viene l?inverno voglio essere inutile a tutto e questi soldi li darei pure al primo che passa

Gli assassini avevano una fame bestia, erano giorni che non mettevano nello stomaco manco un tozzo di pane ammuffito. Sognavano stufati d?arrosto, e pollo al forno, patate e tortelli, pasta con il sugo fumante; volevano anche una puttana per dargli qualche botta.

meglio un piatto di pasta o una puttana
mhhhh mi fai domande difficili è una scelta che non so dirti
?
non è che è una domanda a trabocchetto
?
c?è una fregatura dietro e io non posso pensare la fame che ho mi strina le budella mi fa attorcinare tutte le viscere
allora puttana o pasta
?
?
no lo so
puttana
perché
semplice prima ce la facciamo poi le diamo un colpo in testa e ci prendiamo i soldi
giusto
?
mi piacerebbe spezzarle il collo
ah ha
e sentire il rumore che fanno le ossa come se fossero stecchetti di legno spezzati
crack
sì crack
ma perché ti piace questo suono
mi sembra il verso della cornacchia
è vero cra cra cra crack
crack si è l?anima va all?inferno come una cornacchia
aha
aha

Parlavano così gli assassini dietro un muretto scalcagnato di pietre e fango.
Una quercia faceva ombra, che sembrava una notte cucita addosso. Loro aprivano la bocca e facevano muovere le mascelle come nei sogni gli affamati, quasi meccanici senza accorgersi i denti battevano gli uni contro gli altri e il rumore si sentiva come il ticchettare di una bomba ad orologeria. E il picchiettio era tale che avresti detto: esplode.
Pinocchio guardava il cielo per cercare le nubi che gli annunciassero pioggia, ma il suo naso all?insù non vedeva niente di buono. Un sereno vuoto cielo, un vasto e largo, che mai avresti potuto tenere con tutte le mani, niente. Tutta questa conca, questa semisfera bislacca d?aria risuonava come un cranio vuoto. Come un teschio. Come la sua testa di burattino legnoso.

che faccio con ?sti tre soldi che ci faccio il mio babbo se li fosse bevuti alla mia salute vecchio coglione e che mi hai tirato su che mi hai messo qua e io che avrei voluto essere un pezzo di tavolo una gamba e invece no no ho tre soldi e non so cosa farmene

Gli assassini sentirono i lamenti di questo strano tipo e balzarono al di là del muro e gli si misero di fronte. Pinocchio saltò come se davanti gli fossero comparsi due spettri tipo quelli delle fiabe. I due stavano carponi e sembravano due cani con la rabbia. Pinocchio indietreggiò fino ad appoggiare la schiena al muro. Sentì lo spessore della pietra e desiderò essere acqua e sperdersi nel muro infilarsi negli interstizi delle pietre oppure essere polvere, cenere infrasottile, per soffiarsi via. I due si avvicinavano sempre più sempre più sempre più

dalli a noi i tuoi tre soldi ragazzino
sì dalli a noi e noi ne faremo buon uso mangeremo alla faccia tua a quella del tuo babbo mangeremo pernici e arrosti quaglie vitelli pasta e sughi berremo vino rosso e ne avremo i denti sporchi neri dacci i tuoi soldi bastardo di ragazzino

E gli saltarono addosso come animali feroci, rabbiosi di bava. E lo misero sotto e incominciarono a picchiarlo. E i pugni cioccarono con il legno; Pinocchio non sentiva il minimo dolore, niente. E vide il suo legno, quella pelle levigata da lima e pialla, scurirsi del sangue che usciva dalle nocche dei due assassini

bastardo
bastardo
bastardo
morirai

E lo presero e lo scaraventarono contro il muro. E Pinocchio non ebbe nessun moto di dolore o sorpresa, il suo corpo era insensibile a quei graffi.

perché non muori
sono di legno
come sei di legno allora ti brucio
ma non abbiamo fiammiferi
vogliamo i tuoi soldi
a voi non li do
perché brutto pezzo di legno marcio
a voi no e basta
perché
?
perché
il segreto è mio
e allora te lo porti nella tomba

Un assassino vide una corda lunga e abbastanza spessa, di quelle per tenere fermi i tori.
Ecco, gliela legano attorno al collo, Pinocchio si dimena, prova a liberarsi, cerca in qualche modo di scappare alla morsa di questi due. Con un pezzo di corda gli fermano le mani e i piedi, come un salame, come il salame che avrebbero mangiato non appena i tre soldi fossero finiti nelle loro mani. Poi gli passano la corda attorno al collo con un nodo scorsoio. Pinocchio ha smesso di muoversi e non urla neppure.
Il primo assassino prende un lembo della corda e lo fa passare al ramo più alto dell?albero, l?altro tiene il burattino fermo e gli prende i soldi.

issa
sì o issa

Pinocchio sale come un frutto osceno e strano tra i rami della quercia, ora che il sole incomincia a tramontare, come un occhio che si chiude poco prima di morire.

morirà
si spezzerà i collo certo
anche lui farà crack

allora diventerà uomo e non pezzo di legno
sì diventa un bambino quando muore
farà crack

cra cra cra cra crack
e la cornacchia verrà fin qui
beh avrà i rami comodi dove appoggiarsi
ehi lassù
sì lassù
cerca di morire il più lentamente che puoi
muori alla salute nostra e dei tuoi tre soldi

E se ne andarono ben sapendo che quell?erba, ora nera e senza luce, non si sarebbe mai macchiata di sangue. Pinocchiò sentì il suo collo staccarsi dal resto del corpo, sarebbe morto se lo sentiva e sentiva per una volta la tremenda paura di vivere. Le sue braccia e le sue gambe si tesero come in uno spasmo; e gli venne da gridare

babbo babbo perché mi hai abbandonato

Ma non fece in tempo, che il corpo si staccò prima e cadde e si ruppe in tre pezzi diversi.
*

La mattina dopo alcuni bimbi, invece di andare a scuola, si trovarono sotto la grande quercia a giocare e a far suonare i fili d?erba. I ragazzi videro questi tre pezzi di legno di diversa foggia e misura. Dopo averli giocati a forbice carta e pietra, se li divisero.

Explicit.

voci di condominio (parte III)

9 Novembre 2004 13 commenti

[la donna ha capelli neri, lunghi e sottili, che tiene legati con un elastico. Chiude la porta dietro di sé, il rumore che fa è sordo. Poi sedendosi, allunga le gambe e rimane qualche secondo come sospesa nell?atmosfera e nel buio. Poi apre il suo quaderno a righe e accende il registratore. Pigia play]

?che bisogna dirlo. Bisogna proprio che le dica come è andata dall?inizio, che altrimenti non ci si crede. Io ci ho creduto fino a cinque minuti fa, fino a prima di venire qua dentro e sedermi sulla poltrona. Ora no.
Mi sono detto: no, non è possibile che qualcuno possa, che io possa, oppure altri ? forse lei, ma forse soltanto ? capire questa cosa che è successa.
Non è tanto quello che è avvenuto, anzi. Certo se ci penso bene non è tanto quello che è successo, quanto il come è accaduto. Questo sì che?

[la donna scrive sulla pagina, in alto a destra, conversazione 18 di Gualtiero in data 20 ottobre 2004. Poi subito sotto la parola: concatenazione]

? bisognerebbe dirlo. Comunque.
Comunque sono arrivato a casa in automatico. Sa quando uno fa tutto senza sentire e capire bene il perché, quanto lo fa. E io ero a casa, ma non sapevo perché. Ci sono dei momenti così. Ce li hanno tutti, lo so ? anche senza quella faccia lì – lo so che ce li hanno tutti. Ma i miei sono diversi. E quindi me ne stavo con le dita all?incrocio e la pancia in sospensione.
?ride vero? Questo ribellismo, questo satanismo usa e getta degno di un baudelaire di quinta mano, che dico, questo maledettismo d?accatto la fa ridere. Eppure ero pronto a farmi. Poi guardo fuori, il mio balcone dà su una via che si allunga fino alle montagne, e le strattona e le richiama qui presenti e massicce?

[ago? Filo? Sutura?]

non erano le montagne a tenermi così, era il cielo, questo cielo neroro. Era un cielo neroro eppure luminoso come un anello dorato che lega capelli scuri. Stava attorno a questi tetti, a queste case tutte minime rispetto agli spazi enormi che teneva. Questo neroro cielo era una sorta di incanto, che entrava nelle vene come un verme come un filo che correva lungo pelle.
Un neroro cielo infrasottile che penetrava nella mia carne e non lasciava spazio a nient?altro che a lui, a questo nero e a questo oro che mi tenevano come avvinto. I nervi facevano come i fiori, tendevano la terra, la bucavano proprio, uscivano, spuntavano. Sentivo la mia pelle farsi fine finissima come se un fuoco la bruciasse lentamente. E? la stessa cosa che sentii quella notte. La stessa sensazione di consunzione, come diceva il tipo appeso?: Omina consumata sunt

[orgasmo? Sesso fatto?]

? la sera ho provato. No no, non è ancora l?altra sera. E? che questo neroro del cielo mi percuote nella memoria, mi scava come un occhio. Anche mia madre scava sempre. Quando me la sogno, scava qualcosa. L?altra volta scavava un vaso colmo di gerani viola chiari. Ma non centra. No. Il cielo neroro mi aprì e entrò dentro come un buio profanatore, fu violenza. Il cielo neroro entrò in me e mi oscurò lo stomaco. Io stavo lì con le braccia aperte e sconce e il cielo mi fotteva e mi dava bruciori?

[? la cassetta salta. La donna ha un gesto di disagio, come se si fosse ricordato di qualcosa di fastidioso, assolutamente. Rilegge le parole fin qui scritte. Poi si alza, e va verso un tavolino nell?angolo. Sopra una bottiglia d?acqua naturale e un bicchiere. L?acqua è fresca in bocca e indolenzisce un po? i denti. Poi è nuovamente seduta, medesima la postura, la cassetta viene girata, e il registratore incomincia nuovamente a parlare.]

? è saltato? E io non mi ricordo cosa le stavo dicendo. Ho parlato dieci minuti. Ridire? Macché ridire. Non lo so neanche io. Comunque sono rientrato in casa, quel cielo non potevo reggerlo più. L?amore troppo fondo e il troppo fondo sesso non li tollero. E così meccanicamente ho acceso il pc e scritto una mail. E? qui, gliela leggo? Se vuole gliela lascio; ecco?

[la donna prende il foglio A4 e lo apre rilegge

a lucidablu27@arcimail.it
da: tiero74@arcimail.it

cara M*

è da questo maggio che non ti scrivo.
Ho passato giorni un po? confusi, ma mi sono ricordato oggi del nostro ultimo incontro.

E? stato un po? di tempo fa.

Mi chiedevo se vuoi, se ti andava.
Chiamami pure al cell. Se non te lo ricordi, eccotelo: 367.475***

Ti bacio
g.

La donna ha un gesto repentino del collo, poi si piega sul quaderno e annota: dimenticanza]

schiaccio invio. E intanto ricordo: questa l?avevo conosciuta ad un reading di poesia. Era una bella trentenne assolutamente infelice e bisognosa di vita. Ho fatto finta di interessarmi della poesia, cosa penosa e inutile: uno scrive per scopare, lo sanno tutti, e chi non lo dice è impotente

[vergare le pagine, inseminare?]

comunque lei mi sorrise e alla fine andammo a berci un buon vino. Lì successe la solita cosa. Lei volle rivedermi. E quella fu una notte. No. Quella dell?altro ieri fu diversa. Proprio. Si rende conto che tutti e due urlavano e si dicevano delle cose irripetibili. Si dicevano puttana e amore, ti ammazzo e ti amo con lo stesso tono come se fossero sinonimi. Forse lo sono. Cioè non credo a questa fandonia dell?amore e morte. Credo proprio che uno ami e possa uccidere la persona che ama. Sì, la cancella proprio. Quando non si ama più si elide. Tipo quando si è scopato, no? Non si dice che si è consumato?
E noi scopiamo e scopiamo finché l?amore non si consuma, finché non abbiamo più niente, finché non sentiamo altro che odio in quel nostro darci dentro; un fitto indecente seppure vitale sentimento di odio, disprezzo per il corpo in cui entriamo o che ci accoglie. Ti viene da sputare. E allora puoi gridare puttana e amore. Ti amo e ti ammazzo. Non è questo, cioè l?altra sera pensavo questo, ma adesso volevo dire…
Le ho detto del cielo neroro? Sì
Ah la mail?
Sì, vero?
Dieci minuti dopo mi arriva un messaggio; è lei. L?sms dice così, l?ho tenuto perché nessuno ci crederebbe: Mia moglie è finita il 4 di ottobre. Se le era amico Preghi per lei
Era morta? Come? Finita sotto una macchina, uccisa da un pazzo, fulminata da un male incurabile, strozzata in una posizione di sesso estremo. Un embolo, un ictus, un cancro, la leucemia, l?aids? Cosa l?aveva fatta finire? Ma poi: era finita? Perché questo termine: finire. Stavo per scrivere al marito: cazzo ma se la ami, non trattarla come un oggetto. Le cose finiscono. Le cose smettono. Le persone no. Le persone muoiono, decedono, crepano, vanno al creatore, si fottono il cuore. Ma non finiscono.
Eppoi non ho scritto niente. Ho detto che si bruci. E sono uscito fuori e il cielo era ancora neroro di una luce luttuosa, ingovernabile malinconica. E pensai a lei e a quella volta qui da me

[giacere morire? Amare finire?]

? era venuta nel mio appartamento e entrando si era sciolta i capelli. Era un bel gesto, sensuale, che la metteva al sicuro; un movimento che segnava la sua distanza dalle altre donne. Segnava un confine di bellezza e di delicatezza; e questa cosa allora, mi commosse. Avevamo mangiato un po? di pasta e un pollo scotto. Non sono un bravo cuoco, e poi ci eravamo distesi. Poco per volta eravamo nudi e ci stavamo a guardare. Io avevo cercato i suoi seni con la bocca e li avevo morsicati e succhiati come acini d?uva. Lei mi aveva stretto a sé e mi aveva leccato la schiena fino al buco.

[uomo/donna e donna/uomo]

poi ero entrato in lei e lei aveva un sesso così fine e piccolo. Aveva una fessura così stretta, così dolorosa che sentivi il sangue pulsare e aprirsi; era così piccola che era un piacere doloroso, come si dice della cruna, dell?ago? Ecco io esperimentavo quella gioia, quel suo sesso angusto come un piccolo scrigno mi teneva ?
era sottile come le fessure delle cassette dell?elemosina in chiesa. E venendo aveva dato squassi simili ai cerchi che fa un sasso quando casca in acqua ferma.
Il mio finire fu più semplice: mi tolsi come rabbioso e lo sprecai sul pavimento tra germi, capelli e polvere.

[sterilità, morte, malattia. Amore come patologia?]

comunque ora è morta o come dice suo marito, il cornuto, è finita. E già da due settimane. Quindi mon posso neppure immaginarla, sarebbe così orrendo. Così ho preso il mio telefonino, ho cercato il suo nome in rubrica, sono uscito fuori ? ora il cielo era normale e oscuro ? e l?ho cancellata.
Pace all?anima tua e al tuo sesso sottile come una linea bianca. Sono rimasto così in uno stato di vegetazione, e poi non mi sono messo a letto e ho preso sonno. Quando mi muore qualcuno io mi addormento subito; è come se volessi raggiungerlo in quell?inconsistenza di incoscienza. Penso sempre: ma morire nel sonno come sarà? Ad un tratto ti addormenti e poi? E poi non sei più un cazzo. Sei un niente di niente. Non sei. Vai al nulla. Vai nel buco del culo dell?universo. E se sentissi qualcosa? Pensa l?orrore che devi provare a sentirti morto, sparito, distratto, disidratato di carne e pensiero, senza più niente che ti renda vivo, o riconoscibile come umano, come essere umano. Pensa la tragedia di essere altro in un altrove, in un altro tempo, in un altro tutto. Pensa lo spavento di non sentire il proprio corpo, questo nostro disastro, che per quanto tremendo è da preferire a quello stato di sospensione che si chiama anima.
Quando dormo, per alcune ore rimango in uno stato di nientità che mi fruga, mi studia, mi ha e mi possiede. Fino al mattino, in uno si sveglia, sapendo nella bocca di morte

[buio, claustrofobia, utero materno, taglio cesario.
La donna si alza nuovamente e va verso la finestra. Fa schricchiare le ossa del collo e quelle delle mani, mentre guarda fuori. L?acqua del fiume è petrolio; con una mano si aggiusta l?orologio e si ferma i capelli, facendo una specie di ciuffo, con la matita che teneva tra le dita. Ripensa, la donna al sole e al mare; al biancore accecante di certe case: una lingua straniera di antichi misteri e la malinconia dell?ultimo bagno. Ora è nuovamente alla scrivania e riattacca il registratore.]

e mentre ero in questo torpore, in questa caligine che non lascia spazio a suoni o rumori, qualcosa mi ha riportato su. Io, che stavo così in basso che sentivo il tremore delle radici degli alberi, che indovinavo il succo della terra, mi sono ritrovato di colpo nuovamente qua. Come se fosse uno scoppio o uno squarcio di arma da taglio.
Aiuto!!!! Grida così la ragazza aiuto aiuto e mi sono svegliato e poi ho sentito tutto quello che dicevano. No. No. Ora non ricordo più cosa hanno detto, ieri lo sapevo, oggi no, ma non è importante. Dicevano cose che non avevano senso. Uno la voleva ammazzare e l?altra lo voleva amare. E che urlavano come due cani, come due bestie. E lei aveva una voce tutta spezzata, tutta spaccata come quella di un vetro rotto; e io me li immaginavo: lui statuario e gigante in piedi e lei attaccata alle sue ginocchia come una cagna maltrattata che non ha altro padrone, che non sia lui. Era la sua cagna.

[animalità. fedeltà. ragione.]

ora che ci penso non so proprio perché le sto raccontando queste cose. Ieri, ma anche solo prima, prima di entrare qui, glielo detto? prima di venire qui mi bevo un aperitivo, mangio qualcosa e faccio due parole con il barman; comunque ieri avevo chiaro tutto, ma anche prima mentre parlavo con il tizio al banco avrei potuto dirle perché? Perché? Perché?

[La donna per un attimo spegne il registratore e gira il quaderno, la copertina è nera e in basso a destra c?è una piccola etichetta bianca, dove c?è scritto: gualt. conv. La donna si strofina gli occhi e poi li chiude ed come se arrivasse l?eclissi; dalle palpebre filtra appena un filo di luce. La pancia dà una scossa, come un calcio o un pugno, ma nessuno la abita. Ricorda chissà perché il suo camminare su due spilli di tacchi tra le pietre e gli androni; è la strada che fa tutti giorni per venire qui. Riattacca a sentire]

?io sono venuto qui per dirle qualcosa, ma francamente ora no. Noi ci sforziamo come pazzi, come furibondi nel dare un senso alle cose che ci avvengono. Ho passato giorni a chiedermi se c?era un nesso, qualsiasi, tra il cielo neroro, la morte della ragazza dalla ferita sottile e il litigio. E mi dicevo: se certe cose avvengono, un perché ci sarà un filo. Devi solo trovarlo.
Ho seguito percorsi e rotture, ho rovistato nel profondo; e poi avevo chiaro: mentre venivo qui, avevo chiaro. Un flash bianchissimo, uno spot di luce profonda.
E di colpo mentre parlo, mi rendo conto di come siamo patetici nel cercare di fare degli incroci di parole, risibili nel trovare una direzione, un nord e un sud a questi avvenimenti. Non c?è senso o ragione, non c?è niente. Le cose avvengono senza una specifica ragione e senza un nesso e siamo noi che lo desideriamo, perché questo ci fa sentire meno indifesi e vulnerabili.
Questa è una cosa orrida.
E? una cosa orrenda, perché?

[il registratore salta. Finisce. La donna prende la cassetta e la ripone nella sua custodia e poi la mette insieme alle altre. Infine sul quaderno scrive un piccolo ?nota bene?: fare in modo che le sedute durino un?ora]

la scuola media

3 Novembre 2004 9 commenti

Le medie, dico, le scuole medie erano per Antonio qualcosa di sgradevole. Non il nido caldo delle elementari, della maestra con i seni avvizziti, ma altro.
Non più la ricreazione, la merenda, i giochi nel cortile, ma un nuovo inizio.
E Antonio non amava il principiare delle cose.
Eppure c?era altro, e lui lo aveva individuato in quel sottile fastidio, percepito non appena si sedeva e tirava fuori astuccio e quaderni.
Stava cambiando, mutando persona e voce. Peli e pensieri.
Ma era una trasformazione deludente. Diventare adulti non era niente di quello che si aspettava.
Lui faceva la prima. E nella sua classe c?erano 25 tra ragazzi e ragazze, alcuni erano ripetenti. C?era una ragazza, Cinzia, che aveva quattordici anni. Bocciata tre volte, lei, sì, era grande. E pure adesso che era appena settembre, ma sembrava agosto per il caldo, lei indossava canottiere a fiori piccoli così leggere, che le si vedevano i seni. Erano due sporgenze, come le colline di certi sogni, accennate, ma così nette nella fantasia da chiudere gli occhi ad Antonio.
Erano anche vicini di registro, lui e Cinzia; lei di cognome faceva Niscemi e lui Natoli. Per questo motivo il giorno della visita dovettero aspettare insieme.

vorrei tanto fumarmi una sigaretta
?
tu non fumi
no tu sì invece
certo che domande
anche mio padre fuma nazionali
io solo malboro

Il discorso era finito lì, e non tanto perché erano stati invitati ad entrare. Quanto perché Antonio aveva provato una sorta di spavento, di angoscia primigenia e di vergogna che non l?aveva fatto parlare più. Cinzia aveva pensato che fosse solo un ragazzo timido.
I medici erano due e dissero rispettivamente a Cinzia e a Antonio di alzarsi la maglia. E auscultarono prima la schiena e poi davanti il cuore. E fu allora che Antonio vide il reggiseno bianchissimo, appoggiato su una pelle liquida, da rimanerci tramortito, come una luce che acceca. Quella sera Antonio trovò dolce anche il sonno, lo stendersi nel suo letto e il dormire a faccia in su. Quella volta chiudere gli occhi e lasciare che i sogni, stipati nelle sue ossa e nel suo cervello, uscissero, sembrava dolce e invitante.
Prima le preghiere, che recitò sotto voce biasciando come un salmolodia.

Padre nostro che sei nei cieli sia santificato il tuo nome ave maria piena di grazie il signore con te e non ci indurre in tentazione ma liberaci dal male e prega per noi peccatori mi pento e mi dolgo con tutto il cuore illumina custodisci reggi governa me in questa valle di lacrime

Poi, chiusi gli occhi, i sogni lo visitarono. Gelaterie che fumavano. Lunghe file di spighe. Un acino d?uva su un tavolo di legno. Un melograno spaccato e le dita di una mano che giocano con i chicchi.

Queste medie, però, lo convincevano sempre poco. C?era Cinzia, ma lui non capiva, se qui sorrisi fossero una sorta di stupore, parte di quel biancore che certe volte la sera lo spaventava e lo faceva gioire, o se fossero solo una civetteria malevola e arguta di una ragazza cresciuta, che mentre lui correva ? nell?intervallo ? dietro un pallone, stava appoggiata al muro a fumare di nascosto con le amiche.
Le medie poi avevano usanze diverse. E Antonio stentava a capire. Un giorno, eravamo alla fine di settembre, era alle prese con l?epica, quando gli venne di andare al bagno. Alle elementari era semplice ti alzavi e andavi. Senza dire niente. Antonio pensò che questa regola fosse rispettata ovunque.
Quindi si alzò. E si diresse verso la portavetri, che non distava più di tre metri.
La professoressa, capelli ricci da medusa, staccò gli occhi dalla furia di achille e disse

dove stai andando

La domanda sembrava furiosa e rabbiosa

ai servizi
ah
posso
non credi che prima dovresti chiederlo
io pensavo che fosse come alle elementari
qui non siamo alle elementari
ah
d?ora in poi quando devi andare alza la mano e chiedi il premesso
?
ora vai pure
?
dove eravamo arrivati ecco che infiniti lutti addusse agli achei

Uscito fuori dalla classe, respirò un po? d?aria, perché per raggiungere i servizi bisognava percorrere un ballatoio esterno e scendere due rampe di scale. Era un posto un po? isolato, discosto dalle classi. Antonio fece quel percorso con una sorta di fretta incomprensibile, come se dietro di lui una muta di cani lo braccasse. Scese le scale, quelle antincendio, di corsa facendo passi svelti e piccoli.
In bagno si sciacquò la faccia con un po? di acqua fresca e si riprese dallo strano e ingiustificato fiatone. Qualcosa lo terrorizzava.
Crick. Un rumore? Niente.
Entrò nel bagno e come al solito, perché alle elementari si faceva così, non chiuse la porta a chiave.
Proprio in quel momento entrò Massimiliano e aprì la porta del bagno.
Massimiliano aveva sedici anni e faceva terza. Quest?anno ? almeno così dicevano tutti ? si sarebbe finalmente diplomato. Aveva la faccia con i brufoli e i capelli a spazzola. Era alto Massimiliano, e non si muoveva mai da solo, ma sempre in coppia con Riccardo, anche lui ripetente, di un anno più giovane.

Antonio non si rese neppure conto, che già Riccardo lo aveva immobilizzato di spalle, e i suoi pantaloni erano finiti a terra, mostrando quelle gambe rade di peli, ancora secche e fragili. Provò a dare uno scossone, ma erano troppo grandi e troppo forti.

cosa è questo
Massimiliano indicò il piccolo sesso di Antonio. Lo tenne sul palmo della sua mano, che sembrava ancora più grossa, e lo vide quasi ritrarsi come se un gelo improvviso fosse sceso, in un labirinto di vasi comunicanti, tra la mano di Massimiliano e il cazzino di Antonio.
Cazzino, sì. A chiamarlo così fu Riccardo.

Ha un cazzino hai visto massì
Proprio una cosa piccolina infima guarda si ritira pure che schifo è molle è vuoto è niente

E mentre diceva queste cose Massimiliano prese la pelle e strinse e tirò, così da scappellare quel po? di carne che c?era. Antonio sentì come un vampa di fuoco, un bruciore che gli incise le gambe e la testa. Poi Riccardo lasciò la presa e con lui Massimiliano.
Antonio rimase lì. Massimiliano si slacciò i pantaloni e tirò fuori il suo membro e gli gridò

questo è un cazzo non il tuo piccolo culattone frocio con quello che hai non farai niente non sarai niente questo è un cazzo questo è quello che serve questo

E mentre diceva queste cose, se lo menava lento e continuava a parlare

nella vita non sei niente se ce l?hai così non sei un cazzo tu non sarai niente

Riccardo rideva e basta, ma erano risate mute non sonore. Antonio finalmente trovò la forza di muoversi, di rivestirsi e andarsene. Senza fiatare.

sei solo un forcio culattone nessuna ti vorrà mai
cazzino cazzino cazzino cazzino

Antonio salì le scale con calma, mettendo un piede dopo l?altro e quando attraversò il ballatoio guardò anche lo strano gioco di ombre tra le tegole del tetto e le nubi di fine settembre. Pensò che doveva parlarne e decise che entrato in classe avrebbe detto cosa era successo alla professoressa.
La portavetri fece un rumore sinistro. Era dentro

Sei tornato

Sei rimasto molto fuori
E che?
Beh spero che ti sia servita la lezione
Si signora professoressa

E andando al banco, Antonio vide che tutti ridevano. Anche Cinzia.