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Archivio Gennaio 2005

sacripante! è arrivato.

31 Gennaio 2005 7 commenti

E’ arrivato

Io ho scritto due cose.

Un’eresia su dante.

Un altro racconto dei miei.

Ma è un numero da leggere tutto.

ci sono tanti grazie da dire, ma li tengo per me.

(commentate pure tutto quello che volete qua. Io riferirò alla redazione…)

la minima quantità

27 Gennaio 2005 5 commenti

Marco ha mani levigate e chiuse come la bocca di una morta.
Mi ero abituato a tenerlo per mano dalla prima elementare. Ti mettevano in fila e io e Marco stavamo con le mani attorcigliate, e poi attraversavamo la strada. Se un rumore era più forte, una macchina passava troppo vicina alle nostre schiene, noi dicevamo serpe! e le dita si facevano più strette e bianche, quasi il sangue non scorresse.
D?estate – avevamo dieci anni – andavamo dietro le rogge d?acqua scura e luminosa, provavamo di catturare l?immagine dei passeri che scorrevano nel cielo e nell?acqua. Le sue mani, quelle di Marco dico, avevano una speciale bellezza: erano verdastre e umide. Quando se le passava sul volto sembrava diventare pianta cespuglio e foglia. Si inverdiva nell?erba, come una bestia in caldo.
siamo d?erba
cosa dici
siamo d?erba noi dobbiamo mangiare erba e merda
cosa
siamo erba e merda ci fecondiamo così
marco cosa stai
antonio senti l?erba senti la terra senti la merda non si nasce senza queste cose noi siamo le piante e le rogge d?acqua, siamo il seme siamo siamo
Poi si tirava su come posseduto da un incantesimo.
E tra il pietrame camminavamo con le mani strette; se sentivamo un rumore, gridavamo serpe! e le dita si stringevano senza far passare il sangue.
Non correva mai sangue tra noi, che ci tenevamo nello stupore di quel lucore di bosco e piante.
non ci terremo più per mano
no
no le nostre mani saranno una cosa diversa saranno mani che non si toccano più
perché
perché queste mani ci fanno bestie diverse
*

devi tenerti fermo
così
sì alza solo il braccio destro ancora un po?
se sposti quella tenda
antonio tu stai zitto i modelli non parlano
Marco mi teneva fermo dei pomeriggi. Avevamo nel cuore uno spurgo di seme, di rabbia e di quattordici anni roventi e lui aveva deciso che all?esame di terza media avrebbe portato la sua prima scultura. Io.
Le sue mani nell?argilla grigiastra e piombosa luminescevano e davano sprazzi: erano sputi di luce, e la lampadina del garage ? il suo studio ? tossiva a tratti.
sarai san sebastiano
io
sì finalmente sanguinerai di frecce di ferite
?
farai come dopo nevicato quando la neve si scoglie si sfa e leggermente sparisce senza un sussulto
Stavo completamente nudo e segnato da piccole X fatte con la penna. Lì ? nella scultura ? avrebbero trovato posto le frecce. Il mio corpo non era statuario, ma basso e rotondo; la mia pelle era grigia. Ero un Sebastiano piuttosto corpulento, ma felice di questo mio mostrarmi e ogni giorno con Marco ? lo diceva, mentre io mi rivestivo e lui si fumava di nascosto una sigaretta ? ingoiavamo la nostra minima quantità di morte. Proprio la minima quantità: lo stretto necessario per il giorno appresso.
infatti io fumo e tu
e io
tu posi nudo per me
?
la nudità è una forma di morte tutto quello che hai di vivo te lo porto via su creta
mi ucciderai
quando avrò finito la scultura sì
?
?
a domani
a domani
*

E il nero fu di colpo.
E? un cospirare della natura questo e del tempo, dove le cose accadono al momento meno propizio. Un giorno per caso trovai un piccolo cacciavite, di quelli minuscoli che servono per gli orologi. Era una giornata perfettissima. Ai tuoi sensi tutto arriva chiaro limpido, hai la pelle splendida di un nitore candido come una pezza di stoffa appena lavata. Un biancore che sa di bucato e trasfigurazione e che per un attimo ti confonde. Il tuo stesso corpo si fa labirinto, diventa qualcos?altro con il rarefarsi della luce, il suo venir meno lento: e lo guardi questo giorno che sparisce, che sparisce dalla visuale della tua finestra, dal chiuso di questa finestra, dal chiuso sagrato del tuo corpo vedi il tramontare e quello splendido spettacolo di vita si tramuta, e – quasi dici – si muore. E il cacciavite è perfetto per togliere la lama al temperino.
Tengo la lama tra le mani e incido precisamente dove Marco aveva fatto i segni, che erano scomparsi, lavati via. Ma io sapevo. Il mio corpo diventa una sorta di oscuro oggetto di sangue. Nudo nel bagno mi guardo. I lievi rivoli hanno traiettorie particolari, sono una mappa e lascio che il sangue si sparga come meglio crede.
Mentre guardo quello spettacolo ho un calore repentino:
non vedrò più Marco
Lo decido all?istante, quando l?ultima immaginaria X, quella vicina al capezzolo sinistro, è incisa e sbocca.
*

Il cane annusava e io e mio padre stavamo silenziosi. Di colpo il verde ebbe un sussulto, un singhiozzo trattenuto, e un fagiano volò via. Mio padre prese la mira, mio padre non sbaglia mai. Aveva un occhio mezzo monco, ma l?altro era preciso.
pum pum pum
Tre colpi e il fagiano precipita come un bolide astrale fuori traiettoria. Io e il cane gli siamo dietro, selvaggi entrambi. Arriviamo insieme. Tre ferite e il sangue si accalca come una folla e il cane sente l?odore e impazzisce. Questo fagiano è un cristo piantato al cielo con tre chiodi, ma non ha avuto il tempo di agonizzare e di pronunciare parole. Il cane abbranca la preda e io cerco di levarla dalla sua bocca: lui mi morde e mi graffia la mano destra.

Ci sono sangui diversi sulla terra.
*

antonio antonio antonio sei tu
Marco mi prende il braccio e lo stringe. Io sento la sua forza tenermi, trattenermi.
ma sei qui

sei venuto alla mia mostra

e non mi volevi dire niente
no
perché
perché sarebbe stato difficile dire cose e volevo solo guardare le tue sculture
sono passati 20 anni
sì ma ho visto che sei sempre bravo
grazie
e quella scultura
è la tua scultura quella di san Sebastiano la espongo anche se non mi rappresenta ma è altro capisci
capisco ma non vorrei
aspettami qui mi libero subito

Tre ore dopo sono nello studio, il suo. Siamo seduti sul divano: c?è una luce opaca come di candele e chiesa, ma non suona nessuna musica: c?è un silenzio rigido e lui ha una vecchia lettera davanti
ricordi

l?hai scritta tu
tanto tempo fa
mi ha fatto stare male
era giusto
cosa
stare male
perché
perché io stavo sanguinando e volevo che tu lo sapessi
?
?
posa per me
quando
ora
La mia nudità è spogliata di tutto, non ho né desiderio né vita, solo corpo. Questo mostro, offro e metto all?incanto. Marco è la corda e il sicomoro.
Basta solo che mi innalzi. Una volta per tutte.
Sono fermo, quando lui lascia l?argilla che sta modellando, pare uno spruzzo di mare sul molo, e viene dietro di me. Mi drizza la schiena, l?accarezza quasi fosse pregiata. Poi mi dice una cosa, mi dice serpe!. E siamo sul divano e lui finalmente mi innalza e mi prende con violenza.
Mi prende con sufficienza, ma io so: io so il perché di questo entrarmi dentro, di questo ruvido dirmi cose, che ora sono chiarissime. La notte è azzurra di un azzurro purissimo, solo l?invero regala notti così tremende. Lui sta dentro, mi dice
perché
?
perché

perché non hai sanguinato davanti a me perché non sanguini perché ti sei tagliato senza di me io ti avrei tagliato finita la scultura io ti avrei piantato la lama e avrei graffiato il capezzolo che stillasse il sangue che io volevo bere
fallo ora
?
Marco prende dal tavolino una piccola lama e incide il petto come me 20 anni prima. Il sangue scende, si sgrana come rosario. Una litania, che fa macchia sul divano
non ti andrà via
non voglio che vada
Poi quando mi lascia esausto, la sua bocca, leggermente aperta, è sul mio petto e cerca la ferita: succhia. Non una goccia di sangue sprecata, ma tutte in lui come ho sempre desiderato.

Fuori nevica. Io ingoio l?ultima minima quantità di morte.

è soltanto un sogno

21 Gennaio 2005 9 commenti

(questo che viene di seguito è il resoconto letterale di un sogno, sognato ‘sta notte, chi volesse intrepretarlo e trarne auspici è liberissimo di farlo)

Sono tre uomini.
Questa è la prima cosa che noto, forse l?unica, insieme al fatto che sono vestiti come mio padre. Pantaloni stretti e camicia rigorosamente attillata con il collo pronunciato. Hanno lasciato la macchina nello spiazzale, guardandola da qui mi sembra una giulietta scura. Fa caldo, molto. E? estate, lo deduco dalle loro manichette corte; io non mi vedo, però vedo il posto dove siamo.
E ? uno spiazzo polveroso. La tonalità dominante è l?ocra. Penso se ci fosse il vento saremmo nel far west. Io non mi vedo. Quindi, quando dico ?io?, potrei anche dire ?io? come un occhio gigante che guarda questi tre venire.
Eppure questo ?Io? non io, così simile a me, non faticherei a chiamarlo Demetrio.
Si avvicinano verso di me, fanno un passo per volta. La loro lentezza ha qualcosa di estenuante e di pronunciato, si muovono in slow motion. Mentre camminano, mi rendo conto di essere in un paese delle Marche ? mi sto guardando intorno ? io sono lì che aspetto che i tre mi raggiungano, ma sono anche in giro per queste contrade, che non hanno vie, ma solo scale, a salire e scendere, scale che si intrecciano, che ritornano su se stesse, che si perdono. Ci sono i balconi che si toccano quasi, talmente lo spazio è minimo, e gatti in quantità, molti hanno la rogna, abbandonati, e sbucano delle cantine, vengono e corrono per questi scalini di pietra, o dormono sui sassi che stanno al sole. Loro intanto si avvicinano a me, e io salgo come fossi un doppio, un pallido doppio di me, una rampa di scale e sono davanti ad un portone romantico e capisco di essere a Quintodecimo provincia di Ascoli.
Ripeto mentre loro arrivano.
un paese tenuto su da miseria e pietre
un paese tenuto su da miseria e pietre
un paese tenuto su da miseria e pietre
Finalmente mi sono davanti, e li riconosco, i tre hanno le sembianze di Claudio Gentile, Franco Franchi e Ciccio Ingrassia. Vorrei dirlo, dirgli chi sono, ma loro non sembrano curarsi di questo. Gentile sta più indietro, ma è al centro, gli altri due sono ai lati, più vicini a me. Hanno facce, tutti, abbronzate e nere, sembrano usciti da una scultura di legno, un castagno o un marrone, che qui a Quintodecimo ne sono pieni i boschi.
Anche la loro immobilità mi stupisce, io so che hanno un segreto, e so che devono andare alla chiesa, la stessa che prima ho visto; mi rendo conto, ma non mi vedo, che con la mano gliela sto indicando, sento anche le mie parole
dovete prendere per quella viuzza e salire tutte le scale quando arrivate al bivio prendete la scala che inizialmente scende ma che poi monta su ripida e sarete davanti al portone della chiesa
Dicono grazie? Non lo so

Ora io non ci sono più, ma loro tre sono nella stanza di un albergo, è tutto stranamente anni 70. Sono loro tre davanti ad un telefono. Che posto sarà mai? Non ho possibilità di capire dove sono. Immagino un posto di mare, perché la luce che filtra è quella dell?acqua. C?è una strana luce come se loro uscissero fuori, come se sbocciassero. E? un posto di mare. Quindi fuori ci sono le persone che camminano sul bagnasciuga, la ferrovia corre sulla massicciata e se vuoi andare in spiaggia devi per forza prendere il sottopassaggio.
La gente ? almeno dalla luce che filtra dentro la stanza ? va al mare con una certa disinvoltura. Loro tre si parlano spesso all?orecchio e sibilano, cose che non posso sentire: sono suoni, fruscii, come fa il vento quando passa tra i fili d?erba, come il rumore di una risacca, come il mare. Forse ? lo penso adesso mentre scrivo, mentre guardo me che guarda queste tre immagini fantasmatiche ? forse quello che io ho scambiato per sussurro, per parole mezzo dette, è in realtà lo sciacquio delle onde. Il suo andirivieni senza costrutto.
Sono nella camera loro tre e il telefono squilla. Fa il suono dei telefoni di una volta, che io non sentivo da tempo, quel suono che a me stupisce, ma per loro ? lo vedo ? è normale.
Franco Franchi risponde e incomincia a deformarsi la faccia in una delle sue solite smorfie. I capelli vanno su e giù, le orecchie si muovono per conto proprio, la bocca si allarga, diventa abnorme, le labbra spariscono, e gli esce fuori una lingua che sembra quella di un cammello. Quella faccia, scolpita in un pezzo di legno, tanto era dura e immobile, ora si liquefa sotto lo sguardo degli altri due, è come gomma. Gli occhi diventano due fessure, la labbra si allargano quasi a toccare le orecchie: una maschera comica greca o un copricapo funerario?
Intanto la lingua fa dei movimenti inconsulti e slappa come un cane o un toro dell?acqua immaginaria.
E? una metamorfosi, Gentile e Ciccio stanno ai lati come se fossero statue; infine in questo stato di tensione, qualche parola
il primo è ciccio

la palude è verdastra e ha mosche intorno, si cammina a fatica. La donna, è una donna grassa, ha i capelli castani con le punte arrossate, come lingue di fuoco, cammina con l?acqua fino al ginocchio. Fatica. Ansima. Il cuore le batte profondamente, è come se l’avesse più dentro, più in fondo come se fosse quasi nel ventre. Eppure lo sente, lo sente battere lì e intanto muove un passo dopo l?altro, mette un piede e poi l?altro.
Non si chiede perché è lì. Lo è, tanto basta.
Cammina e scopre una vecchia Fiat 128 grigia, immersa per metà. Si avvicina.
La macchina è piena di vegetazione e di acqua, marrone. La donna grassa le gira intorno e con la mano la tocca tutta, ci guarda attraverso, ma è nero, e l?acqua è veramente sozza e scura. Dopo aver fatto un giro, come un prete intorno alla bara benedicendola, sente una voce. La macchina parla, dice cose scomposte, ma la donna non sembra preoccuparsene, è normale che una Fiat 128 grigio metallizzato, diventata una sorta di acquitrino marcio, possa parlare. Il suo sguardo non tradisce nessun tipo di emozione. Si muove goffamente e poi sente la macchina di nuovo bofonchiare
più avanti più in là più avanti
La donna si muove a fatica, l?acqua è melmosa, e cammina oltre la macchina. Tutto ad un tratto si allarga lo sguardo ? e proprio come se la donna fosse un obiettivo che si apre a pieno orizzonte ? e non siamo in una palude, ma in un delta, dove il fiume e il mare finiscono.
La donna grassa arranca e vede una massicciata nera.
Un?onda.
Un?altra.
Ancora una.
Compare dal nulla Franco Franchi, che si tiene con le dita al muro e ha i piedi appoggiati su una sorta di appiglio. Dà la schiena alle onde che arrivano, e ogni colpo il suo volto cozza contro le pietre scure. Un?onda un colpo. E la sua faccia si deforma. La donna grassa si avvicina, gli gira intorno. Ogni onda lo fa aderire come un?ostrica.
E? un supplizio, Franco Franchi è sofferente, sbatte ogni volta con violenza, le ossa, il ventre, il costato e la testa contro questo muro. E l?onda non resta, ma continua, sorda implacabile silenziosa testarda, a fare il suo mestiere che è quello di andare e venire di andare e venire.
La donna guarda Franco Franchi che stenta a parlare, – ha forse tutti i denti rotti? – ma lei capisce
prima è toccato a Ciccio
Lo sguardo della donna torna alla macchina, anzi è dentro la macchina: affiora il corpo, lungo come un ramo, di Ciccio Ingrassia, che galleggia a fior d?acqua. Ha le gambe leggermente divaricate così come le mani. Sta lì come una freccia abbandonata e per la donna è normale che Ciccio Ingrassia stia così. Era lui che parlava?
Ora è nuovamente da Franco Franchi che smozzica
poi è toccato a me e ora toccherà a lui

Il fax sta elaborando e due ragazzi si tengono per mano, hanno visi anonimi, forse non ce l’hanno ? sono io che glieli metto due occhi, un naso, una bocca, orecchie, zigomi e tutto il resto ? forse sono senza volto; ma le mani le hanno e le dita intrecciate sono una staccionata. Il foglio lentamente viene inviato e il fax fa il solito rumore. Un ronzio come di mosche, di insetti, che verso la fine diventa il cinguettare impazzito di passeri.
Il foglio adesso arriva da un?altra parte, in un altro ufficio, dove un uomo di spalle lo sente. Il frusciare della carta lo fa sussultare e lo blocca.
L?uomo si gira ed è Claudio Gentile. E’ invecchiato e stanco, ma è lui. Lo riconosco perché ha uno sguardo da attore, uno di quelli che impersonavano i soldati greci nelle pellicole sulla guerra di Troia negli anni 60 e 70.
E? proprio lui che legge il fax sorride e dice
ora tocca a me

poi è solo buio anzi di più.

un’altra faccia

10 Gennaio 2005 15 commenti

succede che qui, io pubblichi, grazie a giulio mozzi,una cosa un po’ spessa – mi piace il termine spessa – una cosa che riguarda gli anni di piombo
è un’altra faccia, tenuta prudentemente nascosta, di questo blog. Ora tocca a voi leggerla e a me provare a dare nuove risposte.