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Archivio Maggio 2005

poche righe che vanno a capo

16 Maggio 2005 8 commenti

queste sono poche righe che vanno a capo, un po’ come vogliono. Scritte così. Le lascio qui in pasto.
*
ho pensato di morire a questa bellezza
per non esserne responsabile.

Non è da me
farne la manutenzione

ché
la bellezza
non è un’auto
né lo sono i tuoi giacinti
piantati
fuori stagione.

ma questa è la bellezza:
sfacciata e immediata
che ti viene da morire

che preghi di morire

perché non puoi sopportare
tutta questa

bellezza;

non la puoi dire -
né per iscritto
né per foto -
tutta questa

bellezza.

Ti manca il respiro
e il naso sanguina per la troppa bellezza

che quasi ti convincono che vivi
per lei.

E’ per lei che senti l’odore caldo del pane,
il verde metallico del parto
è per lei che ha senso la carne
il penetrarci a vicenda nel vivo
come coltelli e spine di rose

se così fosse,
se la bellezza fosse questo che tu mi dici, ora,
nel segreto della stanza,
perché tremi presa da un freddo furioso?

se così fosse,
se la bellezza fosse quello che tu mi dici,
avresti una ghirlanda di santità
e non spallucce da uccellino.

bisogna decidersi
di morire alla bellezza, che non fa per noi,
mistero tremendo per chi ha il ventre
colmo di genziane.

ho pensato a questa bellezza, che tu mi indicavi con il dito
come si fa con il volo degli uccelli. Ho visto questa bellezza
e ho deciso di morirci dentro per non esserne responsabile.

un allegro inferno

11 Maggio 2005 15 commenti

Mi ero detto: figurati se, ma dai pensa se mai… eh.. figurati.
Invece.
La ragazza, commessa della mia libreria, mi riconosce. E dire che avevo fatto finta di niente, ci sarebbe anche da dire perché mi riconosce. Ed è presto raccontato. Il giorno dell?uscita di Perceber, vado a comprare Perceber, entro nella libreria, questa dove sono qui ora, mi dirigo verso i nuovi arrivi e prendo Perceber (le copie, devo dire rispetto al 5 maggio sono scese?), la commessa che aveva appena sistemato la pila, mi dice: ?Ah Perceber…?
?Sì ? faccio io -??
?Il libro un po? mi spaventa??
?Io ne ho letto un po? sul web, mi sembra interessante, soprattutto riscopre la voglia di raccontare??
?Ah?. Allora facciamo così, leggilo e poi dimmi cosa ne pensi..?
?beh si potrebbe fare davanti ad un caffè??
?Vedremo..?
Il mio pessimismo latente e una generalizzata sfiducia nel genere femminile non facevano presagire niente di buono da quel ?vedremo?.

Invece.
?Ah ciao??
?Ciao??
?L?hai letto, poi, il libro che hai preso??
?Perceber??
?Sì.. che volevo sapere come andava a finire??
?Non finisce, non è un giallo??
?Non è un giallo? O no??
?No, ma la questione è lunga??
?Beh potremo prendere il caffè, che mi avevi promesso?
?Sì?. Balbetto e mi dico che forse sono solo un personaggio, guidato da Leonardo Colombati, che si diverte a tramare alle mie spalle.
Il caffè è proprio vicino alla libreria. Ci sediamo al tavolino. Lei qui è conosciuta, e il cameriere la saluta con trasporto. Penso e mi dico: se fai qualche cazzata hai il fidanzato alle costole. Io ordino un caffè e lei un succo di frutta.
?Dai raccotami??
?Intanto l?ho finito in cinque giorni, e credo che questo sia importante, significa che la storia scorre, fila, come deve e dove deve. Il ritmo non cade mai, anche se il testo è veramente vasto barocco, lussurioso, e mi ha fatto venire in mente Tito Livio??
?Tito Livo? dio il latino, no??
?C?è qualcosa di simile a Tito Livio??
?Ma cosa??
?Beh, a parte questa capacità, che a te piaccia o meno, di costruire una frase, di tornirla e di renderla così ricca e tutta essenziale (chissà che fatica avrà fatto l?editor!), Colombati e Tito Livio condividono il medesimo amore per l?Urbe, per la città di Roma. E quindi narrano tutto. Sono narratori bulimici, mai sazi, che vogliono riuscire a dire ogni atomo di questa città, e non si accontentano: vogliono farla entrare nella testa del lettore. E così vedi Colombati che scrive di vie, di bugigattoli, di bar, di negozi di ferramenta, di chiese; e descrive queste cose come se fossero tutte essenziali: e tu gli vai dietro, non chiedi altro di seguirlo in questo pellegrinaggio. Una cosa simile mi era successa leggendo Tito Livio. E? la stessa cosa: entri in questo labirinto di personaggi, di miti, di storia e vorresti non uscirne più. Ma c?è di più. La scrittura proprio per questo sconfinato tentativo di dire tutto, fa in modo che Roma non sia più Roma, ma diventi qualcos?altro, una sorta di gigantesca metafora sulla possibilità di edificare un mondo??
?Ma la trama, la trama?.?
?La trama? chi se ne frega, cioè c?è e regge, ma quello che devi capire che bisogna camminare di sera in una città sconosciuta. Devi farti portare, seguire le suggestioni. Ecco perché c?è la mappa all?inizio??
?Come una mappa??
?Sì, una mappa di Roma, ma non è utile per orientarti nel libro, né per seguire lo schema cabalistico incasinato e bellissimo: la mappa ti serve per perderti, per seguire il percorso, il tuo, nel testo??
?E il tuo quale è stato??
?Io ho sempre pensato e qualche volta scritto, ??
?Tu scrivi??
?Sì, ma non è importante, io ti dicevo ho sempre pensato che tutto quello che possiamo fare è ripetere il reale, farne una copia. In Perceber c?è un personaggio che vuole fare una cosa del genere. Vorrebbe fare la copia 1 a 1 della città??
?Ah, ti sei riconosciuto in lui??
?Macché! Il bello è che fallisce, che non ce la fa, ed è proprio questo l?importante. Perché questo personaggio, che non riesce a realizzare la copia mimetica, la copia in scala 1:1 di Roma, decide di scrivere: la scrittura non ha quindi una funzione di mimesi, di riproduzione del reale, ma finisce per diventare un evento generativo: scrivendo si crea, si dà vita??
?Ah?.?
?Lo so che ti sembra una cosa da niente, ma è confortante pensare che le storie, che si raccontano, aprano mondi; leggendo Perceber ho avuto l?impressione che si aprissero porte, avevo sempre la sensazione che fossimo lì per girare una chiave e trovare qualcosa. Tutti i personaggi si muovono in questa dimensione di rivelazione??
?Centra mica la religione, la cabala, dio, il nulla? ho letto qualche recensione del genere.?
?Non proprio, ci sono anche queste cose, ma Perceber ti rivela che la vita è questo strano miscuglio di merda e bellezza, di arte e crimine, di profondità e epidermide, di innocenza e impudicizia. Ed è per questo che bisognerebbe amarla, dico la vita, perché non è mai niente come deve; è questa della vita ? ti devo dire la verità, eppure non ti conosco, ma te la dico lo stesso ? una cosa incasinata??
?Mah … non è che c?era bisogno di un libro per capire che la vita è una cosa incasinata??
?Non è la vita in sé che è incasinata, ma lo è questo sentimento che la riveste, non so se capisci, è questa disperazione nell?amare qualcosa che è anche orrenda. Ecco. E? questa disperazione difficile da far capire: c?è nel libro di Colombati una disperata vitalità??
?Questa non mi è nuova??
?No. Credo di no, infatti è il titolo di una poesia di Pasolini, perché leggendo Perceber ho avuto l?impressione che Colombati dialogasse, più di quanto lui stesso ammetta, con il Pasolini di Petrolio; entrambi i libri condividono la loro aspirazione/ispirazione al modello dantesco. Quasi che Roma così caotica, dispersiva, trista, tremenda e disperata avesse bisogno di un ordine, di un cosmo di riferimento. L?idea è quella di dire l?inferno che siamo??
??.ma cosa centra con la gioia di vivere..?
?Colombati condivide con Pasolini una disperata gioia di vivere, ma se per il Pasolini di Petrolio la visione è quella di Dante e del suo inferno tomistico, in Perceber c?è un inferno burla, un inferno allegro, più simile a quello di Reblais: c?è qualcosa di carnascialesco e di caravanserraglio nel romanzo, che mi ha fatto tornare in mente questo ossimoro, Perceber descrive un inferno allegro, un inferno dove è sempre carnevale??
?e alla fine del libro cosa hai pensato.?
?Mi sono chiesto ma adesso cosa scriverà Leonardo Colombati??
?Tu cosa vorresti???
?Non lo so, ma spero che non perda mai la fede che sembra condividere con quel mezzo gigante Margutte??
?E che fede ha??
?Dovrei avere sotto mano il poema. Io con la memoria ho un rapporto decisamente occasionale??
?Beh paghiamo e andiamo in libreria e lo cerchiamo che sono curiosa, di scoprire quale sia il credo di Colombati??
Paghiamo e fuori oggi fa freddo, così mi abbottono la giacca. Siamo in libreria, lei mi porta davanti il poema del Pulci e io cerco e scartabello, fino a quando trovo il passo e lo declamo, come un attore dilettante:
?io non credo piu’ al nero che all’azzurro,
ma nel cappone, o lesso o vuogli arrosto;
e credo alcuna volta anco nel burro,
nella cervogia, e quando io n’ho, nel mosto,
e molto piu’ nell’aspro che il mangurro;
ma sopra tutto nel buon vino ho fede,
e credo che sia salvo chi gli crede;
e credo nella torta e nel tortello:
l’uno e’ la madre e l’altro e’ il suo figliolo;
e il vero paternostro e’ il fegatello
e posson esser tre, due ed un solo,
e diriva dal fegato almen quello.
?

Ho visto che lei rideva e si metteva da parte una copia di Perceber.
E a me non restava che dire: Amen.

segnalazione – pornosnob romanzo.

6 Maggio 2005 6 commenti

In questi mesi si è parlato spesso, nella blogsfera e non, se esistesse la possibilità per alcune scritture e avventure nate nel web di diventare ‘altro’.[1]

Gli scontri non sono mancati.

Le risposte neppure, ne cito due: sacripante! ed untitl.ed

Ma, infuriante il dibattito, io sapevo che nell’ombra zitta zitta qualcuna stava tramando un segreto. Ora ho il via libera e posso dire.

A breve uscirà il romanzo di pornosnob.
Qui potete vedere la copertina.

Quello di pornosnob è un bel romanzo potente.
Potrei dirvi tante cose su queste pagine. Potete farvi irretire dalla protagonista, dal suo modo seducente e algido di presentarvi le cose, dalle sue manie, della sue debolezze.
Per me pronosnob è seducente per le sue parole. Quando leggerete, fate attenzione a come costruisce la frase, all’aggettivazione che usa, alla scelta misurata di un termine piuttosto che un altro, a come elegge certe parole ‘guida’.
Pornosnob non è interessata al sesso, né al profumo di marca, né al vestito griffato (per quanto le piaccia e molto), non è interssata manco agli uomini o alle donne, il suo vero interesse è la parola.
Pronosnob ama la parola giusta.

Questo è un bel libro, ma è anche il libro di un’amica (posso dirlo?), e perciò le auguro un grande successo e soprattutto che le venga riconosciuto di aver scritto un testo decisamente trasgressivo per la splendida scrittura.

[1]. Questo esempio conferma la mia convinzione: non è il supporto che fa la scrittura, ma viceversa. Se uno scrive bene, scrive bene in rete su carta.

il tempo del lavoro materiale

4 Maggio 2005 2 commenti

2.1 lo scomodo gelo del testimoniare

Quello che segue è un lungo intervento, che ho tenuto in regione, presentando Combustibile Uomo, libro di Gino Valenzano. Mi sembra che questo testo tocchi una serie di nervi, che il post precedente aveva lasciato scoperti.
E’ questo un modo di dare ragione delle cose che sto facendo, di provare fino in fondo a pensarci, a questi testi.
Lo pubblico così senza nessuna correzione.
*

I. Mi sembra centrale per entrare direttamente in medias res nel racconto di Valenzano premettere una citazione

Ma quando di un lontano passato non rimane più nulla, dopo la morte delle creature, dopo la distruzione delle cose, soli e più fragili ma più vivaci, più immateriali, più persistenti, più fedeli, l’odore e il sapore permangono ancora a lungo, come anime, a ricordare, ad attendere, a sperare, sulla rovina di tutto, a sorreggere senza tremare -loro, goccioline quasi impalpabili – l’immenso edificio del ricordo.

Nessuno faticherà a riconoscere la paternità di queste poche righe, che è quella di M. Proust; in particolare questo episodio è la famosa rivelazione della madeleine. Un episodio classico delle letteratura mondiale, molte volte abusato e travisato, ma che in questo caso citiamo con cognizione, perché le parole dello scrittore francese rappresentano il viatico migliore per entrare Combustibile Uomo.
L?incipit di questo romanzo/testimonianza è di certo un?efficace trappola narrativa, dove il lettore viene imbrigliato e ammaliato. Un abile gioco di inquadrature e noi siamo catapultati dapprima sull?asfalto di Le Mans, dove le macchine ci sfreccino daccanto. La visuale cambia: ecco l?abitacolo della macchina di Valenzano. Poi si ritorna, con un cambio repentino, alla gara; quindi nuovamente a Valenzano.
In questa sorta di primi piani e panoramiche, di zoomate feroci, la tensione sale: le frasi e le parole si inseguono. Il lettore aspetta che qualcosa accada

Levegh, lanciato al massimo, sale sulla coda della macchina di Mackling.
La Mercedes vola in aria.
La macchina si incedine.
Levegh! Levegh brucia vivo
Levegh brucia nella sua tomba di metallo. Una fiamma assurda, altissima, dai riglessi bluastri.

Ed è questo il momento, l?istante preciso, in cui Gino Valenzano assapora la sua personalissima madeleine

Mi rischiara una fiamma che pare non debba spegnersi mai.
C?è un odore di carne bruciata.
Assurdo: come possono succedere queste cose?
C?è un camino che fuma.
Piove.

Fa freddo.

I piani sembrano confondersi, mischiarsi: l?immenso edificio del ricordo, l?odore/sapore, che Proust aveva descritto dove il luogo dove si tengono custoditi i nostri ricordi più sopiti, più intimi e immemori, quell?edificio del ricordo si presenta in tutta la sua crudezza a Gino Valenzano nelle fattezze del campo di concentramento di Mauthausen.
Colpisce ad esempio l?insistenza nel descrivere l?odore, lo strano e sinistro puzzo della carne quando brucia. Non si fatica a capire che il senso dell?olfatto è forse la chiave per entrare in questo edificio che è Mauhthausen

Non devo cadere per terra.
Un vento spietato ci fa soffrire ancora di più. Alcune folate portano alle narici un odore nauseabondo.
Che sporco odore è mai questo? Spero di riuscire a non vomitare

L?aria mefitica, la sporcizia, la nausea e il vomito ricorrono più volte nel testo; diremo quella che sembra un?ovvietà, ma l?inferno è per sua natura pestilente, puzzolente. La tradizione letteraria che lo consegna come un luogo fetido e puzzolente, descrivendocelo come ?un mondo - per dirla con Camporesi ? velenoso, contaminato, maleodorante, escremenziale, devastato da piaghe apostemose, (?), tormentato dai pidocchi, dai vermi, dalle febbri malariche, dissenteriche, tifoidi?.
Proprio l?aere nausebondo, l?inferno che pute (sono sempre termini che prendo in prestito da Camporesi) hanno il compito, in letteratura e nell?immaginario collettivo, di individuare l?inferno, di fornirci se così possiamo dire delle coordinate spaziali e sensoriali.
Questo discorso di allocazione degli inferi è forse uno dei tratti più moderni e fecondi di quella che comunemente viene chiamata letteratura concentrazionaria, perché postula la presenza di un inferno come qualcosa di assolutamente reale e tangibile.
La letteratura moderna, per dirla con Luzi (ne La naturalezza del Poeta), è orba dell?inferno come luogo; i testi, che narrano la tragedia della deportazione, hanno come punto di comunione questa tensione a dare agli inferni, a fornire allo strazio subito sulla carne, un posto preciso, a indicare dove questa mattanza è avvenuta. (un?operazione simile, su altro versante, è stata tentata soltanto da Pasolini in Petrolio, e prima ancora nella Divina Mimesis, che recupera la tradizione dantesca a scapito di quella petrarchesa, come loro malgrado fanno gli autori dei testi concentrazionari).
In questo caso – parlo di Combustibile Uomo ma il discorso deve essere allargato -, siamo di fronte ad una scelta letteraria e testimoniale. Quindi l?odore come ?situazione? dell?inferno, E? interessante notare come le immagini si inseguano, ritornino, si combinino: il forno crematorio, la fiamma viva dei corpi che bruciano, la fiamma di Levegh e la macchina in fiamme dove muore il fratello di Valenzano.
Questa fiamma brilla sinistra come un richiamo di morte, che attraversa tutte le pagine; qualcosa di simile, la stessa prepotenza, la medesima crudele attrazione, la descrive J.Semprun ne La scrittura o la vita.

Uno strano odore, davvero ossessionate. Basterebbe non uno sforzo, ma una distrazione della memoria ricolma di futilità, di gioie insipide, per farlo ricomparire. Lo strano odore riemergerebbe subito. Io mi aprirei permeabile, all?odore melmoso di quell?estuario di morte che stordisce.

Il giorno precedente il suicidio, sabato 24 aprile 1982, Juan Larrea si era improvvisamente ricordato. Eppure aveva creduto di poter dominarsi ancora una volta. Aveva deciso di non dire niente, e mantenere per sé l?angoscia nauseabonda, quando il fumo della centrale, nella valle della Senna, gli aveva ricordato il forno crematorio.

Questa fenomenologia dell?odore è poi strettamente legata ad esempio alle descrizione dei famigerati e terribili ?letti di merda?, ovvero dei grandi teli di dove i malati più gravi di dissenteria venivano lasciati morire

Il blocco 8 pullulava di infettivi. Orribili a vedersi. I malati giacevano senza pagliericcio in tre per cuccia. Molti nei loro escrementi che gli altri dovevano pulire.

oppure come ci racconta Giuseppe Calore

In ogni baracca, vicino all?ingresso, c?era un quadrato di un materiale che somigliava al linoleum. Lì venivano buttati i moribondi che avevano la diarrea. Erano nudi. Questi, ancora con un pallido cenno di coscienza o completamente incoscienti, facevano tremende scariche diarroiche, che investivano gli altri deposti per terra.
Morivano tutti, tutti morivano.

Questi deportati non più padroni delle proprie viscere trovano la migliore rappresentazione ne La storia dei dieci giorni (tra i capitoli più importanti e tragici di Se questo è un uomo), dove Levi descrive l?odore, il puzzo e il disfacimento de lager.
L?odore è di certo centrale anche nella prosa leviana, tanto che ne L?altrui mestiere lo autore torinese dedica a questo tema un piccolo saggio, Il linguaggio degli odori. Come al solito il testo di Levi è uno scritto decisamente leggero e ironico, divulgativo, che prende spunto da un libro o da un fatto di cronca, ma la realtà concentrazionaria si presenta come un flash, come uno schiaffo. Si noti la chiusura del testo

Ma tutti gli odori, gradevoli o no, sono straordinari suscitatori di memorie. Quando ho rivisto Auschwitz dopo quarant?anni, lo scenario visivo mi ha dato una commozione reverente ma lontana, per contro l?odore di Polonia, innocuo, sprigionato da carbon fossile usato per il riscaldamento delle case, mi ha percorso come una mazzata: ha risvegliato ad un tratto un intero universo di ricordi, brutali e concreti, che giacevano assopiti, e mi ha mozzato il respiro.

L?odore inizialmente viene definito in maniera quasi neutra un ?suscitatore di memorie?, poi nel breve volgere di poche righe viene paragonato ad una ?mazzata? che percuote, che risveglia ricordi brutali e concreti, che mozzano il respiro. Si noi poi come Levi utilizzi gli avverbi di luogo, evidenziandoli in corsivo, per rafforzare nel lettore questa sua attività di posizionare gli inferi.
Le parole di Levi vivono di un sottile disagio, lo stesso che descriveva Valenzano nelle citazioni precedenti e che Semprun aveva evocato nelle sue pagine.
E? quel disagio, quella terribile sofferenza che forse solo la poesia ci può dire con parole centrate, con parole che vadano a segno, come questi pochi versi di Celan

cotto come oro un tacere
fra carbonizzate, carbonizzate
mani.
dita, esili come fumo. Come corone,
corone d?aria attorno ?

grande. griga. Senza
tracce. regale.

II. Credo che sia importante anche dire qualcosa a proposito della lingua, della sintassi e dello stile con cui è scritto questo libro. In primo luogo, è una convinzione personale, la letteratura è un ritmo, un tempo. Esiste, semplificando, un tempo ?fatto? (ovvero il tempo di un fatto, quella che è la realtà) e un tempo ?detto?. Tra queste due realtà è presente una sorta di tensione, mai completamente risolta. La scrittura è sempre una riduzione del reale, in cui la realtà diventa pagina scritta. Negli scritti concentrazionali a questa tensione si deve affiancare la nozione di testimonianza.
Per lo scrittore testimone il testo deve creare il più possibile un?aderenza tra la realtà e quello che viene scritto. Gino Valenzano ha risposto a questa urgenza, una sorta di fretta di dire, quando le ferite, i ricordi e i dolori erano (o sono? Perché forse mai passati veramente) ancora vividi nella memoria e nella carne, con la scrittura e la pubblicazione di Inferno di Mauthausen. Siamo nel 1945.
Questo libro ha una serie di caratteristiche che lo accomunano agli altri testi usciti nel breve volgere di un anno e mezzo (tra la metà del 1945 e il 1947, escludiamo subito Se questo è un uomo perché è esorbitante): un carattere di denuncia, di chiamata in causa. Questi libri sembrano e sono anche memoriali redatti per un tribunale. Ci sono molte date, molti episodi sono descritti con minuzia; gli autori si sforzano di essere il più ?oggettivi? possibile. Questo tratto accomuna ad esempio il testo di Valenzano e quello di Vasari; e si può ascrivere a questa tensione ?di chiamata in giudizio? anche il tentativo di Giuseppe Calore e Enea Fergnani che con L’oblio è colpa pubblicano il primo elenco degli italiani periti a Mauthausen.
La scrittura di questi testi quindi obbedisce a certe caratteristiche: precisa ricostruzione dei fatti, precisione delle date, scansione temporale ben definita.
La letteratura concentrazionaria, però, non è un monolite, ma vive di flussi e riflussi: la pubblicazione di nuovi libri e lo scorrere del tempo, con la dilatazione dello spazio che intercorre tra il fatto e il detto, fanno scaturire in chi scrive altre finalità, oltre al sempre presente proposito testimoniale.
Questo perché l?Io, che ha subito su di sé il trauma del lager, che ne porta ancora i segni, questo Io che tenta di parlare, non è statico, ma è intermittente, si muove per singulti, singhiozzi e sincopi.
In questo senso il caso di Valenzano è esemplare: a distanza di trent?anni scrive un altro libro, con un ulteriore processo di scissione decidendo di scriverlo a quattro mani, con una persona (il giornalista torinese Franco Torriani) che non aveva vissuto l?esperienza della concentrazione.
E le differenze tra il primo e secondo libro balzano agli occhi. Nell?Inferno di Mauthausen il racconto segue una scansione temporale ben definita: dall?arresto fino alla liberazione del campo e al ritorno in Italia. Combustile Uomo mischia i piani temporali: si parte nel 1955 a LeMans, poi a Mauthausen, poi a Mauthusen nel 1955, quindi la morte del fratello, poi alla visita al lager con Torrioni negli anni ?70. Questa deliberata scelta di rendere labili i contorni del tempo, con l?uso costante del flash back trova un corrispettivo nello stile in cui il libro è redatto.
L?Inferno di Mauthausen è un testo molto composto, verrebbe da dire educato, con periodi lunghi e paratassi: quasi si volesse agevolare il lettore nel seguire quei ricordi ustionanti, rendendo leggibili e chiari quei dolori tremendi. Combustibile Uomo procede in maniera opposta.
Frasi brevi, ipotassi, utilizzo massiccio del punto a capo, un andamento incalzante, con molte ripetizioni, che danno al testo una ritmo rapsodico, di prosa poetica. Questi semplici procedimenti danno il tono al racconto. Durante la lettura del libro l?impressione è quella di una angoscia profonda, di una sorta di apnea a cui Valenzano e Torriani costringono il lettore, che vive sulla sua pelle l?ansia di quei ricordi che si affastellano, che si confondo, che sono della stessa materia di cui sono fatti gli incubi.
Sembra veramente di essere dentro un sogno fatto ad occhi aperti, o un incubo, dove non conta tanto la logicità dei ricordi, quanto la loro pregnanza rispetto la descrizione dello stato d?animo di chi, di colpo, è trasportato nuovamente nella realtà del lager.
Perché questo è forse uno dei centri narrativi del libro, questo ritorno brutale della realtà concentrazionaria, e lo choc che provoca in Valenzano, che sembra sentire sulla sua pelle la funerea chiusa de La tregua

E? solo un sogno entro un altro sogno. (?) E infatti, al procedere del sogno, a poco a poco o brutalmente, tutto cade e si disfa intorno a me, lo scenario, le pareti, le persone e l?angoscia si fa più intensa e più precisa. Tutto è ora avvolto nel caos: sono solo al centro di un nulla grigio e torbido, ed ecco, io so che cosa questo significa, ed anche so di averlo sempre saputo: sono di nuovo nel lager, e nulla è vero all?infuori del lager.

Il testo di Levi ci suggerisce che il ritorno a casa non significa che il Lager e le offese del lager siano di colpo disinnescate; anzi è vero il contrario, il lager è l?unica verità; il resto è soltanto un sogno dentro un altro sogno, un incubo in cui il deportato si trova imbrigliato.
Questo sentimento di mancata liberazione del deportato, che si riscopre nuovamente gettato nel lager, è accresciuta nel testo di Valenzano dall?assenza di un fatto centrale, presente in qualsiasi libro che narri dell?universo concentrazionario: la liberazione del campo.
Nei vari flash back in cui Valenzano rivive la sua esperienza, neppure una riga è spesa per narrare il giorno in cui i deportati si ritrovarono liberi. Dal punto di vista testimoniale questa è una pecca, una mancanza, che però chiarisce come ciò che gli autori vogliono portare all?attenzione del lettore sia ben altro e riguardi quel lascito oscuro e tenebroso dell?esperienza concentrazionaria.

III. Combustibile Uomo è un viaggio nel regno dei morti alla ricerca degli affetti familiari perduti; è un viaggio in cui Valenzano incontra diversi fantasmi: i compagni morti e il fratello.
C?è un momento in cui questo strazio si fa più preciso.
E? il capitolo 36 (p. 159), e qui il racconto ha una sorta di brusca virata, che inizia con una data. Precisa. ?1955. Sono solo.?
Valenzano torna a Mauthausen; è solo, cammina e di colpo, come suscitati dal nulla i prigionieri

Chi non riesce più ad alzare i piedi li trascina, poi sbatte le punte degli zoccoli contro lo scalino che viene dopo.
A colpi si uniscono i fruscii. Un torrente di legno che striscia in salita.
Alzo il capo.
Non vedo crani rasati, ma schiene ricurve sotto un peso impossibile.
La scalinata brulica di prigionieri.

Tra questi il fratello di Gino Valenzano, Piero.

Non indovino nei suoi occhi un lampo d?affetto, un moto di sorpresa.
Il suo saluto è impercettibile. Un cenno di capo. Torna a guardare davanti a sé e sparisce, occultato dagli altri condannati che sopraggiungono.

Questi uomini non parlano con Gino, non lo fa neanche Piero. Nessuno lo degna di una parola e questo accresce la sua inquietudine, la sua voglia di comunicare. E? come se tra lui e i suoi compagni ci fosse un muro, come se qualcosa di irrimediabile, di assoluto li dividesse. Alla fine Gino chiede e scongiura di dargli ascolto e loro rispondono

Qui i superstiti non ci sono. Gli altri, i morti, non li vogliono più vedere. ?Perché tu sì e noi no?? mi chiedono migliaia di bocche mute?
Ho perso il diritto di stare con i morti del Lager, all?ombra accecante della fiamma.
?Cosa sei venuto a far? Torna a casa tua con i vivi!?
Mio fratello, anche se è stato uno dei pochi ad uscirne, può stare qui con gli altri. I compagni lo vogliono con loro, già alla cava. Me no.

Lui non può stare qui perché è sopravvissuto, perché è un salvato, che per mera fortuna non è stato tra i sommersi, ma tanto basta per essere escluso. Appare in queste pagine, (per il mio modesto parere tra le più belle e toccanti del libro), vestita in altre forme la vergogna di essere sopravvissuto.
Il male di sopravvivere è la dominante di questi stralci; c?è in queste parole qualcosa di ?iniziale?, una sorta di angoscia primigenia, la stessa che Levi aveva così descritto nei I sommersi e i salvati

forse sarebbe più giusto riconoscervi un?angoscia atavica, quella di cui si sente l?eco nel secondo versetto della Genesi: l?angoscia inscritta in ognuno dell?universo deserto e vuoto, schiacciato sotto lo spirito di Dio, ma da cui lo spirito dell?uomo è assente: non ancora nato o già spento.

Valenzano, nel chiedere perché lui è escluso da tutto questo, tenta di giustificarsi: non è né suo merito né sua colpa l?essere sopravvissuto; l?autore sembra avere in bocca quelle parole che solo alcuni anni più tardi, una decina, Levi scriverà. E sono le parole del superstite, quelle di chi sente su di sé la condizione ultima di essere sopravvissuto ad una così grande tragedia.
A questo strazio è da aggiungersi il fatto che il fratello fa parte di quella schiera, da cui l?autore è escluso. Questo perché?
I capitoli dopo ci raccontano la tragica fine di Piero Valenzano, corridore pure lui, morto durante la Mille Miglia. Ancora una volta Gino Valenzano è testimone di una fiamma, ancora una volta una fiamma entra nella sua vita, e per l?ennesima volta un uomo brucia.
La tragedia collettiva e quella privata trovano nella figura di Piero e nella sua scomparsa una sorta di unione; Piero è ammesso nella schiera dei sommersi, perché anche se in ritardo anche lui è passato per il camino, anche lui è divenuto cenere; anche lui è finito in quell?immensa tomba d?aria, che i deportati scavano all?infinto, e dove non si sta stretti.
Con una sorta di visione allucinante, Valenzano sembra immaginare che la Morte di Mauthausen si aggiri per l?Europa e finire il lavoro che ha lasciato in sospeso. Cero è appena un dubbio, ma affiora, quando la fiamma in cui muore Piero e l?immagine del crematorio si mischiano in un?unica grande vampa.
A questo punto forse la mancata narrazione della liberazione e la sintassi balbettante, acquistano una nuova, e decisiva sfumatura, perché stanno a significare una rivelazione faticosa da dire.
Il lager è per Valenzano, così come lo è stato per Levi, per Semprun, Celan e qualsiasi altro deportato, una realtà che continua; quello strazio tremendo non ha smesso di consumare ossa e sentimenti. Certamente chi è tornato ha portato testimonianza, ma nei testi che narrano il lager c?è qualcosa di oscuro, un?ombra. Sono libri questi dove non c?è nessuna apocalisse finale, nessuna redenzione, che appiana i dolori, che scioglie le colpe. Il mussulmano rimane tale: muto e decisivo testimone, mentre il sopravvissuto continua la sua vita, tormentato dalla vergogna di essere vivo per un?inezia, per una burla o gioco del destino.
Quindi, la mancata narrazione della gioia della liberazione in Valenzano, oppure il finale funereo della Tregua in Levi, è come un sigillo, dove sta scritto che ogni sopravvissuto dal lager è ?libero, ma non redento ?, proprio come il piccolo Hurbinek, il bimbo del lager, che non conobbe nulla al di fuori del campo di concentramento.
Per questi motivi, lo scrittore testimone è una figura tragica quanto indispensabile per noi che lo ascoltiamo o leggiamo; lui ci consegna verità scomode; ci invita a tenere fissi gli occhi su realtà per nulla concilianti.
Valenzano, come molti testimoni, ci ha narrato questa scomodità. In un suo saggio interessantissimo, Sebald ci dice che il destino di questi testimoni

è il capestro. Chi sente il dovere di raccontare il decorso di tali eventi, finisce poi massacrato dagli ascoltatori perché diffonde intorno a sé un gelo mortale.

E? questo un rischio, ovvero quello di trovare orecchie sorde ? paura classica dei deportati ? al messaggio. Nello stesso tempo è proprio l?urgenza di dire cose spiacevoli che rende questo tipo di letteratura, quella concentrazionaria, diversa e necessaria
Di fronte ad una letteratura da sempre alle prese con una – mai sopita – tensione tra il vero e il bello, questi testi hanno il potere di disturbare le nostre coscienze, di metterci davanti al male radicale, senza strumentalizzazioni senza infigimenti, di mostrarci gli abissi dell?animo umano e i disastri della storia; e lo fanno naturalmente, quasi loro malgrado.