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Archivio Ottobre 2005

l’odore di Isacco

27 Ottobre 2005 17 commenti

[Il testo che segue, immeritatamente, ha vinto il Blogrodeo. Ve lo lascio qui per tutti. Ciao.]

Il profumo era quello buono delle lenzuola appena stese. Gli era pesato allargare quella stoffa sui fili, perché il sole di oggi era medesimo a quello di 20 anni fa. Ora guardava quei colori abbandonti davanti alla collina e ricordava come allora, più magro e rumoroso, denso di umori giovanili, si era stupito di come aveva cambiato voce: la sua gli era sparita di colpo. Una sera era andato a letto, aveva chiuso gli occhi e il giorno dopo la sua bocca emetteva suoi diversi, cupi profondi. Lui si immaginò che il bambino che era fosse morto, ingoiato da quelle lenzuola pulitissime, che venivano cambiate con una frequenza settimanale.
Lui non era più lui, ma un altro.
E un altro si presentò a fare colazione, muto e scontroso. A sua madre che gli chiese cosa c?era oppose due labbra serrate come una cantina chiusa. Suo padre, invece, sapeva. Certe cose, tipo quando il tuo corpo cambia e matura come un frutto sconosciuto, i padri le sanno non per istinto, ma per fatica. Le donne conoscono tutto di già ? pensava adesso ? mentre gli uomini se ne accorgono quando tutto è successo. Nel momento in cui ogni cosa è irreparabile.
Questo sentimento tragico lo accompagnò fuori a guardare le lenzuola e i vestiti tesi nell?azzurro, un azzurro purissimo, che assomigliava più al bagliore di una luce che alla volta del cielo.
Cosa è successo?, disse il padre che era comparso come una rana da dietro.
Lui scosse la testa deciso.
Sicuro che non vuoi parlare?, riprese.
Un altro scrollo di capo.
Seguimi, disse il padre e lui gli andò dietro.
Arrivarono nel mezzo dell?aia che stava di fianco alla cascina.
Qual è l?animale che ti piace di più?, disse il padre.
Lui, che presentiva qualcosa di tremendo in quelle parole, non fiatò, ma indicò un piccolo agnello.
Il padre fece va beh ed entrò in casa, mise in un piccolo cestino un po? di pane, di formaggio e una boraccia con del vino. Poi senza quasi alzare gli occhi disse alla moglie che doveva sbrigare una faccenda alla Piana e che avrebbe portato il piccolo.
Incominciarono a camminare, suo padre davanti, mentre lui stava indietro contando le pietre e portando il cesto con le provviste. Suo padre, grande come una montagna, metteva un passo dopo l?altro e teneva l?agnello, il suo preferito, intorno al collo.
Quando furono sulle Piane scoprì che la purezza del cielo dirompeva ovunque: sulle piante, sui prati, sui fiori di campo e sugli uccelli. Tutto era così nitido, che gli venne da parlare a suo padre, ma si ricordò la voce: era mutata, non più cristallina, ma bruna come la notte.
Si misero all?ombra bruna di una pianta a cui legarono anche il piccolo agnellino.
Mangiarono il pane gustoso e profumato, lui tradì un pensiero così acuto da fargli male: ciò che faceva e toccava sua madre sapeva sempre di buono. Suo padre, intanto, non sembrava dare troppo peso alla sua ostinazione al silenzio, era preso da altre immagini e sensazioni, come se tutta questa valle e le colline gli dicessero qualcosa di arcano e terribile. Capiva che suo padre stava per condividere con lui e con questo paesaggio brusco e misterioso qualcosa di efferato, ma non riusciva a capire cosa. Dentro di sé sentiva una bruciante eccitazione, che non capiva da dove arrivasse, quasi il suo sangue fosse diventato barbaro.
Mentre stava pensando queste cose, suo padre lo prende per mano. Ora sono davanti all?agnello. L?uomo ha un movimento rapido: colpisce con un bastone l?animale. Un colpo violento, alla testa, che lo tramortisce. Sono dietro l?animale che giace immobile.
L?uomo, suo padre, ha in mano un coltello lungo e affilato, lo mette nelle sue mani, di lui piccolo, e poi lo guida. Il movimento è rapido quasi impercettibile; pochi attimi e la sua mano odora di sangue, l?agnello è a terra, sgozzato.
Il sangue è sull?erba.
Lui si divincola, guarda l?animale morto. La sua mano è nera e ha un odore violento, simile a quello di suo padre in certe giornate. Sente quell?odore che lo possiede, che gli esplode dentro le vene, nel cuore, nello stomaco. Neanche le ossa sembrano reggere neppure i polmoni, così apre la bocca e sbraita: Nooooooooooo.
E? un grido colpevole. Suo padre pulisce la lama e lascia sfogare queste urla estranee.
Ora sei un uomo, dice e sorride.

Che cosa sognano gli atomi che si disperdono nella chiarità azzurra dell’essere?

25 Ottobre 2005 6 commenti

(Update ora si può commentare anche di là)

Su Vibrisse (qui) una mia recensione di un libro bellissimo di P.Forest, Tutti i bambini tranne uno (Alet): “Per l?autore, in realtà, non si dà romanzo che non sia anche il corpo di sua figlia; proprio perché corpo e romanzo collimano, Forest può dire di aver fatto di sua figlia un essere di carta. Ed è proprio in questa coincidenza che si spiega come la letteratura abdichi a qualsiasi intento consolatorio o salvifico; il romanzo è la storia di un corpo, la cui polvere di essere verrà soffiata via”.

Per ora, causa spam sul sito della rivista, i commenti qui.

Il pasto grigio a Bologna

19 Ottobre 2005 2 commenti


E domani si va a Bologna a presentare Il pasto grigio e gli altri due libri della terna (Vedrai Vedrai e Voice Recorder).
Chi passasse da quelle parti, intorno alle 21, può fermarsi alla libreria
Modo Infoshop
di via Mascarella 24/b.

Come sempre ci saranno pizzette, taralli, vino e provoline. E soprattutto ci saremo noi come sempre contenti di incontrarvi.

Ne ha pure scritto Repubblica, leggete

segnalazione: ritorna il blogrodeo.

19 Ottobre 2005 Nessun commento

E’ tornato il blogrodeo, avete tempo fino alle 21 qui. Partecipate.

Io ho già fatto la mia parte eccola:

Così quel giorno tu hai scelto me.
Ti ho visto da come mi hai preso, dal modo esatto con cui mi tenevi la mano. E poi c?era quella luce diversa che tu mi ha donato, dicendomi che è solo mia. E io l?ho tenuta, la vedevo così potente dentro e fuori di me, penetrarmi nel corpo ed uscire furibonda, tanto che non potevo controllarla. Eri così forte, quando ti avvicinavi: e capivo che era amore, un amore furioso e tutto incomprensibile. Io mi ero sconosciuto in questa forma, ma tu sapevi le mie ossa eppure il mio sangue e gli umori del ventre.
Quel giorno che hai scelto me, non era neanche un giorno, perché il tempo non era: ma ti venni incontro tra le cose prime e tra queste cose, tra le prime, le nuovissime che mai erano, hai scelto me. E mi hai dato un corpo. Questo.
Ricordo ogni singolo suono del tuo modulare, perché tu non parlavi ma suonavi. E come fosse una cosa nuova e spaventevole, quelle note facevano nascere in me una rabbia, nascosta prima, e poi sempre più aperta.
Una sorda forma di gelosia.
Mi tormentavo nel pensiero che tu potessi amare quei suoni più di me, più di quelli che io potevo suonarti. Per ogni scala o canto che facessi, per quanto splendente io fossi, tu da solo eri più di me. Qualsiasi cosa impallidiva come un cencio davanti a te e per questo ti odiavo.
E quando l?odio fu un frutto ormai maturo e potente, quel giorno tu hai scelto me.
Lucifero, mi dicesti, ora sei pronto, tu sei e sarai per sempre il mio aiuto contro.
Io, per troppo amore, non dissi niente e precipitai.

il denaro, il lavoro e la fatica

19 Ottobre 2005 1 commento

(lei ha scritto questo post secondo me molto importante e difficile, io avevo iniziato a scrivere un commento, ma mi sono reso conto che era troppo lungo ed era meglio dirlo qui. Ecco.)

Io ho da sempre un brutto rapporto con i soldi, per me i soldi sono nefandi, cioé – alla lettera – io non riesco a dirli e neppure a scriverci su. Nella mia testa, per qualche motivo atavico, credo religioso, i soldi e la ricchezza sono tutt’uno. Sono la medesima cosa. Io ho sempre disprezzato, è certo il mio un disprezzo piccolo borghese, le persone ricche e anche i soldi.

E’ forse per questo disprezzo (qui si nasconde il segreto della scelta lavorativa che ho fatto?) che mi trovo ad avere a che fare con persone che hanno problemi di soldi, in cui tutto ruota intorno al reddito, alla perdita, al mantenimento e alla tutela del salario.
Questo stare in mezzo ai soldi e ai loro problemi provoca in me, quasi sempre, per non dire continuamente, un senso di disagio.
Ed è lo stesso disagio che provo leggendo le parole di Trespolo, che ha il merito di spostare il discorso in qualcosa di più concreto, sbagliando i conti, ma portando a nudo lì davanti agli occhi il problema, o come hai detto tu anna, il tabù. I soldi. Il denaro. L’argento.

Lo stare in rete ci ha donato una forma di leggerezza, di assenza di fatica, di svuotamento che ci ha fatto perdere contatti con la realtà e in particolare con l’idee di lavoro e di guadagno, che tengono sempre dietro, come un mostro bifronte, l’inoccupazione e la perdita.
La semplificazione, sottointesa dalla rete, ha portato quindi a dimenticarci della fatica, ci ha smemorato che i rapporti, le amicizie, i lavori, le cose che scriviamo, ogni nostro gesto e ogni nostra azione (sia lo scrivere un commento o aprire una casa editrice) costano.
Costano fatica e soldi.
Mai come adesso ho chiara questa realtà, che mi si para davanti come un monolite. La rete ci ha privati della dimensione della fatica, che era tipica, mi viene da dire che era patrimonio dei nostri genitori e dei nostri nonni.
Questo impoverimento del lavoro ci permette di essere meno fessi (nel senso di stanchi, sfiancati), ma ci rende più fessi (nel senso di instupiditi e ottusi) nei confronti della vita.
Non so se il tuo post aveva questo come orizzonte di ragionamento, ma io penso che in realtà soldi, ricchezza e lavoro siano come esclusi (sono quindi tutti e tre dei tabù) dalle nostre riflessioni proprio perché la rete rende immateriali certe attività.
Ho notato che c’è sempre una sensazione costante, quando si passa dalla rete ad un altro sostegno, se vuoi dalla rete alla carta (il libro), dalla rete alla carne (l’incontro), una sorta di attrito molto forte, come se di colpo avessimo a che fare con il reale, con qualcosa che c’è e che occupa uno spazio.
L’assestamento, che ognuno di noi ha, quando incontra una persona di cui conosce solo le parole in rete, di cui conosce tutto, nei minimi dettagli, ma lo sa senza la fatica reale dell’essere prossimo, può essere talvolta doloroso. Una delle cose che a me più colpisce in questi incontri è l’osservare come l’altro maneggi i propri soldi oppure cerco sempre di parlare di lavoro della stanchezza dopo una giornata di fatica.
Il sentire la voce stanca o il vedere il corpo vuoto dopo ore di lavoro creano in me un turbamento profondo, lasciano in me un senso di sconcerto, che in queste righe, credo, traspaia apertamente.

il pasto grigio, una recensione (aggiornamento)

13 Ottobre 2005 3 commenti

Anche Matteo ha scritto una appassionata e precisa lettura de Il pasto grigio, intitolandola “l’ortopedia mistica“, perché libro “non è un noir, e nemmeno un ?grigio?; piuttosto si avvicina ad una specie di allegoria teologica sui concetti di male, di libero arbitrio e, soprattuto, su quello di resurrezione“.

Questo è il finale della bella lettura di Tonino, che potete leggere per intero qui. Io cercherò, come posso al più presto di rispondergli, intanto ecco la chiusa:

C’è una grande assente che si staglia contro la vicenda di Matteo e dell’Elvira, è la speranza. Quella che io infilo praticamente in ogni paragrafo, quella che m’ostino a pettinare ogni sera prima di infilarmi sotto le coperte dopo lo squilletto della buonanotte alla Principessa.
Non c’è nessuna apologia, un’assenza che urla di pagina in pagina, nessuno spera, nessuno cerca di cambiare la sorte che gli è capitata. E lì coi camionisti che hanno messo di traverso i loro tir per bloccare la vita di Palermo, una metafora vivente di questi tempi di disamore intossicati, lì, bloccato per cinque ore di fila con in sottofondo Battiato, il pasto grigio finalmente m’ha parlato
“.

ieri al metaverse

12 Ottobre 2005 7 commenti

… io non avevo nessuna macchina foto e quindi non ho immagini da darvi né resoconti da scrivere.
Quello che posso dirvi è solo grazie
per l’attenzione mostrata verso questa avventura, e verso i nostri libri
per la simpatia che avete mostrato a noi.
E ancora grazie a
anna, erica, orietta, alessandra 1 e alessandra 2, al marito di alessandra 1, apple, vania, tuppa, zop (che comprende tutto il metaverse), zu, la ragazza dalla rosa rossa, a lisa (a sua figlia timida), a tutti voi, a quelli che sono venuti, a quelli che non ce l’hanno fatta ma volevano venire, e quelli che se ne sono rimasti a casa.

se volete, poi, passate da Effe per vedere che Il pasto grigio ha “figliato” un racconto.

Il pasto grigio: prime uscite.

10 Ottobre 2005 4 commenti


L’11 ottobre, alle 20,00, festeggeremo a Milano la nascita di Untitl.Ed.
Sarà l’occasione per conoscerci (o ritrovarci), per parlare dei primi tre libri della collana, per guardare un piccolo film girato quest’estate in occasione del primo incontro autori-editori, e naturalmente per brindare insieme all’avventura.
L’indirizzo è Metaverse, via Plinio 48, Milano (adiacenze viale Abruzzi, per info: 02 29412074)
Ringrazio Zop per l’ospitalità.

Questo è per tutti voi, chi volesse, chi può, è invitato a questa presentazione, che in realtà sarà una festa, un’occasione per incontrarci e, perché no?, per parlare anche de Il pasto grigio.

Per i più fortunati, residenti in Piemonte e/o a Torino, mercoledì 12 dovrei essere in tivvù – tu in tv? sì proprio io – a GRP. Non mi ricordo bene il nome della trasmissione, ne rammento ora l’ora della messa in onda. So che devo trovarmi negli studi alle 20.15. Al più presto aggiornamenti.

lingua madre su bombasicilia

6 Ottobre 2005 2 commenti

E’ on line il quarto numero del trimestrale BombaSicilia, tra le tante cose che potete scaricare qui, c’è anche un mio racconto, Lingua Madre, che è la rielaborazione di un vecchio post. Buona lettura a tutti.