Questa notte hai sognato Trieste e questo ti consente di parlarne.
Nel sogno Trieste aveva la forma di un piede lambito dal mare. La vedevi dall?alto così e poi di colpo, come se fossi sceso in picchiata, tipo i gabbiani che hai visto sul canale, eri nelle strade. E le strade andavano tutte al mare. Ti portavano loro come una sorta di memoria: ti mettevi a camminare e arrivavi al mare.
Ti dicevi che Trieste non è mica dissimile da Torino. C?è questa strana cosa di essere capitale sottratta di un impero, ci sono i palazzi sette-ottocenteschi simili, e c?è infine questo buco nero, che annulla gravità leggi della fisica e quant?altro, che si chiama acqua.
Di colpo – succede così nei sogni vero?, dove tutto avviene all?improvviso in una sorta di spavento ben temperato (come la musica) -, eri davanti al mare.
Era mattina, ma poteva per la luce che c?era, il taglio delle ombre, lo spessore dei palazzi essere tardo pomeriggio? Guardi e capisci che è una bugia, vorresti avere qualcuno e dirgli ?sta cosa: guarda che è una bugia, ci raccontano una bugia, non ti fidare dei libri di geografia, degli atlanti e di tutto questo armamentario, se vuoi capire una città ci vai. Ci devi andare e così ad un tratto di colpo, come un sasso che ti cade sul piede, avrai chiaro la città in cui stai.
Trieste non è una città di confine, ma è una città di fine. Tu vai al mare e non vedi niente, niente altro che acqua. Acqua. Acqua. Acqua. Ovunque acqua. Soltanto acqua. Per sempre acqua. La terra ce l?hai tutta dietro e ti spinge, nel sogno, come la calca quando tutti vogliono vedere qualcosa.
E? una città di fine, ti dici, non è come Torino, perché di là del fiume Torino c?è ancora, c?è il verde luminoso della collina, c?è Superga, la Gran Madre di Dio. Qui c?è acqua e poi niente. E poi finisce.
E? una città fine, Trieste. Nessun ponte ma faro.
E così capisci perché camminandoci ti sembrava che tutti ti guardassero dall?alto. Hai avuto quest?impressione durante la presentazione, con queste ragazze tutte molto belle e alte, irraggiungibili per te, perché a Trieste, ti dici adesso, sono tutti, uomini donne bambini, dei fari. Stanno lì sulla fine e ci rimangono e possono mica curarsi di te, che hai bisogno di ?cose? intorno le colline, le vigne, i palazzi, le dorsali della montagne.
Come si starà, vorresti chiedere a una di quelle ragazze, o agli uomini: come si sta in questo fine, quando sai che se ruoti il tuo sguardo per 180 gradi non vedi altro che acqua e hai tutto alle spalle?
Non ti avrebbero risposto: puoi chiedere ad un faro perché è un faro? No, e come se chiedessi ad una rosa perché lo è.
Lo è e basta: questo essere per essere è qualcosa con cui prima o poi dovrai farci i conti. Ti è apparso qui a Trieste mentre altri dicevano delle cose e tu volevi alzarti e chiedere: perché siete così? Io vorrei sapere questo da voi. E dovete spiegarmi sia il ?siete? che il ?così?.
Tu non sai perché gli altri vanno alle presentazioni dei libri, non te lo sei mai chiesto neppure quando era il tuo libro protagonista. Tu ci vai e basta, ma non per parlare del libro, che quello lo sa fare lui benissimo; non ti interessa niente di quello che sei tu, scrittore autore, non ti importa che del tuo libro si parli in pubblico o in piccoli capannelli di persone, tu sei lì per avere esperienza di ?altro?, per alzarti in piedi e dire: siete così?
Qualcuno ti ha scritto: traguardo.
Qualcuno ti ha detto: talento.
Qualcuno ha tenuto tra le mani, mostrandotela, una cosa così pura, che avresti rinunciato al traguardo e al talento per avere qualcosa di simile.
Un sogno, sì. E Il sogno finisce così.
Il sogno si chiude come tutti: tu sei appoggiato ad una macchina e c?è anche un uomo, comparso dal nulla, ma lui non è faro, non è di Trieste, si vede, ha la stanchezza dei contadini che ami. Tu stai in silenzio e lui fuma. E? un silenzio lungo lungo, spesso.
Cosa farai adesso?, ti dice.
Continuerò a lavorare, gli rispondi.
Lui sorride. Tu sei sveglio e vorresti raccontare tutto questo a tuo padre.