Archivio

Archivio Giugno 2006

… qualcosa come il vero e il bello

26 Giugno 2006 Nessun commento

In rete si parla del libro di Roberto Saviano Gomorra. Se ne parla e si litiga pure (qui, qui, qui e qui; solo per farvi una idea). Su vibrisse la discussione si è fatta più ampia. Ci sono due interventi (1, 2) di giulio e uno mio dal titolo “…qualcosa come il vero e il bello”. Andate leggete e, se volete, commetate di là. Grazie.

svolgimento traccia n° 1

21 Giugno 2006 8 commenti

[ora si sa che oggi è il giorno degli esami di maturità. Prima prova: scritto di italiano. Qui tutte le notizie. Io ci ho provato a mettere giù qualche riga sulla prima traccia che invitava i candidati ad analizzare una poesia di Ungaretti]

Cioè c’è sto fatto prof, che Ungaretti si stanca di colpo di scrivere versicoli piccoli piccoli. E decide che è ora di fare le cose serie. Riscopre Leopardi, dicono, e il ritmo dell’endecasillabo e del settenario.
Ma “m’il lu mi no d’im men so” non è un settenario?
In realtà è una balla questa di Ungaretti che viene folgorato dai classici, e Petrarca e Leopardi, e dalla metrica (la canzone, soprattutto). Basta leggere le poesie de Il Porto Sepolto, erano scritte secondo una metrica, che poi veniva smontata. Insomma c’era la guerra e mica è facile mettersi lì con le dita a contare le sillabe, gli accenti, le dieresi, le crasi…con gli ‘striaci che ti sparavano dietro.
E poi, prof, ci fanno, poi, ‘sta domanda che tempo è quello che usa il poeta. E? il passato remoto prof, e poi ci chiedono il perché? Ma perché è il tempo biblico del “Fu sera e fu mattina”. E’ il tempo di quando la Natura si mostra per quello che è. A proposito, visto che so fare i collegamenti, mi viene in mente una poesia di Pascoli, che si intitola Temporale. Anche lì ce l’uso del passato remoto.
Va beh, ma divago, comunque Ungaretti lo usa perché vuole comunicare che l?isola, a cui il poeta giunge, ha in sé qualcosa prodigioso e primigenio. Per usare una bella parola che ci insegnano per fare bella figura, potremmo dire che il poeta arriva alla scaturigine. E? come se descrivesse un eden. Vero? Non la pensa così pure lei prof? Non lo crede? Poi c’è quest’immagine finale delle mani dell’uomo. Le mani sono piene di febbre.
Ecco qui è chiaro. E’ un po’ come il cuore paese più straziato e la morte che si sconta vivendo e ?ste cose qua che hanno fatto di Ungaretti un poeta “retorico”. Buono per i luoghi comuni.
La “fioca febbre ” dice Ungaretti ed è per dire che quell?isola, che sembrava esente dal male, dalla burla della natura, dal disastro, non lo è fatto.
Ha notato, prof, che quando il poeta descrive l?isola usa il tempo all’imperfetto? Come se fosse un “c’era una volta”, una fiaba, un luogo di sogno.
Eppure anche questo luogo fiabesco è destinato al nulla.
Insomma alla fine l?Ungaretti voleva dire che niente si salva dallo scempio, che neppure l?isola sarà risparmiata.
Non lo trova interessante? E non trova, alla fine fine, prof, tutto questo molto consolate?
C?era quell?altro poeta che diceva: scenderemo nel gorgo muti.
Ecco. Io, lei prof, l?esame, i compagni, la scuola, l?isola, la terra e l’universo. Tutti. Nel gorgo. E muti.

Gomorra

20 Giugno 2006 2 commenti

In Bottega, una mia lettura di Gomorra di Roberto Saviano.
Assolutamente da leggere, il libro.

trieste, sogna

16 Giugno 2006 6 commenti

Questa notte hai sognato Trieste e questo ti consente di parlarne.
Nel sogno Trieste aveva la forma di un piede lambito dal mare. La vedevi dall?alto così e poi di colpo, come se fossi sceso in picchiata, tipo i gabbiani che hai visto sul canale, eri nelle strade. E le strade andavano tutte al mare. Ti portavano loro come una sorta di memoria: ti mettevi a camminare e arrivavi al mare.
Ti dicevi che Trieste non è mica dissimile da Torino. C?è questa strana cosa di essere capitale sottratta di un impero, ci sono i palazzi sette-ottocenteschi simili, e c?è infine questo buco nero, che annulla gravità leggi della fisica e quant?altro, che si chiama acqua.
Di colpo – succede così nei sogni vero?, dove tutto avviene all?improvviso in una sorta di spavento ben temperato (come la musica) -, eri davanti al mare.
Era mattina, ma poteva per la luce che c?era, il taglio delle ombre, lo spessore dei palazzi essere tardo pomeriggio? Guardi e capisci che è una bugia, vorresti avere qualcuno e dirgli ?sta cosa: guarda che è una bugia, ci raccontano una bugia, non ti fidare dei libri di geografia, degli atlanti e di tutto questo armamentario, se vuoi capire una città ci vai. Ci devi andare e così ad un tratto di colpo, come un sasso che ti cade sul piede, avrai chiaro la città in cui stai.
Trieste non è una città di confine, ma è una città di fine. Tu vai al mare e non vedi niente, niente altro che acqua. Acqua. Acqua. Acqua. Ovunque acqua. Soltanto acqua. Per sempre acqua. La terra ce l?hai tutta dietro e ti spinge, nel sogno, come la calca quando tutti vogliono vedere qualcosa.
E? una città di fine, ti dici, non è come Torino, perché di là del fiume Torino c?è ancora, c?è il verde luminoso della collina, c?è Superga, la Gran Madre di Dio. Qui c?è acqua e poi niente. E poi finisce.
E? una città fine, Trieste. Nessun ponte ma faro.
E così capisci perché camminandoci ti sembrava che tutti ti guardassero dall?alto. Hai avuto quest?impressione durante la presentazione, con queste ragazze tutte molto belle e alte, irraggiungibili per te, perché a Trieste, ti dici adesso, sono tutti, uomini donne bambini, dei fari. Stanno lì sulla fine e ci rimangono e possono mica curarsi di te, che hai bisogno di ?cose? intorno le colline, le vigne, i palazzi, le dorsali della montagne.
Come si starà, vorresti chiedere a una di quelle ragazze, o agli uomini: come si sta in questo fine, quando sai che se ruoti il tuo sguardo per 180 gradi non vedi altro che acqua e hai tutto alle spalle?
Non ti avrebbero risposto: puoi chiedere ad un faro perché è un faro? No, e come se chiedessi ad una rosa perché lo è.
Lo è e basta: questo essere per essere è qualcosa con cui prima o poi dovrai farci i conti. Ti è apparso qui a Trieste mentre altri dicevano delle cose e tu volevi alzarti e chiedere: perché siete così? Io vorrei sapere questo da voi. E dovete spiegarmi sia il ?siete? che il ?così?.
Tu non sai perché gli altri vanno alle presentazioni dei libri, non te lo sei mai chiesto neppure quando era il tuo libro protagonista. Tu ci vai e basta, ma non per parlare del libro, che quello lo sa fare lui benissimo; non ti interessa niente di quello che sei tu, scrittore autore, non ti importa che del tuo libro si parli in pubblico o in piccoli capannelli di persone, tu sei lì per avere esperienza di ?altro?, per alzarti in piedi e dire: siete così?
Qualcuno ti ha scritto: traguardo.
Qualcuno ti ha detto: talento.
Qualcuno ha tenuto tra le mani, mostrandotela, una cosa così pura, che avresti rinunciato al traguardo e al talento per avere qualcosa di simile.

Un sogno, sì. E Il sogno finisce così.
Il sogno si chiude come tutti: tu sei appoggiato ad una macchina e c?è anche un uomo, comparso dal nulla, ma lui non è faro, non è di Trieste, si vede, ha la stanchezza dei contadini che ami. Tu stai in silenzio e lui fuma. E? un silenzio lungo lungo, spesso.
Cosa farai adesso?, ti dice.
Continuerò a lavorare, gli rispondi.
Lui sorride. Tu sei sveglio e vorresti raccontare tutto questo a tuo padre.

domani vedo come finisce quel mare lì (Untitl.Ed a Trieste)

9 Giugno 2006 3 commenti

Domani alle 18 sono a Trieste per saperne di più leggete qui.
Tra le varie cose i nuovi tre libri , un po’ di dialoghi su blog et similia.
Ci sarò anche io a rappresentare la prima terna.
Io, poi, sono curioso di vedere quel mare come inizia e come finisce.
Se passate di là, mi farà piacere.

quattro calci ad un pallone e un po’ di varechina

1 Giugno 2006 4 commenti

[La prendo alla lunga, ma se volute subito togliervi la curiosità andate qui e invece per la varechina andate qui (è un pdf)]

Mentre ero in Olanda a parlare de Il pasto grigio è venuta fuori due o tre volte ‘sta curiosità: ma quando e perché uno inizia a scrivere?
Siccome io non so mai che rispondere, io il più delle volte mi metto a fare della mitologia: racconto del mio inizio letterario come se fosse qualcosa di “mitico” quasi si perdesse nella notte dei tempi.
Dico, ad esempio, che quando ero giovane ho conosciuto una ragazza e che questa mi spinse a scrivere. Poi dopo averle spediti alcuni versi, francamente orrendi, questa ragazza sparì. Le lettere tornavano al mittente, il numero di telefono attivo fino al giorno prima ora era diventato improvvisamente muto e sbagliato. Anche il numero civico e la casa erano scomparse del tutto.
In Olanda, dicevo, mi hanno fatto questa stessa domanda. E lì ho detto – ho mentito? ho detto la verità? – che io ho iniziato a scrivere perché mi divertivo a raccontare le partite di calcio che giocava la squadra del mio paese.
Ho continuato a scrivere anche quando la squadra è sparita come la ragazza.

Il calcio è qualcosa di strano per me, perché ha a che fare con alcune di quelle “ossessioni” che mi rendo conto di avere nella scrittura.
Il corpo ad esempio. Le parti del corpo, in particolare: i piedi, le mani, il busto, le ginocchia, i denti. Oppure l’idea dell’avversario, che è una sorta di “aiuto contro” (qualcosa di molto simile a quello che mi figuro essere il femminile, la donna, qualcosa che ti è vicina e prossima e nello stesso tempo contraria: leggete i monologhi della Varechina, nuova rivista, basta passare da vibrisse per scaricare il pdf; la rivista sarebbe da leggere anche solo per lei e per i suoi disegni pieni di talento). Per non parlare del mio rapporto con il paese, con quelle radici contadine e un po’ zotiche, che mica mi sono tolto venendo a vivere a Torino. Per ultimo c’è ‘sta cosa, che sempre mi frullava in testa quando scrivevo (ma le scrivevo?) le cronache delle partire della squadra: ma questi sanno di non aver futuro? sanno che non saranno mai nessuno? che non diventeranno grandi giocatori? che finiranno la loro esistenza in questo fazzoletto di colline? Io mi dicevo, nella testa, mentre scrivevo senza scrivere (forse ora non ricordo) che prendere atto di questa mancata speranza era l’unico modo di apprendere il disincanto e di crescere (il romanzo di non formazione non è morto, e il blog?).

Per questi motivi sono onorato di far parte dell’antologia di racconti Vite rovinate dal pallone edito dalla Giulio Perrone (euro 10). E sono anche contento che una parte degli incassi del libro, il 10 percento, (motivo in più esser acquistato) vada in favore dell?associazione Save The Children, organizzazione per la difesa e la promozione dei diritti dei bambini.

Ora vi direte ma oltre a te chi c’è, è normale chiederselo. La formazione è presto detta: Nicola Ravera Rafele, Cosimo Argentina, Ferdinando Cotugno, Des Moulins, Mauro Mirci, Paolo Di Paolo, Alessandro Petrini, Gavino Angius.

(un mio personale grazie a stefania)