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Archivio Ottobre 2006

… lavori in corso.

23 Ottobre 2006 5 commenti

[queste sono le idee di un racconto che non so che voglio scrivere, perché c'è una parte di me che sa: per scrivere questo bisogna tornare a un certo 'sentimento' per niente comodo. Siccome non so se ci riesco a scriverlo, lascio qui queste noticine, tanto per non perdere questa serie di appunti che ho scritto in questi mesi su di un foglio di carta, appunti presi mentre scrivevo tutt'altro. l'ordine degli appunti è inverso. Il più vecchio è l'ultimo e il più 'recente' è il primo.]

un uomo sui 35 anni torna al paese dei suoi genitori. I suoi genitori sono ancora vivi. Papà fa il lattoniere, ma non può più saltare come un grillo sui tetti, e ora impianta ?sanitari?. E’ molto bravo anche in quello, ma sente la nostalgia di quando stava sui coppi. L’aria di primavera che si respira sui tetti. E il padre dice questo al bar, dove va quando ha finito di lavorare. Una volta non ci andava al bar, ora sì. E’ da un anno che ci va, tutti i giorni alle 6, finito di lavorare e piglia un caffè. Non beve alcolici e non fuma più. Ma va e è sta un’ora. Pensa che ha superato abbondantemente l’età di suo padre, il nonno dell’uomo sui 35, e che quindi è giusto stare al bar quanto gli pare.

la madre fa la casalinga, ma poi ha deciso che le dispiaceva non fare niente e quindi si è messa a cucire. Poi anche questo non gli piaceva. E va a fare la babysitter ad Asti. Prende ogni mattina la corriera e va a guardare due bambini piccoli. Questo lavoro gli piaceva, ma adesso un po’ di meno. Da quando prende la corriera, la cosa le pesa. Perché è strano i ragazzi si siedono e non le lasciano mai il posto. Mettono la cartella e le dicono: occupato. Lei allora sta in piedi, ma si domanda perché la fanno stare in piedi, si dice che forse sembra ancora giovane, ma non lo è. Suo figlio ne ha 35 ormai. Così un giorno ha telefonato al call center dell’azienda dei trasporti e ha parlato con una ragazza: “non mi fanno sedere – le ha detto – eppure io sono vecchia”.

l’uomo sui 35 non torna per qualche motivo particolare. Torna come quasi tutte le settimane al paese. Lui vive in città, ma poi torna nel paese. Questa volta c’è qualcosa di diverso: ha fatto un incidente. una macchina l’ha investito mentre attraversava le strisce pedonali. Niente di grave la macchina andava piano e lui si è lussato un po’ una spalla e ha il piede un po’ malandato. Non zoppica ha solo male quando l’appoggia.

l’uomo sui 35 fa un lavoro buono e gli piace pure. Fa le selezioni del personale. E’ molto bravo in quello che fa. Il giorno prima dell’incidente ha fatto un incontro con una ragazza. Lei gli ha fatto una impressione strana. Durante il colloquio, le aveva chiesto di raccontargli cosa era per lei lavorare e lei gli aveva parlato di quando da piccola faceva i cespi di cipolle con la nonna.
l’uomo sui 35 ora pensa a questa cosa delicata e pensa a sé che è altrettanto delicato: non mi sono rotto per fortuna dice, ma in realtà si è rotto.

l’uomo sui 35 ha un hobby, semplice, fa l’attore dilettante. Alla Corcetta dove abita c’è una compagnia d’attori dilettanti e lui fa quello. Stanno mettendo in scena il Riccardo III. L’uomo sui 35 è il protagonista giusto, ma lui non si sentiva così a suo agio in quella parte.
ora l’uomo sui 35 torna a casa, ed è sul treno. e sente che qualcosa è cambiato. leggermente.
l’incidente.

l’uomo sui 35 ha un nome strano, si chiama Mercurio e ha un dolore.

nuova prosa.

19 Ottobre 2006 1 commento

se vi capita di entrare in una libreria, provate a chiedere Nuova Prosa n°45 (Greco&Greco Editori), a cura di Luigi Grazioli. A pagina 75 (di 260) del volume si trova un racconto Appunti per una giovinezza, che ho scritto io.

il talento del calciobalilla

17 Ottobre 2006 14 commenti

“ad esempio a me la sovrapposizione webbica ha portato nocumento. ho perso il talento. e lo dico senza ironia.”.

Ho scritto così sotto il lungo pezzo di anna. Ho voluto rispondere io alle preoccupazioni di bri riguardo alla troppa e nociva esposizione che il web potrebbe dare ad alcune scritture (lei faceva riferimento a Maria).

Io posso dire che nel mio piccolo io ho perduto quella strana luminosità, quel modo di mettermi a nudo che avevo prima nel blog e che mi veniva naturale.

Tutto quello che una volta, quasi inconsapevolmente, mi veniva facile – tipo un pesce che nuota – ora mi affatica.
Questa fatica è andata aumentando dalla pubblicazione de Il pasto grigio in poi.

Una fatica che paradossalmente ora è diventata sempre più insopportabile, tanto da farmi decidere di mandare in vacca tutto, per tutto intendo il blog. Tanto che ora gioco a fare le catene di sant’antonio…

Io capisco la posizione di noantri (stefano). Era la mia posizione: io volevo solo scrivere, volevo dimostrare che questa stramba cosa che era mettere giù delle storie e farle sentire al pubblico faceva per me.

Qualcosa si è poi rotto, ma non so bene cosa.

Intanto c’è il fastidio per le discussioni, che non riesco a seguire. Il discorso di Anna (I e II), ad esempio, capisco, sento e comprendo che è importante, ma non riesco a seguirlo. Così di primo acchito, mi verrebbe da dire che non mi frega se Capote era “personaggio” prima o dopo la pubblicazione del suo libro, ma mi interessa A sangue freddo a prescindere da questo.
Tale atteggiamento è dovuto al diverso mio punto di vista, che continua a stare tutto nella letteratura ed è così interno da non riuscire a vedere gli altri mutamenti. E’ possibile, anzi no, quasi certo.

Così mi succede tutte le volte che io provo a entrare nel merito di una ‘costruzione’ come nel caso di un post di palmasco, dove mi arrivano da destra e da manca bordate sonorissime e giustificate.
Io non so leggere i blog, o meglio non so leggere questo tipo di ‘scritture’; non ne ho gli strumenti, non cerco neanche di volermeli dare e prendo atto di una effettiva ignoranza. Per un certo periodo, un periodo felice, inconsapevolmente ho usato anch’io questa ‘scrittura’.

(mi viene in mente che ho questi periodi “felici”, mi è successo con il calciobalilla, c’è stato un momento quando ero ragazzino che non ne prendevo una. Poi un giorno di colpo al bar divento bravissimo, ma tipo da andare in giro a fare i tornei e vincerli. E infine di colpo smetto… ho qualcosa nel dna).

Si parla di talento etc etc. Io ho avuto sempre delle strane ammissioni di talento. A partire dal mio prof. di tesi, che mi disse: non stare in università, prova a scrivere, tu hai talento per quello.
Io non so cosa voglia dire ‘talento’. Io ho l’impressione che certe volte, per motivi strani, io scriva una storia e questa piaccia.
E’ talento questo?
Io credo di no, penso che questa sia un?attitudine artigianale: so fare certe cose, altre meno.
Ma sono certo che ‘quel bernoccolo che ho’ non è il talento descritto da Anna, che è ‘prima’ della scrittura o dell’atto artistico. E’ una disposizione dell’animo, una sorta di modo d’essere. E’ precedente a tutto. Quello che Anna cerca, se ho ben capito, è il riverbero di questo nella scrittura.

In questi mesi ho avuto lavorato con editor “classico”.
E mi sono reso conto che il lavoro che ho fatto io con Erica non era editing. A Erica non interessavano certe cose della scrittura, ma altre.
Provo a chiarire.
Ho scritto un racconto lungo e l’ho mandato all’editor (non era per questo che io e l’editor lavoravamo insieme, diciamo che questa lettura era a fini personali e non editoriali) e ho detto: “Senti un po’ guarda sta cosa e dimmi cosa ne pensi”. Risposta: ?Sì, bello, ma qui il lettore si aspetterebbe questo, qui dovresti mettere così etc etc etc…”.
Aveva ragione? Certo. All’editor interessava cosa sentiva il lettore nel leggere il mio testo.
Ad Erica interessava, secondo me, che uscisse sulla pagina una certa attitudine, una specifica sembianza della storia stessa.
Per questo penso che bisognerebbe trovare un termine diverso da “editing”, qualcosa di più stringente, per spiegare cosa si fa in untitled.

Ed è forse per questo motivo che io non scriverò mai più nulla di simile a Il pasto grigio.
Perché non tornerò più in quella disposizione d’animo.
Un po’ come è successo per il calciobalilla.
C’è stato un momento che facevo i tornei e li vincevo; poi più niente.

Avevo il talento e l’ho perduto.

I sette peccati ?originali?

17 Ottobre 2006 3 commenti

effettivamente qualcuno ci ha già giocato. Questo qui sotto è il mio contributo ai sette vizi, peccati o come volete voi, capitali.

Gola
Laura l?avevano pulita bene. Era diversa da come era uscita in quei momenti frenetici, quando tutto si confondeva e aveva una tonalità verde marcio. Era bagnata Laura di liquido amiotico, sporca proprio. Eppure adesso era tutta presa di una felicità che feriva.
L?infermiera la portò alla madre. Era la prima poppata. Le porse quell?essere piccolo, indifeso. La pelle bianca e diafana, le dita strette a pugno e un leggero movimento delle gambe. Sembrava un insetto. Solo che era bellissima. Sua madre slacciò la camicia da notte e ne uscì un seno. La bimba prese in bocca il capezzolo. E incominciò a succhiare. L?inizio fu piacevole. Poi la madre sentì un dolore, Laura succhiava con forza, con voglia e ingordigia. E quando la riuscì a staccare, la bimba era sazia con un rivolo di liquido bianco che le scendeva dal lato sinistro della bocca.

Ira
Bella di papà ma avete visto quanto è bella? Come gioca e come si muove e più brava degli altri. Si vede. Come fate non vederlo? E? più forte di tutti gli altri bambini. Più imprevedibile. Guardate qua.
Ecco vieni in braccio, sì, così. Su, su? non fare così, ma cosa abbiamo qui le guance, adesso gliele tiriamo a questo pastrocchino le guance, e poi gli prendiamo il nasino? e poi oplalà un bel salto oplalà un altro.. Cosa vuoi che frigni così forte? Non vedete come è rossa, ma cosa vuoi piccolina? Le chiavi di papà eccole. E che ne fa il piccolino delle chiavi?
Ops. Mi scusi signora, le esce tanto sangue? Come vede mia figlia ha una mira infallibile?

Lussuria
Tu devi mettere la lingua qui.
Qui?
Sì.
Eppoi?
Eppoi la agiti così come se mangi il gelato.
Ma sulla tua?
Sì, sulla mia?
Così
Così
Eppoi che si fa
Io prendo la mia mano e la porto lì vicino al cuore e ti tocco, poi scendo verso giù
E io faccio lo stesso?

Dobbiamo fare le stesse cose
Cosa senti, tu?
Niente, e tu?
Niente?
Bambini! Venite in classe è finito l?intervallo. Adesso vediamo chi sa la tabellina del 2. Iniziamo da Giacomo, che si apparta sempre a giocare con l?Angelica.

Avarizia
Giacomo si è chiuso nella sua stanza. Sono più di tre ore. Si sentono distinti dei rumori, ma la madre non ha coraggio di entrare. Il pediatra glielo ha detto: ora che è arrivata la sorellina, che si chiama Laura, è normale che lui sia un po? geloso. Quindi meglio non dirgli niente, ma ora è passato molto tempo,meglio controllare, si dice la madre. Quindi entra. Giacomo ha distrutto tutti i giochi, anche quelli a cui lui teneva di più. Li ha fatti a pezzi, uno ad uno.
Perché, gli chiede la madre, perché hai fatto così?
Lei, dice Giacomo con un lampo negli occhi indicando la piccolina in braccio, non ne avrà nessuno di questi, neanche uno. Sono miei.

Superbia
E allora Giacomino cosa dici delle tua sorellina?
Non lo vedi come è brava? Eh?
E? proprio bravissima, fa la madre, dorme sempre e mangia regolare; è solo un po? golosa.
Ma si vede, fanno tutti, che è brava quanto bella. Giacomo, e tu non dici niente?
Chissà, fa Giacomo, se anche lei a nove mesi inizierà a camminare come me?

Invidia
Interno negozio giochi. Protagonisti. Mamma. Laura. Giacomo.
Mamma: prendiamo questo per il nostro maschietto.
[Mamma porge e Giacomo un bellissimo transformer: robot che diventa macchina che diventa nave che diventa aereo]
Giacomo: sììììììììì? [Giacomo incomincia a fare le sue evoluzioni con la scatola].
Mamma: alla mia piccolina invece compriamo questa robina qui?
[è una scatola di colori da bambino]
Laura: ghe gne mehh, ua ua?[sostanzialmente ride]
Mamma: uh come ti piace?.
Giacomo: la voglio anche io?
Mamma: Cosa?
Giacomo: La scatola di colori?
Mamma: Ma hai il trasformer?
Giacomo: no, io voglio colorare?
Mamma: ma Giacomo?
Giacomo: uah, gne, gnue. Arf [sostanzialmente piange]

Accidia
Sono nata e sto qui in questo posto. Non credo di dover fare niente. E? inutile che faccia qualcosa, tanto non posso muovermi. Ora qualcuno mi prende e da qualche parte mi porterà.

il cielo e la terra su Bottega di Lettura

12 Ottobre 2006 2 commenti

Una mia lettura de Il cielo e la terra di Coccioli in Bottega di Lettura.

la stirpe

10 Ottobre 2006 7 commenti

Il caffè nella macchina sale e copre il rumore che fa l?acqua.
Sei circondato dall?acqua, lui è in bagno a farsi la doccia e fuori piove. Tu abiti in un bel quartiere, ti dici mentre guardi dalla finestra con la tazzina in mano. Il rosso dei coppi, le attenne e i balconi che ti circondano hanno assunto le sembianze di persone care. Parli ai tetti, ai lampioni e alle vie come da piccolo facevi con le macchine e robot. A loro ti rivolgi quando un incubo ti spaventa e ti svegli nel pieno della notte. Anche ora cerchi in loro, in questi pezzi di città incarnata, una possibile soluzione a quello che è successo.
Lui si è alzato e ti ha detto: ora ci vuole una bella doccia. Non ha aggiunto altro, come se fosse un fantasma o un automa con la sua faccia e le sue sembianze. Credi tutto sia dovuto alla pioggia che batte con ritmo ineguale, che senti scrosciare dalle grondaie, che picchetta sugli ombrelli delle persone e che sembra ti entri dentro nell?intimo.
Ma non lava, questo pensi; questa pioggia non lava niente, non pulisce, ma anzi complica le cose. E? la disperazione delle madri, che devono pulire i pavimenti, la noia di chi è in giro per lavoro o per compere e deve trovare un posto dove stare finché non spiove. Acqua che non lava, ma anzi sporca in una sorta d?universo capovolto. Quello che è accaduto ha messo a soqquadro il mondo, lo ha girato all?incontrario: lo storto s?è raddrizzato, il dritto curva e la pioggia non purifica ma rende sporchi.
Ora l?aria fresca subito e si fa buio immediato.
Tu continui a bere il tuo caffè. E? un normale sabato in Italia e hai la televisione accesa. Sei ancora incantato da tutto questo spettacolo, che ti viene da chiederti come il mondo si pieghi ai tuoi processi interni, di come si faccia gretto, meschino e ti somigli. Ambiguo come ogni tuo gesto dove si confondono piacere e dolore. L?oggetto di tutto questo ora si frega con forza la schiena e non sa di esserne causa. La sua innocenza, ti dici, consiste nell?essere idiota rispetto al male che fa, e quindi felice.
Mentre sei alle prese con le piccole interferenze che la tua testa produce, dalla tivù accesa come sempre su di un canale a caso senti queste parole: ?Non c?è nulla fuori dell?uomo che, entrando in lui, possa contaminarlo; sono invece le cose che escono dall?uomo a contaminarlo?. Ti giri a guardare bene chi sta dicendo queste cose. E? un uomo, un frate, e le pronuncia sorridendo, quasi per lui fossero normali e consuete. Continua: ?Non capite che tutto ciò che entra nell?uomo dal di fuori non può contaminarlo, perché non gli entra nel cuore ma nel ventre e va a finire nella fogna?“. Ora sei vicino al televisore, dell?uomo vedi i rapidi movimenti delle mani, il fare bonario e la gestualità aperta di chi non ha nulla da nascondere. Non avresti mai creduto che l?inquisitore si sarebbe mostrato a te in queste forme, ma poi lo senti pronunciare le ultime frasi: ?Ciò che esce dall?uomo, questo sì contamina l?uomo. Dal di dentro infatti, cioè dal cuore degli uomini, escono le intenzioni cattive: fornicazioni, furti, omicidi, adultèri, cupidigie, malvagità, inganno, impudicizia, invidia, calunnia, superbia, stoltezza. Tutte queste cose cattive vengono fuori dal di dentro e contaminano l?uomo?. Hai chiaro che questo frate sta rivolgendo a te.
Chiudi la televisione, prima che possa ancora parlarti.
Il silenzio perfetto della casa è solo acqua. Niente di ciò che è fuori di te può esserti male. Non il mondo, non lui di là. Ma è quello che sei tu nel tuo intimo che è male, ciò che tu sei è male, ma tu non puoi che essere così, quindi è giusto che tu sia male. Se da te escono fornicazioni, adulteri, cupidigie e malvagità è perché tu sei cosi: è bene che tu sia come sei stato creato. Sei il risultato di un progetto, sia esso di dio o della natura: dentro di te c?è il male e quindi è bene che tu sia male.
Ora ti immagini davanti alle telecamere di uno dei tanti reality televisivi e una persona dice: ?Io sono me stessa, sempre. Io sono così. Vera?. E tu domandi: Quindi se uno è un assassino, deve esserlo? Se è importante, necessario essere se stessi, è giusto che un assassino lo sia fino in fondo, spingendo all?estremo le sue attitudini per non tradire quello che lui è. Quindi ognuno deve accettare ciò che è, e se è malvagio è bene che lui lo sia, perché quella è la sua natura. Noi d?altronde siamo figli di questo progresso, discendenti di una stirpe omicida e costruttrice di città, di cui la fabbrica, che sta poco lontana da qui, è il risultato ultimo.
In quel momento, il telefono suona.
?Pronto? Papà ciao??
?Luca, tutto bene??
?Abbastanza, tu??
?Bene, Bene?
?Sicuro? Non si direbbe?
?Vuoi saperlo meglio di me?
?No? ci mancherebbe?
?Dove è tuo fratello??
?Mica ce l?ho in custodia??
?E? in città, me lo ha detto, e quando viene qui si ferma da te?
?Sì ? sorridi con una punta di amaro ? è sotto la doccia un attimo, vedo se ha finito e te lo passo?
?No, no aspetta. Digli soltanto che l?ho cercato e che lo chiamo più tardi?
?Va bene papà, glielo dico??
?Senti, la prossima settimana vieni, tu??
?Non ti preoccupare passo io??
?Ciao allora??
?Ciao?.
Vai verso il bagno, bussi alla porta. Damiano sta pettinandosi i capelli. C?è ancora il vapore dell?acqua, fa caldo e ti senti opprimere.
?Chi era al telefono??
?Niente, era papà??
?Cosa voleva??
?Voleva sapere dov?eri??
?Ah??
?Ha detto che ti chiamerà più tardi?
?Bene lo sentiremo più tardi? Avevo qualcosa da dirti, ma??
?Ma cosa??
?Niente, Luca, niente. Va bene così??
?Allora certamente era una cosa di poca importanza??
?O forse qualcosa che era meglio dimenticare??
Damiano si gira e ti dà la spalle. Tu vedi all?altezza della scapola destra un segno, che prima non c?era, un marchio distinto sulla pelle arrossata.

alcune lacune

2 Ottobre 2006 4 commenti

… mia madre che gli fa la barba e gli taglia i capelli in una domenica mattina di sole.

quel gesto così banale è l’unico che salvi.
Più dei medicinali. Più delle cure.

Più di dio
della sua morte e resurrezione.